Ci piacerebbe da morire essere immortali

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  • 19-06-2014
  • di Stefania de Vito e Sergio Della Sala
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©Tcyonline.com
«Tutta la loro ricchezza è la morte,
che li costringe a industriarsi,
a ricordare e prevedere»
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese


Le esperienze ai confini della morte (NDE, Near-Death Experiences) sono vissuti psicologici con elementi mistici e trascendentali, che si verificano solitamente in situazioni di estremo pericolo fisico o emotivo.

La prossimità alla morte non è necessaria perché si manifestino NDE. Talvolta, è sufficiente la percezione soggettiva che si stia per morire. Le NDE implicano una cascata di fenomeni a cui non si è abituati nella realtà.

Per questo motivo chi le vive ha il sentore che gli sia accaduto qualcosa di soprannaturale, miracoloso, e spesso crede di aver avuto contatti con l’oltretomba. Sebbene tutte le componenti delle NDE (tunnel con una luce in fondo, incontri con parenti defunti, depersonalizzazione, ecc.) siano perfettamente compatibili con i parametri fisici e psicologici forniti dalle attuali conoscenze scientifiche, l’intero fenomeno presenta ancora qualche punto oscuro, su cui fanno luce studi sempre più recenti.

Ondata elettrica nel cervello morente


Numerose variabili rendono lo studio delle esperienze pre morte molto complesso. Per essere certi delle condizioni neurologiche dei pazienti che esperiscono NDE, bisognerebbe sottoporli ad una risonanza magnetica funzionale in articulo mortis. Per ovvi motivi, non è possibile condurre un esperimento del genere. Dunque, si è sempre assunto che il cervello fosse meno attivo durante un arresto cardiaco. Tuttavia, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences uno studio che aggiunge un tassello fondamentale alle nostre conoscenze. Quando alcuni scienziati americani hanno effettivamente osservato l’elettroencefalogramma (EEG) di nove topolini monitorati durante un arresto cardiaco, come il capitano di Garcia Marquez, sono stati turbati dal «sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti» (L’amore ai tempi del colera). Jimo Borjigin, ricercatrice dell’Università del Michigan che conduceva lo studio, è stata molto sorpresa dall’osservare che, lungi dall’essere spento, il cervello dei topi era molto più attivo durante l’arresto cardiaco che nello stato di veglia. Nei 30 secondi dopo che il cuore dei topi aveva cessato di battere, questi studiosi hannno registrato un intenso aumento globale delle onde gamma. È plausibile che lo stesso accada nel cervello umano. E che sia proprio questo elevato livello di attività cerebrale ad innescare visioni pre morte. La frequenza delle onde gamma oscilla tra i 30 e i 42 hz. Queste onde sottendono lo stato di coscienza negli umani, si ritrovano in stati di iperattività e aiutano ad associare informazioni provenienti da diverse parti del cervello. Il fatto che le persone vedano la luce brillante al centro del tunnel probabilmente indica che la corteccia visiva del cervello in quel momento è iperattiva. Borjigin dimostra sperimentalmente che l’aumento di onde gamma avviene in particolare nel punto più alto della corteccia visiva. Accade, dunque, che circostanze mai esperite prima, non familiari, traumatiche (come un attacco cardiaco) ci colgano del tutto impreparati e ci confondano a tal punto da sovrastimolare ed ipereccitare il nostro cervello. Proprio per questo le persone che descrivono le loro NDE spesso parlano di visioni ed emozioni «più reali della realtà». La vividezza di un ricordo può trarre in inganno rispetto alla sua attendibilità (BOX 1).

