Albert Einstein e la misteriosa civiltà dell'Era Glaciale

«Sentitamente vi ringrazio per il manoscritto da voi gentilmente inviatomi il 3 maggio scorso. Le vostre argomentazioni mi sono parse molto attendibili, e ho la sensazione che l'ipotesi da voi formulata sia senz'altro corretta». Firmato: Albert Einstein

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  • 29-05-2014
  • di Marco Ciardi

Una prefazione di Einstein


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Nel 1958 Charles H. Hapgood pubblicò un testo dal titolo Earth's Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science. Hapgood si era laureato in storia e letteratura a Harvard nel 1929 e aveva conseguito una specializzazione in storia moderna e medioevale nel 1931. Al momento della pubblicazione stava insegnando presso il Keene State College nel New Hampshire. Hapgood sosteneva un'originale ipotesi geologica. Secondo lo storico americano, la crosta esterna della Terra, sottile ma dura, scorreva attorno al suo nucleo interno, morbido e semifluido. A causa di periodici scivolamenti della crosta terrestre, il Polo Nord e il Polo Sud si erano spostati più volte dalle loro collocazioni originarie. Fin qui niente di strano. La teoria della deriva dei continenti, formulata per la prima volta da Alfred Wegener nel 1912, non aveva ancora incontrato il consenso della comunità scientifica e numerose erano le idee, proposte anche da non specialisti, che circolavano in quegli anni sulla struttura e la storia della Terra. Proprio l'anno prima dell'uscita del testo di Hapgood, nel capitolo dedicato alla geologia dell'importante e autorevole Histoire de la science (1957) diretta da Maurice Daumas, Arthur Birembaut scriveva: «Nonostante il perfezionamento dei loro metodi di lavoro, alcuni geologi non rinunciano di tanto in tanto ad elaborare delle teorie, alcune ingegnose, ma puramente ipotetiche, la cui voga è di breve durata. Colpito dalla rassomiglianza, sul mappamondo, sia del litorale dell'Africa occidentale con quello del Brasile, sia delle due curve di livello fortemente schematico, il geofisico tedesco Wegener formula nel 1912 la teoria della deriva dei continenti, che ora non ha più sostenitori». L'ipotesi di Hapgood rientrava dunque a pieno titolo in questo dibattito. Non a caso il suo testo ebbe un'ampia diffusione e fu tradotto anche in italiano nella collana “Nuova Biblioteca Scientifica Einaudi” nel 1965.
Nel 1966, tuttavia, Hapgood pubblicò un altro volume, Maps of the Ancient Sea Kings: Evidence of Advanced Civilization in the Ice Age, nel quale le precedenti idee sui mutamenti della crosta terrestre si mescolavano con una serie di speculazioni sulla celebre mappa di Piri Reis, nella quale a suo avviso (ma l'idea non era nuova), era rappresentata parte della linea costiera dell'Antartide libera dai ghiacci. Elemento che faceva presupporre l'esistenza di una civiltà avanzata vissuta durante l'Era Glaciale. Da un punto di vista storico, questo testo di Hapgood è molto importante perché ha aperto la strada ai bestsellers di fine Novecento e inizio Millennio di Graham Hancock e di Rand e Rose Flem-Ath, che riprendono e sviluppano le ipotesi dello storico americano.
Il testo del 1958, Earth's Shifting Crust, era aperto da una prefazione scritta nientemeno che da Albert Einstein. Questo elemento è stato utilizzato come una sorta di attestazione della validità di tutta l'opera di Hapgood. Ma è lecita un'operazione di questo genere? Partiamo dalla considerazione più banale. Einstein morì a Princeton il 18 aprile 1955. È evidente che egli non abbia potuto prendere alcuna posizione in merito all'esistenza di antiche civiltà o all'interpretazione di misteriose carte geografiche. In sostanza, non può essere stabilito alcun collegamento fra ciò che Einstein ha detto a proposito del primo libro di Hapgood e tutte le speculazioni successive dello storico americano. Concentriamo il nostro esame, quindi, esclusivamente sul rapporto tra Einstein e Hapgood fino al 1955. Com'è noto, Einstein riceveva un enorme numero di lettere scritte da persone convinte di avere idee di notevole importanza scientifica. Spesso si trattava di proposte di nessun valore, ma in alcuni casi le questioni in ballo erano davvero interessanti. Così Einstein giudicò il lavoro di Hapgood in una lettera dell'8 maggio 1953: «Sentitamente vi ringrazio per il manoscritto da voi gentilmente inviatomi il 3 maggio scorso. Le vostre argomentazioni mi sono parse molto attendibili, e ho la sensazione che l'ipotesi da voi formulata sia senz'altro corretta».
