Un supermarket della fede

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  • 31-03-2017
  • di Riccardo Bottazzo
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Mi capita di accompagnare scolaresche con i loro insegnanti nei luoghi simbolo di quell'immane tragedia che fu la guerra balcanica. Tappe obbligate sono la capitale della Bosnia ed Erzegovina, Sarajevo, teatro del sanguinoso assedio che si protrasse per quasi 4 anni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996; Srebrenica, piccolo paese incastrato nel fondo di una stretta vallata dove nel luglio del '95 furono massacrati 8372 (stima in costante aggiornamento man mano che si recuperano ed identificano nuovi resti) civili bosniacchi senza che il contingente Onu che aveva l'incarico di proteggerli intervenisse in loro difesa; Tuzla, capoluogo dell'omonimo cantone della federazione bosniaca, dove, ad assedio concluso, nel maggio di quello stesso anno, una ultima granata uccise 71 ragazzi che festeggiavano la fine delle ostilità.

Il viaggio che organizzo senza scopo di lucro, in collaborazione con l'associazione triestina La Tenda della Pace, e con la sola speranza che la comprensione della storia sia l'arma più efficace contro il suo ripetersi, si conclude generalmente a Mostar. Anche questa città famosa per il suo antico ponte - lo Stari Most, risalente al XVI secolo, completamente distrutto da un colpo di mortaio sparato dall'esercito croato il 9 novembre del '93 - fu teatro di un feroce assedio durante la prima fase della guerra balcanica.

Mi sembra giusto chiudere questo viaggio della memoria a Mostar perché la città sulla Narenta ("mostari" significa "i custodi del ponte") era nel passato un simbolo di pace e di convivenza, con quel suo strano e tutto sghembo ponte gettato come per scommessa tra i quartieri cristiani e quelli musulmani. E un simbolo di pace – ancora da conquistare pienamente nell'ex Jugoslavia – lo è ancora oggi, Mostar. Nel 2004 la città fu dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco e il suo antico ponte ricostruito con la formula "dov'era, com'era" e con la speranza che le sue storiche pietre non vengano più devastate dalla guerra.

Scrivo questo per spiegare come sono arrivato a scoprire Medjugorje, paesino con non più di 2500 anime, che dista una mezz'ora d'auto da Mostar.

E fu tutta colpa del caso. Mi ero fermato a riempire il serbatoio in un distributore appena fuori Mostar, e mi misi a chiacchierare col benzinaio che sfoggiava un perfetto italiano. L'uomo era di religione musulmana e durante il conflitto che gli aveva portato via l'intera famiglia era scappato in Italia dove aveva lavorato come cameriere in un locale di Padova. Qualche anno dopo, era ritornato in patria e col denaro messo da parte aveva avviato quell'attività che gli rendeva bene per la vicinanza del santuario. La cosa lo divertiva parecchio. Lui, musulmano praticante, aiutato negli affari dai santi cattolici!

Santuario? Che santuario? Non avevo idea che vicino a Mostar sorgesse un santuario cattolico. Ma sì, mi risponde. Come potevo non saperlo? Tutti gli italiani lo sanno e tutti gli italiani vengono qua a pregare. Sulla collina, mi spiega, dicono che appaia... la signora.

Intendeva la madonna. Per un musulmano dire "madre di dio" è una bestemmia. Come può dio avere una madre? I santi, poi, nell'Islam non si possono neppure raffigurare.

Chiedo come si chiama il posto e lui mi risponde "Medjugorje". Rimasi piuttosto sorpreso. Non sapevo che il santuario mariano fosse così vicino alla strada che percorro quasi tutti gli anni. Avevo, naturalmente, sentito parlare delle apparizioni mariane ma, non essendo credente, non avevo mai messo in preventivo un mio viaggio a Medjugorje.

Il benzinaio ride della mia sorpresa e mi spiega che a due minuti dal suo distributore, andando verso Mostar, parte la stradina che si inerpica sino al paese delle apparizioni. Non passa giorno, mi assicura, che non si fermi al suo distributore perlomeno un pullman di pellegrini, senza contare chi viene con l'auto propria. Sono quasi tutti italiani e, mi strizza l'occhio, con i miei connazionali si fanno buoni affari!