BOX 1 NDE flashbulb


Nel 2013 Marie Thonnard e colleghi hanno dimostrato sulla rivista PLOS One che il ricordo delle esperienze pre morte è molto più vivido e contempla un numero maggiore di informazioni sensoriali rispetto al ricordo di esperienze ordinarie, probabilmente anche perchè le NDE (comprensive dell’interpretazione soggettiva che ne viene data) vengono raccontate frequentemente. Le NDE hanno conseguenze a breve e a lungo termine sulla vita dei pazienti per il loro imponente impatto psicologico. Dunque, le persone ci pensano spesso tra sé e sé, e ne parlano sovente ai conoscenti. Questo consolida il ricordo. Per questi motivi, i ricordi di esperienze pre morte possono essere definiti flashbulb. Questa definizione viene riservata al ricordo di eventi traumatici ed altamente emotigeni. All’inzio si pensava che a tali ricordi fosse riservato un trattamento speciale, cioè che non fossero ricostruiti al momento del richiamo come tutti gli altri, ma che piuttosto fossero una sorta di fotografie (flashbulb è appunto la lampadina del flash) da riguardare in un secondo momento. Oggi sappiamo che la memoria fotografica non esiste e che la memoria non funziona mai come una videocamera. Non riproduce mai le scene, gli eventi, ma li ricostruisce. Sempre. I ricordi flashbulb si formano e vengono ricostruiti esattamente come tutti gli altri. E come tutti i nostri ricordi sono inaffidabili, perché numerosi e variegati errori possono essere commessi durante la rievocazione. Tuttavia, i ricordi flashbulb sono caratterizzati da una sorprendente vividezza, dato il forte impatto emotivo e la rilevanza per il sé che li contraddistingue. A causa del sorprendente nitore le persone credono che questi ricordi siano più attendibili degli altri. E ripongono incondizionata fiducia in ogni singolo dettaglio, sbagliando.
Bisogna essere cauti nell’estendere questi risultati agli esseri umani. Ma, senza dubbio, lo studio sui topolini adduce ulteriori prove sperimentali a sostegno della base neurologica che sottende le affascinanti esperienze pre morte. Nessun distacco dell’anima dal corpo. Niente di trascendente.

Difficoltà nello studio delle NDE


Le esperienze pre morte (trattate anche nel numero 5 di Query e nei post di Queryonline del 7.11.2011 e del 19.11.2012 ) condividono caratteristiche ricorrenti, catalogate da Greyson in quattro macroaree (cognitive, affettive, paranormali e trascendentali). Al di là degli aneddoti, un primo tentantivo apprezzabile di rendere la ricerca sulle NDE più sistematica si deve a Van Lommel e ai suoi colleghi. Il cardiologo olandese analizzò 344 pazienti sottoposti, in seguito ad arresto cardiaco, a 509 procedimenti di rianimazione, di cui 62 avevano determinato esperienze ai confini della morte. La consapevolezza di essere morti si ritrovava nel 50% delle esperienze analizzate; la sensazione di uscire dal proprio corpo era comune al 24% dei resoconti; il tunnel appariva nel 31% dei casi; luci e colori si riscontravano nel 23% delle descrizioni; nel 29% si entrava in un mondo celestiale e il 32% dei vissuti comprendeva l’incontro con persone decedute. La ricerca fornisce un contributo metodologico notevole. Tuttavia, i pazienti di Van Lommel richiedevano un intervento urgente che non poteva consentire una raccolta approfondita di dati sperimentali. Di conseguenza, la perdita di coscienza dei pazienti veniva rilevata solo dall’elettrocardiogramma (ECG) e non da un esame neurologico, né dall’EEG. Non è pervenuto, dunque, alcun dato neurologico di quei momenti associati alle NDE. In altre parole, non c’è stata la possibilità di confrontare l’elettroencefalografia né le immagini della risonanza magnetica dei pazienti che avevano riportato vissuti pre morte con quelle di altri pazienti che non avevano parlato di esperienze anomale.

