Un santone poco miracoloso

Com'è riuscito Sai Baba a raggiungere una tale fama?

img
Sai Baba. ©Wikimedia Commons]]
Sathya Sai Baba, al secolo Sathya Narayana Raju Ratnakaram, sosteneva di essere stato concepito per intervento soprannaturale e di aver mostrato segni della sua straordinaria natura fin da bambino. All’età di 14 anni annunciò di essere la reincarnazione di Sai Baba di Shirdi, uno dei maestri spirituali più venerati in India. In seguito affermò anche di essere l’incarnazione (detta avatar) sia del dio Shiva che della sua consorte Shakti. L’autoproclamarsi la reincarnazione di qualcuno e intraprendere la “carriera” - passatemi il termine! - di santone non è una cosa così inusuale in India, anche ai nostri giorni. I santoni sono infatti centinaia, ma non tutti raggiungono un successo così vasto.

Nelle sue prediche, Sai Baba proclamava una vita basata su cinque valori, da lui chiamati Valori Umani: Dharma (Rettitudine), Prema (Amore), Shanti (Pace), Sathya (Verità) e Aimshi (Non Violenza), ma è la fama dei suoi miracoli ad aver viaggiato da un continente all’altro facendolo diventare così conosciuto, non solo in India.

Avete presente lo slogan “Love all, Serve all” della celebre catena, diffusa in tutto il mondo, Hard Rock Cafe? Sono parole del santone, a cui Isaac Tigrett, uno dei fondatori della catena, era molto devoto.

Com’è riuscito Sai Baba a raggiungere una tale fama? Tra le manifestazioni più frequenti dei suoi poteri c’era la produzione di vibhuti, una sorta di cenere sacra dal profumo particolare, che alcuni mangiavano persino. Ovviamente non era l’unica cosa che riusciva a materializzare: c’erano anche anelli d’oro con la sua immagine, collane, orologi, statuine, ma anche cibo e acqua. Di tutte queste, però, la vibhuti era l’unica che si poteva materializzare anche senza la presenza fisica del santone: sulle sue foto o sui suoi quadri, per esempio.

Ma materializzare polvere, per quanto sacra, o piccoli oggetti è cosa di poco conto rispetto a poter influire sulla salute e sulla vita altrui. C’è chi racconta di persone entrate nel suo palazzo in condizioni pietose, con le stampelle, o incapaci di parlare, di sentire o di vedere, e uscite del tutto guarite. Si parla anche della resurrezione di due uomini, l’indiano V. Radhakrishna e il californiano W. Cowan, uno nel 1953 e l’altro nel 1971.

Se da un lato molti suoi fedeli sostengono potesse guarire anche a distanza, dall’altro non tutti ricevevano sollievo dai propri mali. Ma questo non ha mai turbato i suoi seguaci. Infatti, come si legge anche sul sito della divisione italiana dell’Organizzazione Sathya Sai, «Sai Baba sa quando è necessario rimuovere uno stato di sofferenza fisica e quando invece va infuso nell’ammalato tanto coraggio e tanta forza da metterlo nella condizione di accettare serenamente la sofferenza e la morte. Conoscendo tutto di ognuno di noi, Egli sa cosa è meglio per il nostro bene e per la nostra crescita spirituale, anche se le Sue scelte sfuggono alla nostra comprensione»[1].

Ad avvalorare la soprannaturalità dei fenomeni di Sai Baba, tra gli altri, il parapsicologo islandese Erlendur Haraldsson, autore del libro I moderni miracoli di Sai Baba (1989). Nel libro Haraldsson dichiara: «Ho studiato e filmato i miracoli di Sai Baba. Sono assolutamente genuini. La scienza non è in grado di spiegarli - ma ciò non li rende meno reali». È evidente che Haraldsson non avesse seguito, o per lo meno non avesse compreso, il Progetto Alpha, portato avanti una decina d’anni prima da James Randi per dimostrare ai parapsicologi l’importanza di avere accanto un prestigiatore al fine di smascherare trucchi che uno scienziato, per quanto intelligente, difficilmente può capire[2]. Lui interpellò i prestigiatori solo al suo rientro, ma, come è ben noto, non sempre è possibile capire da un racconto cos’è successo davvero, sia perché la nostra memoria non è così affidabile, sia perché i prestigiatori usano diverse tecniche per far sì che i movimenti che nascondono il trucco passino quasi inosservati allo spettatore, il quale, non facendoci caso, non è in grado di riferirli a posteriori. Col tempo, però, alcune manifestazioni del santone sono state registrate in video ed è possibile ipotizzare facilmente quali tecniche siano state usate per compiere le “miracolose” apparizioni[3].

Basava Premanand, presidente dell’associazione Indian Skeptic (l’equivalente indiano del CICAP) è stato uno dei suoi adepti per tre anni, ovviamente quando non era ancora noto nelle vesti di razionalista. La sua conclusione è che tutti i santoni che ha avuto modo di conoscere realizzano i propri “miracoli” attraverso giochi di destrezza con le mani, mediante l'utilizzo di sostanze chimiche, usando apparecchiature meccaniche o sfruttando conoscenze poco note sul funzionamento del corpo umano[4].