Non raccontava bugie. Il bar del suo distributore è un supermarket del sacro. Rosari, santini, icone, quadretti illuminati, statuine luminescenti, presepi dorati, immagini colorate di madonne piangenti e cristi che si squarciano il petto per mostrare il cuore coronato... sembrava di stare in uno di quei negozi specializzati sul sacro che si trovano alla fine dei percorsi turistici all'interno di santuari come la Basilica del Santo a Padova o la Madonna di Monte Berico.

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Neanche a farlo apposta, son là da un quarto d'ora e già si ferma un Gran Turismo e ne scende una comitiva di pellegrini. Come volevasi dimostrare sono italiani. Fedeli provenienti dal Friuli, mi spiega uno dei loro accompagnatori. è un prete in pensione, si chiama don Flavio, ed è la settima volta ("se la memoria mi tiene ancora") che viene a Medjugorje. La prima volta è stata una decina di anni prima, al seguito di un altro sacerdote, e per lui è stata una autentica rivelazione. "Ho sentito la certezza della fede – mi spiega –. Una cosa è leggere dei miracoli e un'altra toccarli con mano". Da allora, in collaborazione con un tour operator friulano che si è specializzato proprio nel santuario, organizza ogni anno gite per i suoi ex parrocchiani e per quelli di tutta la provincia di Pordenone. Ogni volta riempie il pullman di fedeli ed è costretto a lasciare a casa gli ultimi prenotati che poi recupera nel viaggio successivo. Mi offre un caffè, "anche se non lo sanno fare come in Italia", e mi racconta la sua esperienza a Medjugorje. La madonna, lui non l'ha ancora vista ma "ho sentito la sua presenza e l'ho vista attraverso gli occhi di chi pregava vicino a me. E quasi ogni volta che vengo, qualcuno del mio gruppo riesce a scorgere la sua sagoma nel cielo". A casa ha un fazzoletto impregnato del liquido santo che sgorga dal ginocchio del Cristo (più avanti spiegherò di cosa si tratta) ed è convinto che, qualche anno fa, tenerlo sotto il cuscino lo abbia aiutato ad uscire da una grave malattia che lo aveva colpito. "Medjugorje è il luogo dei miracoli che non possono essere negati", mi assicura. "Non è possibile salire la collina delle apparizioni e scenderne senza che la Madonna ti abbia toccato il cuore". Gli confesso che io sono un po' scettico e lui mi risponde... come risponderebbe un socio del Cicap! "Provi! Vada di persona e veda con i suoi occhi. Salga sulla collina con la mente scevra da preconcetti. Si accorgerà di persona che nessuno vi ritorna con lo stesso cuore con cui è salito". A sostegno della sua tesi mi cita il giornalista Paolo Brosio, l'attrice Claudia Koll e anche la soubrette Lola Falana (chi se la ricordava più? Recitava con Gino Bramieri quando la tv era ancora in bianco e nero!) Tutti noti atei e peccatori, traviati dalla celebrità e – dice sempre il prete – anche dalla droga, il cui cuore è stato toccato dalla madonna mentre salivano sulla sacra collina.

La faccenda cominciava ad intrigarmi. Così, gli prometto che il giorno stesso sarei andato a Medjugorje e che avrei affrontato "con la mente scevra da preconcetti" la collina delle apparizioni. "Lei si convertirà! – mi predice – Tutti quelli che salgono sulla collina si convertono. Lei, questa sera stessa, ritroverà la fede che ha perduto, glielo assicuro. E forse sarà tra i fortunati che vedranno anche la Madre di Dio..."

Mi lascia addirittura il suo numero di telefono, in modo che possa richiamarlo per dirgli che aveva ragione e mi raccomanda di salire scalzo sul pendio. Sembra che questo favorisca la conversione. Gli faccio "sì, sì" con la testa mentre penso "Le scarpe? magari anche no..." Ogni tanto racconto bugie.