Un’altra misura che servirebbe a rendere lo studio delle NDE più solido riguarda l’anossia. L’anossia, cioé la deplezione dell’ossigeno che arriva normalmente al cervello, è la causa più comune della disinibizione neurale, che è alla base di queste esperienze. L’anossia può essere determinata da fattori eterogenei, come confusione, traumi, deprivazioni sensoriali, alcune patologie neurologiche, epilessia, emicrania, uso di droghe, stimolazione cerebrale. La varietà di eventi descritti da persone che vivono NDE ha solitamente origine da un danno acuto o cronico o da interferenze a carico di diverse aree corticali e sottocorticali o anche delle connessioni tra un’area e l’altra del cervello. Questi eventi si ritrovano, come vedremo, anche in altri disturbi, proprio perché il funzionamento del nostro cervello è così complesso, che anche modesti cambiamenti nel metabolismo o nella struttura cerebrale sono sufficienti ad incrinare il suo delicato equilibrio. Ma le NDE non si verificano in seguito a qualsiasi tipo di anossia. Braithwaite scrive sullo Skeptic Magazine che forme di anossia differenti hanno impatti differenti sull’assetto neurologico. Non solo è importante misurare il livello di ossigeno che viene a mancare, ma anche valutare le modalità di insorgenza dell’anossia. Se l’insorgenza è immediata, i pazienti perdono semplicemente conoscenza. In questo caso, non si verifica alcuna esperienza consapevole, né sono possibili ricordi. Insorgenze prolungate, d’altra parte, non causano perdita di coscienza, ma solo confusione e stordimento. Gli intensi stati di alterazione cognitiva che determinano le esperienze pre morte si verificano esclusivamente in seguito ad insorgenze intermedie. Inoltre, l’alterazione cognitiva varia a seconda delle aree cerebrali direttamente interessate della mancanza di ossigeno. Non tutte le aree cerebrali hanno lo stesso fabbisogno di ossigeno. Alcune risentono più di altre di un’eventuale carenza. Come se non bastasse, persone diverse reagiscono in maniera diversa alla perdita della stessa quantità di ossigeno. Possono perdere conoscenza prima o dopo, a seconda di fattori soggettivi.

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Figura 1. Ascesa all'Empireo (1490), una delle tavole che compongono le Quattro Visioni dell’Aldilà di Hieronymus Bosch.
Ecco perché era necessaria un’investigazione sistematica dello stato neurofisiologico del cervello subito dopo l’arresto cardiaco. Finora si dava per scontata la credenza infondata che il cervello non potesse essere fonte di esperienze tanto vivide e lucide durante la morte clinica. Di conseguenza, quei vissuti non prodotti dal cervello erano la prova che esistesse una coscienza, una mente separata dal corpo. Come abbiamo visto, questa era solo una supposizione, perché nessuno studioso era stato mai in grado di misurare con l’elettroencefalogramma l’attività cerebrale dei pazienti nel momento esatto in cui esperivano NDE. Non esiste l’evidenza di un elettroencefalogramma piatto durante i vissuti al confine della morte. Oltretutto i più scettici facevano notare che, quand’anche una tale evidenza fosse stata riportata, persino quei dati avrebbero dovuto essere analizzati con cautela. L’EEG misura principalmente l’attività corticale, non quella sottocorticale. E l’attività di strutture sottocorticali, quali ippocampo e amigdala, è più che sufficiente a produrre allucinazioni, anche senza coinvolgimento corticale. Adesso, invece, si può ragionevolmente pensare che non solo la corteccia cerebrale sia attiva dopo un arresto cardiaco, ma che sia persino più attiva che durante la veglia. Proprio come accade nei topolini.

E luce fu


Una sovraeccitazione dei neuroni che elaborano la visione può produrre la visione di una luce centrale molto intensa e di una periferia buia. Ciò determina l’effetto tunnel (che non c’entra con il comunicato della Gelmini). La visione del tunnel con la luce molto brillante in fondo (che sembra appunto «più reale della realtà») è un fenomeno condiviso per qualche secondo anche dai piloti sottoposti ad accelerazione gravitazionale, a causa di una sincope ipotensiva. Come nota Susan Blackmore, le NDE comprendono sia meccanismi fisiologici che psicologici. L’esperienza centrale (ad es., la visione del tunnel con la luce) è certamente causata da attivazioni cerebrali insolite, quindi determinata biologicamente.

