Le mummie di Roccapelago e di Palermo

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  • 17-10-2011
  • di Roberto Labanti
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© Jazzodernie!/flickr
Sono diversi i siti italiani in cui sono presenti corpi che hanno subito un processo di mummificazione. Tale processo può essere spontaneo, vale a dire che i resti umani si sono conservati a causa delle particolari condizioni ambientali, o antropogenico, e in questo caso i corpi mostrano un intervento umano intenzionale al fine di preservarli. Sono recenti la scoperta di un sito nell’Appenino e nuovi studi su uno dei più famosi, quello di Palermo, già nei secoli passati oggetto di una sorta di turismo del macabro e dell’insolito.

La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna sta coordinando le indagini sull’ambiente interrato venuto alla luce a Roccapelago (nel comune di Pievepelago) durante la campagna di scavi archeologici nell’area dell’edificio parrocchiale della prima età moderna intitolato alla Conversione di San Paolo. Originariamente si trattava di una cannoniera della rocca medievale in disuso, che fu poi riempita, forse nel Settecento, con pietrisco e massi, dopo essere stata riutilizzata prima come cripta cimiteriale, poi come fossa comune per la comunità parrocchiale.

All’interno gli archeologi hanno trovato circa trecento cadaveri inumati, probabilmente la maggior parte dei deceduti nel piccolo borgo durante il periodo di utilizzo della struttura. Un centinaio di corpi era solo parzialmente scheletrizzato in seguito ad un processo di mummificazione spontaneo che ha coinvolto anche i resti di alcuni animali morti all’interno della sala.

I resti recuperati, che ora si trovano presso la sede ravennate dell’Università di Bologna, saranno studiati dagli antropologi che cercheranno di rispondere a domande sulle caratteristiche fisiche, sulla mortalità, sulle patologie, l’alimentazione e a ipotizzare le attività lavorative; si cercherà poi, attraverso l’analisi del DNA, di studiare i rapporti di parentela fra gli antichi abitanti e con quelli attuali[1].

A Palermo, invece, i bioarcheologi Dario Piombino-Mascali, Albert R. Zink e colleghi stanno studiando la vasta area cimiteriale attiva dal 1599 nei sotterranei del convento palermitano dei Frati Minori Cappuccini.

Fra le migliaia di sepolture presenti, molti corpi sono mummificati. Dieci di questi, deposti fra la seconda metà del XIX secolo e i primi decenni del successivo, sono stati studiati attraverso metodi radiologici con la collaborazione della paleo-radiologa Stephanie Panzer: nove mostrano evidenti interventi post mortem volti a conservarli, svelando l’origine antropogenica delle mummie[2]; di una di esse, quella di una bambina, è del resto noto anche l’autore del processo, l’imbalsamatore Alfredo Salafia (1869-1933), il cui metodo, rimasto segreto, è stato recentemente ipotizzato, su base archivistica, dagli studiosi: si sarebbe trattato di un fluido basato sulla formaldeide, iniettato da un unico punto[3].

Note

2) Panzer S., Zink A. R., & Piombino-Mascali, D. 2010. “Scenes from the past: radiologic evidence of anthropogenic mummification in the Capuchin Catacombs of Palermo, Sicily”. Radiographics, vol. 30, n. 4: 1123-32, DOI: 10.1148/rg.304095174
3) Piombino-Mascali, D., Aufderheide, A. C., Johnson-Williams, M., & Zink, A. R. 2009. “The Salafia method rediscovered”. Virchows Archiv, vol. 454, n. 3: 355-357, DOI: 10.1007/s00428-009-0738-6