Verso il santuario


Ripercorro la strada per Mostar. La deviazione che porta a Medjugorje è proprio dove me l'aveva indicata il mio loquace benzinaio. Se non ci stai attento, ti scappa via. Non ci sono segnalazioni speciali, pur se la località è, senza dubbio alcuno, una frequentata meta del turismo religioso. Anche il cartello indicatore è semi nascosto dietro una curva. La cosa non deve stupire. La guerra ha lasciato ferite difficili da rimarginare, su questi monti. Medjugorje è una enclave cattolica, circondata da comunità musulmane, e i suoi cittadini sono per lo più croati. Il confine con la Croazia dista pochi chilometri e per disegnarlo ci è morta troppa gente. Comprensibile che le amministrazioni di Erzegovina preferiscano dare meno pubblicità possibile al santuario.

Anche la strada, presumibilmente per il motivo cui ho appena accennato, è male in arnese. Si arrampica sino al valico, seguendo i contorni di un burrone, e poi scende tortuosa in fondo alla gola dove sorge la cittadina. Siamo a soli 200 metri di altitudine ma la sensazione, per me che son di laguna, è quella di essere in alta montagna. Medjugorje, d'altra parte, significa proprio "tra i monti", anche se sarebbe più corretto definire "colline" il Križevac (500 metri scarsi) e il Podbrdo (200 metri) che la circondano.

La prima impressione è quella di un paesino ordinato e ben tenuto. Ben diverso da quello a cui mi aveva abituato la Bosnia. Aiuole fiorite, case a due o al massimo tre piani, attorniate da un giardino curato. "Come nel peggior Veneto" mi viene da pensare. Ma forse sono troppo critico nei confronti della mia Regione.

Entrando nel cuore del paese, le cose cambiano di punto in bianco e c'è da sgranare gli occhi. Hotel, alberghi, affittacamere, bed&breakfast dappertutto. Costruzioni appena ultimate e costruzioni in corso. E poi, bar, ristoranti, paninoteche con nomi di santi o nomi comunque legati alla religione: il ristoro del pellegrino, la fede, il sole, la taverna di Padre Pio, la luce divina… Non ho tradotto. I nomi sono proprio così, scritti in italiano. Mi fermo a leggere un cartello davanti ad un albergo a tre stelle: "Si parla italiano". Il locale adiacente, un bar, è ancora più restrittivo: "Qua xe parla el veneto". Frase scorretta. "Xe" è un verbo. Sarebbe più giusto scrivere "se"... ma non vale la pena di polemizzare.

Non serve essere nati a Venezia per rendersi conto che il turismo qui ha stravolto tutto. L'urbanistica, l'economia, la lingua, la cultura, le tradizioni, la società... a Medjugorje nulla è più come era prima delle apparizioni. Una pena infinita. Il paese è stato trasformato in un immenso Expo dei miracoli. Tutto si compra e si vende in una sola moneta: l'euro. I prezzi sono indicati in euro e in euro viene dato anche il resto. Siamo in territorio d'Erzegovina ma col marco bosniaco qui non si compra nulla. Anche i nomi delle imprese che hanno costruito e che continuano a costruire tutt'oggi, sono tutti italiani. Italiani sono, per lo più, i gestori degli hotel e dei ristoranti. Solo il personale di servizio è croato, ma la lingua che impera è sempre quella del Bel Paese. E le bandiere che sventolano davanti ad ogni ristorante o albergo, come agli angoli delle strade, non sono quelle giallo blu della Bosnia Erzegovina ma quelle del Vaticano e della Croazia. Chiavi di San Pietro e Scudi con la scacchiera biancorossa si contendono gli spazi sotto i menù e sui piatti souvenir con vedute sulla chiesa di Medjugorje.

E poi ci sono le bancarelle. Da un lato o dall'altro, lungo la strada principale che porta alla nuovissima e faraonica chiesa di San Giacomo e poi prosegue nella via crucis sino alla più piccola chiesa delle apparizioni, ai piedi della collina sacra, non c'è un metro che non sia coperto da una bancarella o da un negozio che mette in vendita scintillanti statue della madonna, rosari colorati (ne ho visto uno con i grani che si accendono e spengono), immagini sacre di tutti i tipi, foto dei sei veggenti in estasi con copie di autografi "autenticati", quadri di pastorelli in ginocchio davanti ad una bianca signora... Il paese è stato trasformato in una sorta di Disneyland. Una Disneyland dei miracoli a buon mercato e accessibili a tutti.