Fin qui l’aspetto fisiologico. La psiche subentra quando bisogna dare un senso a questi vissuti, interpretarli, ridurne la complessità, esigere familiarità. E allora ognuno vede in quella luce, prodotta biologicamente, quello che gli è più familiare. «Molte persone dicono di essersi imbattute in un essere di luce. I Cristiani lo chiamano Cristo. Gli Ebrei dicono fosse un angelo», scrive Moody nel suo libro sulle NDE. Come quando vediamo un viso in una macchia sul muro o ci improvvisiamo nefelomanti. Levin, il personaggio di Tolstoj in Anna Karenina, che «mangiava anche lui le ostriche», vedeva «una strana conchiglia quasi madreperlacea di nuvole bianche a pecorelle fermatasi proprio sulla sua testa». Il tunnel con la luce, forse per l’associazione alle tube materne, ha spesso evocato l’idea di nascita o di rinascita (vedi Figura 1), ed è probabile che molti semplicemente completino quella visione rivestendola dei paramenti sacri per loro più immediati. Siamo naturalmente propensi a credere a tutto, soprattutto a quello che vorremmo fosse vero. Come dice la Nube a Issone nei Dialoghi con Leucò di Pavese: «Lo vedi che il sogno non ti basta già più? E che credi al tuo sogno come se fosse reale?».

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Figura 2. Immagini acquisite con una Tomografia ad Emissione di Positroni con Fluorodesossiglucosio (FDG-PET), che mostra le regioni cingolate e la corteccia prefrontale dorsolaterale del paziente con metabolismo di glucosio ridotto (in blu). Queste aree fanno parte di una rete preposta a meccanismi essenziali per l’integrazione del sé.
Come la luce, anche le altre caratteristiche delle NDE possono essere determinate da un funzionamento anomalo del cervello. Tant’è vero che la chetamina riproduce tutte le caratteristiche principali delle NDE, inclusi il tunnel nella luce, la convinzione di essere morti, le comunicazioni con gli spiriti, le allucinazioni, i rumori, le esperienze fuori dal corpo.

Molti di questi fenomeni si ritrovano nella sintomatologia di varie patologie. I pazienti con sindrome di Cotard tipicamente sviluppano deliri di non esistenza. E gentilmente chiedono spiegazioni al dottore, «Credo di essere morto. Mi piacerebbe conoscere la sua opinione». Zeman ha studiato quest’anno, insieme al suo team di ricercatori, il caso di un paziente di 48 anni convinto che la sua mente continuasse ad abitare viva un cervello morto (Figura 2).

L’incontro con parenti defunti viene annoverato nella sintomatologia di un numero nutrito di patologie, come la schizofrenia, l’epilessia, la sindrome di Charles-Bonnet (allucinazioni visive da parte di non vedenti), la malattia di Parkinson trattata con pallidotomia (rimozione chirurgica di una parte del globo pallido), demenza con corpi di Lewi non trattata. Senza dimenticare che lampi di luce, forme geometriche, figure umane o volti, che a volte parlano, volti senza corpi e viceversa, animali veri o immaginari, miniature (allucinazioni lillipuziane) o scenari di stupefacente bellezza possono apparire appena prima di addormentarsi (allucinazioni ipnagogiche). Anche l’interruzione improvvisa di un’abituale consumazione di alcool, barbiturici o benzodiazepine è in grado di provocare allucinazioni visive (si pensi al delirium tremens).

Depersonalizzazione


Il fenomeno più intrigante delle NDE è probabilmente la sensazione di uscire fuori dal proprio corpo. Che il sé sia confinato nello spazio corporeo lo diamo per scontato. Il fatto che non lo sia è dimostrato dalle esperienze di tante persone che hanno la sensazione di uscire dal proprio corpo in situazioni di orrore estremo o straordinarie, o in conseguenza di malattie neurologiche. Ci sono due possibilità di vedersi parte di un mondo extrapersonale. A seconda della prospettiva visuo-spaziale adottata, sono possibili due vissuti: l’OBE (Out-of-Body Experience, ossia esperienza fuori dal corpo) e l’autoscopia. L’OBE è la sensazione singolare, di solito di breve durata, ricorrente nelle NDE, che la propria coscienza si distacchi dal corpo e lo osservi da un’altra posizione, extracorporale. L’autoscopia si può provare, invece, se si cerca di immaginarsi sdraiati al sole su una spiaggia: molti «vedranno» se stessi sulla sdraio. Restando mentalmente nei propri confini corporei, visualizzeranno una proiezione del proprio corpo in uno spazio extracorporale. Sia l’autoscopia che le esperienze fuori dal corpo includono sensazioni vestibolari, come quella di volare, galleggiare, elevarsi e ruotare; illusioni visive di parti del corpo, come il vedersi più corti o il sentire trasformazioni o movimenti di un’estremità; e l’esperienza di vedere il proprio corpo parzialmente (Figura 3).

