L'illusione di Medjugorje, intervista con Marco Corvaglia

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  • 31-03-2017
  • di Riccardo Bottazzo
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Per cominciare, una tua breve presentazione...

Ho 47 anni, salentino, laureato in lettere e docente. Ho iniziato a studiare il fenomeno di Medjugorje una dozzina di anni fa, cercando di condurre un lavoro da storico ma interrogando anche la scienza in relazione a certi presunti misteri. Nel 2007 ho pubblicato il libro Medjugorje: è tutto falso e dal 2008 gestisco il sito L’illusione di Medjugorje.

La tua è una delle pochissime voci critiche sulle apparizioni di Medjugorje. Come sei arrivato ad occuparti di questo tema?

Purtroppo gli studiosi scettici spesso assumono un atteggiamento snobistico di fronte a certi presunti fenomeni prodigiosi, o perché ritengono che cercare di aprire gli occhi a chi vuole credere all’inverosimile sia inutile e troppo faticoso, o perché trovano insensato doversi impegnare a dimostrare ciò che a loro appare ovvio. È un atteggiamento che trovo sbagliato e per questo ho cercato di dare il mio contributo alla comprensione di un fenomeno di questo genere.

Le voci critiche dovrebbero farsi avanti, per svolgere un ruolo fondamentale: fornire un punto di vista diverso. Se qualcuno crede a determinati fenomeni, può sperare che la propria sia una scelta consapevole solo dopo aver ascoltato anche le altre campane. Altrimenti si corre solo dietro ai propri bisogni e desideri.

Quali sono le difficoltà che hai dovuto superare per affrontare in maniera critica questa presunta vicenda soprannaturale?

Trovo che dare il proprio contributo per ristabilire la verità dei fatti, in relazione ad un fenomeno del genere, sia un’esperienza esaltante, di fronte alla quale qualunque eventuale difficoltà diventa secondaria.

Il CICAP ritiene che ogni affermazione sul paranormale, compreso quello religioso, debba essere supportata da prove che reggano ad una verifica scientifica. C’è qualcosa di quanto accade a Medjugorje – mi riferisco alle apparizioni e ai miracoli, più che alla fede – che sia suffragato da prove certe?

Chi non ha idea di cosa sia il metodo scientifico risponderebbe di sì, perché – si dice – gli esami condotti sui “veggenti” avrebbero provato l’inspiegabilità del fenomeno. In realtà, i test sono stati eseguiti da gruppi autocostituiti di medici, perlopiù coinvolti spiritualmente nel fenomeno. Non esiste un solo congresso scientifico o rivista scientifica qualificata in cui sia stata ammessa la discussione di questi “eccezionali” risultati, come sarebbe invece accaduto se i protocolli seguiti e l’interpretazione degli esiti fossero stati giudicati almeno accettabili dal punto di vista scientifico.

Riguardo alle guarigioni, c’è da fare un discorso di ordine generale: come è stato evidenziato da medici del Comitato Medico Internazionale di Lourdes, ad esempio i professori André Trifaud e Claude Kenesi, o dal presidente della Consulta Medica che lavora per la Congregazione per le Cause dei Santi, il dottor Patrizio Polisca, i progressi scientifici degli ultimi cinquant’anni ci hanno fatto comprendere che la scienza non può emettere giudizi definitivi su guarigioni che ad oggi appaiono non spiegate e nessun medico serio le utilizzerebbe come prova di alcunché. Pertanto – essi aggiungono – vedere in una guarigione un intervento divino è e rimane un libero atto di fede.

Tu sei l’unico ad aver puntato l’indice sul «conflitto di interessi» dei veggenti. Puoi spiegare meglio questa tua tesi? Hai qualche stima sul fatturato che gira attorno ai fenomeni mariani di Medjugorje?

Dei sei presunti veggenti, cinque sono attualmente titolari di alberghi dove alloggiano pellegrini. Il caso più clamoroso è costituito dal Magnificat, gestito dalla veggente Marija Pavlovic e inaugurato nel 2012, una grande struttura da 120 posti letto.

In mancanza di una approvazione ufficiale da parte della Chiesa, che al momento non c’è, se le “apparizioni” cessassero l’interesse dei pellegrini che oggi si recano sul posto – oltre un milione l’anno, per il 70 % italiani – certamente diminuirebbe. I veggenti perderebbero le proprie fonti di reddito. Mi sembra un fatto incontestabile.

Riguardo alla seconda domanda, posso solo riportare i dati elaborati dal ricercatore croato Vencel Culjak (il quale fa comunque presente che i calcoli sono resi difficili dal fatto che circa il 70% degli esercenti e degli albergatori di Medjugorje operano ‘in nero’).

Secondo le sue stime, dal 1981 al 2013 i pellegrini avrebbero speso a Medjugorje – tra gadget, alberghi e ristoranti – 2,85 miliardi di euro. I francescani che gestiscono la parrocchia avrebbero invece beneficiato di donazioni per 290 milioni di euro.

C’è anche da rilevare che negli ultimi sei anni a Medjugorje si è registrato un calo di presenze del 20%, utilizzando come parametro di riferimento il numero di comunioni distribuite, comunicato annualmente dalla parrocchia.

L’idea che mi sono fatto io scrivendo questa inchiesta è che l’unico mistero di Medjugorje è come fa tanta gente a crederci. Tu che risposta ti sei dato?

Già nell’antichità greco-romana intellettuali come Demostene e Cesare constatavano che gli uomini, in qualunque campo, tendono a credere vero ciò che desiderano.

Oggi le più recenti scoperte nel campo della psicologia sociale e delle scienze cognitive hanno però spazzato via l’idea che per aderire ad una credenza inverosimile sia necessario essere soggetti facilmente manipolabili.

Ci si avvicina a certe credenze sulla base di un ragionamento apparentemente razionale (ma in realtà fallace): ci sono tante persone che ci credono, alcune anche intellettualmente preparate, in tv se ne parla, quindi forse ci si può fidare.

Quando poi il soggetto verifica che la credenza a cui si sta avvicinando gli fornisce il benessere psicologico di cui sentiva di aver bisogno, ritiene di aver avuto una prova esperienziale e di prima mano, quindi indiscutibile. Tutto ciò ha però un prezzo: a partire da quel momento, egli crederà acriticamente a qualunque cosa gli venga detta da chi ha interesse (non necessariamente economico) a mantenere in vita e rafforzare la credenza stessa.