La chiesa e il ginocchio santo


La chiesa di San Giacomo si trova al centro di Medjugorje. Basta seguire la strada che porta al paese e te la trovi davanti. La sua costruzione risale al 1969 – prima quindi della apparizioni – e fu realizzata sulle fondamenta, rinforzate, di una chiesa conclusa nel 1897 e crollata per la franosità del terreno. Il tempio è assolutamente sproporzionato per una parrocchia di 2500 abitanti. Un aneddoto locale racconta che questo fu fatto notare al frate architetto che realizzò l'opera, Pio Nuic, che avrebbe risposto "Verrà il giorno in cui la chiesa sarà troppo piccola per la gente che vi affluirà". Fatto sta che oggi la chiesa è davvero piccola per la grande quantità di fedeli che continua ad affluirvi, pur se il Vaticano non incoraggia certo questo pellegrinaggio. Negli ultimi anni sono state ultimate alcune opere a contorno e strutture di supporto ai fedeli: i servizi igienici, un pronto soccorso, un immancabile mega store di articoli religiosi "certificati Medjugorje", un corridoio con 25 confessionali che funziona 24 ore su 24, la grande sala dedicata al papa San Giovanni Paolo II (l'attuale papa Francesco non gode di particolare popolarità da queste parti e non si trova nemmeno una sua foto). E poi ci sono le grandi statue: quella di Padre Pio, quella di San Leopoldo Mandic, quella della madonna di Medjugorje, sul piazzale principale che dà sulla porta della chiesa, e quella del Cristo Risorto, pregevole opera dello scultore Andrija Ajdic.

Dietro la chiesa si apre un ampio e spettacolare parco. Qui è stato attrezzato un grande palco che funge da altare per le funzioni, quando la folla di pellegrini è tale da non permettere l'utilizzo della chiesa.

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La maggiori attrattive per i pellegrini che arrivano a San Giacomo e che si preparano a proseguire lungo la via crucis che li porterà alla collina delle apparizioni, sono due: la cappella dove i veggenti sostenevano di andare a comunicare con la madonna e la citata statua del Cristo Risorto, dal cui ginocchio sgorga acqua santa.

Sulla prima c'è poco da dire. La disadorna cappella situata a fianco della chiesa era il luogo in cui i sei andavano a parlare con la madonna quando il cattivo tempo o la stanchezza non consentivano loro di salire la collina. Entravano da soli e da soli uscivano col volto in estasi per riferire il messaggio della madre di dio ai credenti.

Più interessante la statua del Cristo Risorto. La pregevole scultura alta sei metri si trova dietro la chiesa. Per avvicinarsi è necessario fare una lunga fila. I fedeli sostengono che dal ginocchio destro di Gesù fuoriesca un liquido miracoloso. Nessuno è riuscito a spiegarmi da dove nasca questa credenza che si è diffusa poco dopo la realizzazione della statua, nel 1998. I francescani che gestiscono il santuario non parlano volentieri con i giornalisti. Io personalmente non sono mai riuscito a farmi ricevere neppure dal loro ufficio stampa da cui mi hanno fatto sapere che "non ricevono giornalisti stranieri". Cosa più unica che rara, per un ufficio stampa.

Una volta sono anche andato a "confessarmi" per vedere se riuscivo ad ottenere qualche informazione su come viene gestito il santuario. Mi hanno assolto dai miei peccati ma non mi hanno detto niente di utile.

L'acqua miracolosa comunque non fa parte del "pacchetto" miracolistico ufficiale venduto dai tour operator di Medjugorje e non se ne trova traccia nei siti "ufficiali" del santuario, ma viene comunque supportata dai frati che mettono le persone in fila e le riforniscono – a pagamento – della speciale pezza con la quale raccogliere l'acqua, 10 euro versione economica e 20 versione de luxe, e dell'ampolla – anche questa a pagamento – in cui conservarla.