Per produrre la vibhuti, per esempio, è sufficiente creare una pallina impastando amido, cenere, profumo e acqua. Poi la si fa seccare e la si nasconde tra le pieghe della mano. Quando è il momento di materializzare la “cenere sacra”, la si sbriciola lentamente tra le dita. Farla apparire su un quadro o su una fotografia è altrettanto semplice. Una prima tecnica può essere quella di preparare un impasto di vibhuti e “acqua Kanji” (acqua di amido dal porridge di riso), spruzzarlo sul vetro della foto e lasciarlo asciugare, ripetendo un paio di volte il processo. Davanti a un ventilatore, la vibhuti si staccherà dal vetro dando l’impressione di essersi materializzata in quel momento[5]! Un altro modo per farla apparire è far finta di spolverare la cornice, generalmente in alluminio, con uno straccio prima di venderla. Lo straccio deve essere stato preventivamente imbevuto con una soluzione di cloruro mercurico che, reagendo con l’alluminio, produce una polvere grigiastra che le persone troveranno scartando il pacco a casa. La complicità di alcuni negozianti non deve stupire, se si pensa che l’organizzazione creata da Sai Baba è incredibilmente vasta.

Anche le altre materializzazioni sembrano avere un’origine ben poco soprannaturale: gli anelli d’oro con la sua immagine in realtà erano di latta, ed è anche nota la fabbrica che li produceva per lui su commissione. I veri oggetti di valore (anche di quelli è stato possibile risalire ai negozianti che li avevano venduti, alcuni avevano persino la marca!) erano riservati solo ai seguaci più importanti.

Per la moltiplicazione del cibo, invece, Sai Baba utilizzava una borsa col doppio fondo e la produzione di acqua avveniva attraverso un'ampolla apparentemente inesauribile, che in realtà sfruttava il principio dei vasi comunicanti. A tal proposito Premanand raccontava un paio di aneddoti che possono risultare divertenti: durante un periodo di siccità, il giardino del santone era inaridito come quello di tutti gli altri comuni mortali. Non solo: quando ci fu la guerra del Golfo e mancava la benzina, anche Sai Baba era in fila come tutti al benzinaio, nonostante dicesse di poter trasformare l’acqua in petrolio[6].

Per quanto riguarda i morti da lui resuscitati, la banale verità è che le cose non sono andate come si dice e i due uomini non erano (ancora) morti quando lui è intervenuto.

Sai Baba aveva previsto di vivere in ottima salute fino a 93 anni. È morto, invece, all’età di 85 anni, dopo un mese di degenza in ospedale. Ha lasciato uno dei più grandi imperi economici dell’India, lo Sri Sathya Sai Central Trust, valutato circa 12 miliardi di euro[7]. La provenienza di tutto questo denaro non è del tutto chiara, tant’è che nel 1993, quando l’impero economico di Sai Baba era valutato “appena” 2 miliardi di euro, il governo aveva aperto un’indagine. Il sospetto era che il denaro non provenisse solo dalle donazioni degli adepti, ma anche da politici corrotti, da noti personaggi della malavita e dal riciclaggio.
image
Chaitanya Jyoti Museum dedicato a celebrare Sai Baba.
©Wikimedia Commons

Non è l’unica macchia sulla vita del santone. Alcuni seguaci, anche molto giovani, che erano andati a incontrarlo hanno denunciato di aver subito abusi sessuali da parte sua[8]. Queste accuse sono state fatte pubblicamente in un documentario della BBC dal titolo Secret Swami[9]. Le accuse di pedofilia e molestie, però, non sono mai arrivate in tribunale e, di conseguenza, non c’è mai stata una condanna ufficiale. Tuttavia, all’epoca il Dipartimento di Stato USA mise in guardia i fedeli che si recavano da lui in pellegrinaggio.

Nel 2001, il quotidiano The Times pubblicò una lunga inchiesta ricca di pesanti accuse sul suo conto, partendo dal suicidio di tre giovani britannici suoi seguaci[10]. Uno di loro era malato di AIDS e sperava ardentemente in un miracolo, che una delle più fedeli collaboratrici del santone gli aveva promesso[11].

D’altra parte, c’è chi fa notare che Sai Baba ha realizzato anche opere degne di nota per il suo Paese. Ha fondato un sistema educativo scolastico comprendente tutti i livelli, da quello elementare a quello universitario, completamente gratuito, oltre a numerosi ospedali con lo scopo di fornire assistenza medica di alta qualità gratuitamente a tutti, indipendentemente da casta, credo, religione e stato finanziario[12]. Tuttavia, le liste d’attesa per entrare sono molto lunghe e non si può escludere la presenza di impiegati corrotti che influiscono sull’ammissione in cambio di denaro.

Alla luce di tutto questo è difficile decidere se Sai Baba sia stato il solito cialtrone, un vero e proprio truffatore o un cialtrone che, tutto sommato, potrebbe aver fatto anche qualcosa di buono. Sicuramente, però, i poteri che diceva di avere non erano genuini.

Per approfondire: Garlaschelli L. e M. Polidoro, I segreti dei fachiri, Avverbi, Roma 1998 (capitolo 6).

Note


2) Per approfondire si veda questa rubrica in Query n.2
10) “Suicide, sex and the guru”, di Domenic Kennedy, The Times, 27/08/2001. Una copia dell’articolo si può trovare su: https://culteducation.com/group/1132-sathya-sai-baba/18145-suicide-sex-and-the-guru.html