Può bastare questa attestazione di Einstein a rendere immediatamente vera tutta la teoria di Hapgood? Evidentemente no. Come abbiamo già visto in altre occasioni (cfr. ad esempio Query n. 13), la scienza è l'unica fra le attività umane nell'ambito della quale non ha alcun valore l'appello alle autorità del presente e del passato. Einstein era convinto che la creatività e l'immaginazione avessero un ruolo fondamentale nell'avanzamento del sapere scientifico. Per questo egli amava confrontarsi e anche sostenere ipotesi che sembravano essere originali, interessanti e aprire nuove strade per la ricerca. È risaputo (e altrettanto sfruttato a fini propagandistici) il suo interessamento in questi anni per le ipotesi storico-scientifiche di Immanuel Velikovsky, il quale nel 1950 aveva pubblicato il celebre Worlds in Collision. Einstein, però, sapeva bene che ogni speculazione o idea affascinante necessitava di ampie verifiche empiriche da parte della comunità scientifica.
Spesso la prefazione di Einstein a Earth's Shifting Crust viene citata con entusiasmo dai moderni sostenitori dell'opera di Hapgood. Ma forse questa prefazione non è stata esaminata con attenzione. Proviamo allora a leggerla: «Ricevo spesso comunicazioni da persone desiderose di consultarmi in merito a loro idee non ancora divulgate. È superfluo aggiungere che idee del genere sono ben di rado dotate di validità scientifica. Pure, la primissima comunicazione che mi pervenne da Charles H. Hapgood ebbe il potere di elettrizzarmi. La sua è un'idea originale, di grande semplicità e (ammesso che continui a essere suffragata da prove) estremamente importante per tutto ciò che si ricollega alla storia della superficie terrestre». L'espressione «ammesso che continui a essere suffragata da prove» non è certo secondaria, ma rappresenta l'essenza di ciò che distingue la scienza dalla pseudoscienza. Nel momento in cui venne formulata, l'ipotesi di Hapgood si rivelò di estremo interesse, all'interno di un contesto in cui, è bene ripeterlo, le posizioni della comunità scientifica erano estremamente diverse e variegate in merito al tema della struttura e degli spostamenti della crosta terrestre. Non desta alcuna sorpresa, quindi, leggere che Einstein ritenesse l'idea di Hapgood, «davvero sorprendente e addirittura affascinante», meritando «la più seria considerazione da parte di chiunque s'interessa alle teorie dello sviluppo della Terra». Negli anni successivi, gli specialisti della materia non mancarono di esaminare con attenzione la teoria dello storico americano, così come avevano fatto e stavano continuando a fare con quella di Wegener. Tuttavia, alla fine, le prove accumulate portarono all'affermazione degli studi di Wegener, mentre le argomentazioni di Hapgood si rivelarono inconsistenti. Non c'è niente di strano e misterioso in tutto questo. Nelle complesse dinamiche dell'evoluzione della storia della scienza ci sono idee, immagini del mondo e ipotesi che si scontrano fra loro. Alcune vincono, altre perdono. A volte, bisognerebbe farsene una ragione e stare all'evidenza dei fatti, sia in ambito scientifico che storico. Einstein lo sapeva bene. Immaginare è utile sia agli storici che agli scienziati, delirare no.

Bibliografia


1 M. Ciardi. 2011. Le metamorfosi di Atlantide. Storia scientifiche e immaginarie da Platone a Walt Disney, Roma: Carocci.
2 A. Einstein. 1980. Il lato umano (1979), Torino: Einaudi.
3 R. e R. Flem-Ath. 1997. La fine di Atlantide (1995), Casale Monferrato: Piemme.
4 R. H. Fritze. 2012. Falsi miti. Come si inventa quello in cui crediamo (2009), Milano: Sironi.
5 C. H. Hapgood. 1965. Lo scorrimento della crosta terrestre (1958), Torino: Einaudi.
6 C. H. Hapgood. 2004. Le mappe delle civiltà perdute (1966), Roma: Mondo Ignoto.