Come funziona il miracolo? Fatta la fila, ci si avvicina alla statua e si comincia a fregare con la speciale pezza il ginocchio destro del Cristo, posto all'incirca a due metri di altezza, che non a caso è così consumato e lucido che pare oro. Se fa caldo, si frega con fede e sufficientemente forte, la pezza si inumidisce dell'acqua benedetta che è una triaca per tutte le malattie. La "pulitura" va fatta con sforzo – qualche scettico potrebbe dire "sino a far sudare le mani" – e pregando. L'operazione può durare anche un quarto d'ora o venti minuti. Ho assistito personalmente ad un furibondo litigio tra due italianissime signore che si accusavano l'un l'altra di aver "prosciugato tutta l'acqua" in modo di non lasciarne neppure una goccia. Son dovuti intervenire un frate e due custodi per separarle.

Dialoghi sui massimi sistemi


Ho già spiegato che a Medjugorje si parla italiano. Il paese è perennemente invaso di comitive e di fedeli quasi tutti nostrani. Passeggiando tra la folla, è impossibile non captare qualche discorso che aiuta a conoscere meglio chi frequenta il santuario.

Prima di proseguire il nostro viaggio verso la collina delle apparizioni, eccovi qualche esempio che ho udito di persona e che trascrivo pari pari senza commentare.

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Madre ad una bambina che avrà avuto sei o sette anni.

"Mammina, davvero vedrò la madonnina?"
"Sì, ma solo se sei una bambina buona. Perché la madonnina appare solo alle bambine belle e buone e da quelle brutte e cattive non si fa vedere"

Bambino di sette o otto anni alla mamma in fila alla statua del Cristo Risorto.

"Ma l'acqua non finisce mai?"
"No"
"Ma… se tutti la prendono... prima o poi dovrà finire..."
"No"
"Come no?"
"Ho detto no. Non finisce mai. E non bestemmiare!"
"Ma perché non finisce mai?"
"Perché è santa!"
"Ah..."

Ragazzina teenager con maglietta "Cattolica al 120 per cento" ad un'amica.
"E così, non solo la madonna l'ha guarita ma ha fatto sì che il marito tornasse da lei dopo che lui l'aveva piantata per quell'atea là"
"E Franco allora? Che era gay e ora sta assieme alla Chiara dopo che sono venuti a Medjugorje? E lei gli fa pure le corna..."
E giù a ridere!

Due donne di mezza età.

"Hai notato che qui la temperatura è sempre perfetta? Al pomeriggio fa un caldo giusto e la sera un freschetto perfetto per dormire. A Mostar che son musulmani non si riesce neanche a respirare!"
"Già. E poi qui nessuno ha mai visto pioggia o temporali!"

Giovane ragazza dalla faccia triste ad un signore di mezza età.

"Sì, all'inizio io non volevo mettermi con lui ma tutti a dirmi che dovevo farlo e che era per il mio bene. Io sbagliavo, adesso lo so, e insistevo che volevo... quello che non aveva fede. Ma a Medjugorje ho capito che era questo che la madonna voleva da me".
"E sei felice?"
"Questo non c'entra..."

Signora anziana in dialetto bellunese. Io ve lo riporto in italiano.

"... e si brucia una lampadina! Ogni volta che quel disgraziato di mio genero bestemmia, zac, si fulmina una lampadina. Ogni santissima volta! Una bestemmia, una lampadina, due bestemmie, due lampadine. A casa di mia figlia si marcia solo a candele, oramai, per colpa di quel porco!"

La collina dei miracoli


Dalla chiesa di San Giacomo, patrono dei pellegrini, tra file ininterrotte di bancarelle di sante merci, si continua sino ad arrivare ai piedi della collina delle apparizioni.

Là, dove tutto cominciò.

Vi dico subito che, con buona pace del prete che avevo incontrato al distributore, son salito con le scarpe ai piedi. Forse per questo non ho visto la madonna e non mi sono convertito, ma di sicuro ho evitato ferite ed infezioni.

