I tre alchimisti

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  • 02-08-2006
  • di Paolo Boschetti

Varco il portone del dipartimento di Chimica Generale ed eccomi immerso nell'ombra e nel silenzio del piccolo atrio, che tanto contrastano con il sole e il vociare degli studenti nel cortile. Salgo sul vecchio ascensore di legno imprigionato nella gabbia di ferro e premo un tasto. All'ultimo piano un neon ronza illuminando a intermittenza una grande porta metallica. Chiunque si aspetterebbe di trovare una soffitta buia e polverosa oltre la soglia, invece eccomi in uno spazioso e attrezzato laboratorio illuminato da una serie di lucernari sul soffitto.

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Luigi Garlaschelli nel suo laboratorio alle prese con un esperimento di mummificazione.

Seduta dall'altra parte della stanza, quasi nascosta dal grande bancone centrale, Soiartze mi sorride allegra. Chissà cosa immaginava di trovare quando è partita dal suo paesino sulla costa delle terre basche per venire in Erasmus a Pavia: certo non di finire nelle mani di due chimici organici così bizzarri!

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Un petto di pollo pronto per diventare duro come la pietra.

Soiartze mi mostra il quadernone verde sul quale annota ogni giorno le condizioni e i risultati dei nostri esperimenti. Una settimana prima avevamo immerso un petto di pollo in una soluzione di etanolo al 50% e ora bisognerebbe estrarlo e passarlo nella soluzione successiva. La porta di metallo si apre lentamente e anche Gigi ci raggiunge nel laboratorio. Anche i suoi pensieri convergono sul pallido pezzo di carne immerso in un liquido torbido su una mensola poco distante.

Ci sono almeno due metodi di conservazione del Gorini che progettiamo di sperimentare. Uno comporta l'immersione in una velenosa ma mansueta soluzione satura di cloruro di mercurio e un'altra settimana di attesa. Il secondo metodo invece prevede l'immersione del pezzo in un contenitore pieno di zolfo fuso. Gigi subito ci fa notare quanto sia pericoloso lo zolfo fuso il quale si potrebbe infiammare facilmente, emettendo tremende zaffate di fumo acre e tossico. Ci guardiamo negli occhi, un sorriso diabolico ci accomuna e sappiamo subito quale sarà il destino del petto di pollo.

Frughiamo negli armadietti in cerca del grosso sacchetto di zolfo che evidentemente il claudicante custode, che indossa sempre un insolito camice nero, ha spostato chissà dove nella sua cieca frenesia di ricollocazione. Nel frattempo il sole è tramontato e il grande laboratorio non è più illuminato dalle finestrelle sul soffitto spiovente, ma dalla lampadina a incandescenza che illumina l'interno di una grande cappa di legno, dalla quale le nostre figure proiettano lunghe ombre danzanti.

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La testa di un gallo sottoposta dai "tre alchimisti" a pietrificazione secondo il metodo Gorini.

Davanti a noi, imprigionato in un beker di pirex e rimescolato da un agitatore magnetico, lo zolfo si ribella goffamente sbuffando vapore e ricoprendo qualsiasi oggetto vi sia immerso con una densa patina gialla che subito diviene solida e dura. Gigi prende il petto di pollo con una lunga pinza e lo immerge deciso nello zolfo. La reazione non si fa attendere e l'alcol di cui è imbibita la carne, trovandosi all'improvviso a una temperatura ben oltre il proprio punto di ebollizione, provoca nella poltiglia sbuffante una sorta di sussulto. Schizzi di zolfo colpiscono le pareti del beker divenendo all'istante solidi e gli sbuffi di zolfo misto a vapori alcolici salgono nella cappa.

Rigiriamo di tanto in tanto il petto di pollo con una bacchetta di vetro, continuando a riscaldare, sino a quando lo zolfo torna relativamente placido, avendo ormai preso completamente il posto dell'etanolo. Estraiamo il pezzo e lo lasciamo raffreddare. Le sue dimensioni si sono un po' ridotte e qua e là sono rimaste piccole gocce gialle di zolfo, ma il colore del tessuto è tornato roseo, quasi naturale. Ci passiamo il pezzo di pollo, ormai freddo, di mano in mano per esaminarlo incuriositi e rimuovere le antiestetiche incrostazioni di zolfo rimaste.

Poi Soiartze lo lascia cadere sul ripiano marmoreo di un bancone. Tac. Rimaniamo a bocca aperta: quello che abbiamo appena sentito non è il suono di un pezzo di carne; neanche il legno cadendo avrebbe prodotto un suono simile. Sembra più... un sasso, una pietra.

A quanto pare ce l'abbia fatta, abbiamo preso un comune pezzo di carne e gli abbiamo dato consistenza lapidea. Siamo pietrificatori.

Paolo Boschetti
Chimico, Università di Pavia