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Figura 3. "Floating sleeps" (2013). Illustrazione di Dolores Fasulo in esclusiva per Query.
Le OBE sono state replicate in laboratorio da alcuni scienziati che hanno indotto partecipanti sani ad esperire un corpo virtuale come se fosse il proprio, inficiando la percezione unitaria di sé e corpo fisico. Le persone indossavano occhialini che proiettavano di fronte a loro un’immagine tridimensionale del loro corpo visto da dietro. La schiena vera e la schiena virtuale proiettata erano sfiorate simultaneamente. I partecipanti venivano, poi, bendati e spostati. Quando si chiedeva loro di tornare nella posizione iniziale, le persone tendevano ad andare nella posizione in cui era stato proiettato il corpo virtuale. Vedevano il proprio corpo in una posizione diversa da quella in cui lo «sentivano». Esperienze fuori dal corpo sono state descritte anche da persone sane in seguito a stimolazioni artificiali del giro angolare destro («Mi vedo galleggiare a due metri dal letto»), nonché da pazienti con lesioni della giunzione temporo-parietale, suggerendo che una disfunzione di quest’area cerebrale, in condizioni di compromissioni della coscienza parziali e di breve durata, provochi una doppia disintegrazione: una disintegrazione delle informazioni circa lo spazio personale e una disintegrazione aggiuntiva tra le informazioni sullo spazio personale (vestibolari) e quelle (visive) che riguardano lo spazio extrapersonale.

Vous n'avez encore rien vu


«La vita [...] non è una proposizione o un’asserzione, ma un’interiezione, un’interpunzione, una congiunzione, tutt’al più un avverbio» (Alla cieca, di Claudio Magris). O forse no. Non ci è dato sapere cosa accadrà dopo. E sebbene «la maggior parte della gente non pensi né alla morte né al nulla», è chiaro che molti di noi vorrebbero sapere, come il cavaliere Antonius Block ne Il Settimo Sigillo. Talvolta queste riflessioni sono anche molto precoci. «Sono nata nel 1929. Quando ero piccola, sette, otto anni, mi veniva in testa un pensiero che mi esaltava: morire. Quando morirò? Com’é quando si muore? Come mi vestirò da morta? Forse mamma mi metterà quel bel vestito che m’ha cucito lei di taffettà lilla pallido orlato da un bordino di pizzo d’oro» (Franca Rame, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, 03/01/2013).

Per il momento sappiamo che tutte le nostre esperienze sono mediate dal cervello. E, fino a dimostrazione contraria, la mente è ciò che il cervello produce.

Le NDE non hanno un solo fenomeno peculiare, che possa farci pensare a interventi miracolosi. Il miracolo per antonomasia non può essere riprodotto da noi umani. È una manifestazione di una potenza altra con poteri soprannaturali. Al contrario, siamo in grado di riprodurre in laboratorio e di spiegare naturalisticamente tutte le caratteristiche delle esperienze pre morte. Le NDE non possono essere addotte come prova che esista un aldilà, perché qualcuno di noi lo ha già intravisto. Dopodiché, «la logica è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere», come scrive Kafka ne Il Processo. E, siccome la mente è sempre al solito posto, e cioè a nord del collo, filtra tutte le nostre esperienze, con interpretazioni postume dettate da credenze, aspettative, desideri, timori personali maturati nell’arco dell’esistenza.

Letture consigliate


  • Borjigin J., Lee U., Liu T., Pal D., Huff S., Klarr D., Sloboda J., Hernandez J., Wang M. M., Mashour G. (2013). «Surge of neurophysiological coherence and connectivity in the dying brain», Proceeding of the National Academic of Sciences, 110, 14432-14437.
  • de Vito S., Della Sala S. (2013). «C’è morte oltre la vita», in «Psicobiologia del comportamento normale e patologico», a cura di C. Papagno e A. Gallace, Il Mulino.
  • de Vito S., Della Sala S. (2013). «Ai confini della morte», Mente e Cervello, 105, 56-63.