La collina si inerpica per circa 200 metri. è coperta da sterpi e da una bassa vegetazione che ti impedisce di vedere la cima sino a che non ci sei sopra. Il manto erboso è seminato di pietre aguzze e traditrici. Il verde finisce presto e l'altura si trasforma in una vera e propria pietraia. Il continuo via vai di fedeli ha segnato un paio di sentieri, pur se la maggior parte dei pellegrini sceglie di salire senza seguirli. Soprattutto quelli che scelgono di togliersi le scarpe. Volti in estasi che salgono pregando con lo sguardo rivolto al sole e immancabilmente tornano con i piedi insanguinati perché le pietre della collina sono davvero taglienti. Il pronto soccorso della chiesa di San Giacomo non resta mai senza lavoro e capita, niente affatto di rado, che i barellieri debbano salire sulla collina per recuperare qualche disgraziato che si è procurato qualche distorsione o qualche anziano che si è giocato il femore.

Molti salgono in processione, dietro una croce.

Nelle bancarelle ai piedi della collina, puoi acquistare anche un utile strumento che favorisce l'apparizione della madonna in cielo. Un cartone bianco con la sagoma nera della Vergine. Le istruzioni dicono che bisogna guardare verso il sole sino a che ti sostiene lo sguardo, poi fissare il cartone, poi ancora il sole e poi il cartone. Alla fine si guarda nell'azzurro del cielo e, miracolosamente, se l'operazione viene fatta con fede, apparirà la sagoma santa tra le nuvole.

Non sto a insultare l'intelligenza di chi legge spiegando che la faccenda funziona anche se al posto della Vergine ci sono le sagome del Che o di Maradona. E senza neppure bisogno di aver fede!

La salita è abbastanza dura perché il sentiero è ripido e, anche con le scarpe ai piedi, è bene stare attenti a non scivolare o inciampare sulle pietre. Proprio un terreno da capre come ne ho trovati solo in Sardegna. E poi bisogna anche evitare i pellegrini che di punto in bianco si inginocchiano per pregare in mezzo al sentiero.

Per fortuna in una mezz'ora siamo sopra. E, devo dire, è tutto abbastanza deludente. In mezzo allo spiazzo si trova solo una statua in marmo della madonna. Una di quelle "standard", a grandezza umana. Bruttina, rispetto alle eleganti statue dall'innegabile valore artistico che si trovano alla chiesa di San Giacomo, come quella del Cristo Risorto o di San Leopoldo.

C'è tutto lo spettacolo dei fedeli, naturalmente. Chi prega ad alta voce, chi ride e chi piange. Qualcuno si butta in ginocchio e rimane a guardare a bocca aperta il cielo. E io non ho il coraggio di chiedergli se vede qualcosa. Chi è arrivato scalzo mostra a tutti i piedi martoriati come fossero trofei di cui andar fieri e si compiace che lo attenda ancora la discesa per martoriarseli ancora di più. Un piccolo prete seduto per terra recita il rosario in latino seguito da un gruppo di fedeli. Qualcuno scavalca il piccolo recinto che circonda la statua e la abbraccia sospirando. Altri si gettano bocconi per terra e rimangono così.

Mi prendo il tempo di rifiatare e torno indietro.

Per un giorno solo ho visto abbastanza.

Conclusioni


Da quella prima visita, Medjugorje è diventata per me e per gli studenti che accompagno in Bosnia una meta fissa. Concluso il tour della vergogna, tra campi di sterminio, ossari infiniti e paesi che furono teatro di inauditi massacri, quando le circostanze me lo permettono porto sempre le scolaresche a fare sosta a Medjugorje, prima di ritornare in Italia. A differenza di tutti i discorsi storici e politici con i quali li tormento quando racconto loro delle guerre balcaniche, su Medjugorje non dico loro nulla. A meno che non mi facciano domande di loro iniziativa, me ne resto zitto ed evito pure qualsiasi commento per tutta la visita. Ci tengo che vedano questa sorta di fiera dei miracoli, come l'ho vista per la prima volta io, senza interferenze o pressioni.

Devo dire che nessuno di loro ha mai detto di aver visto la madonna o di essere stato miracolato. Medjugorje non manca comunque di impressionarli. E mai favorevolmente.

A conclusione del mio reportage, riporto solo l'osservazione che mi ha fatto uno studente di un istituto tecnico di Ferrara: "Professore, qui diventerebbe ateo pure San Francesco!"