Un modello di stile e di pensiero: l'importanza di Galilei nell'opera leopardiana

Intervista al Professor Gaspare Polizzi

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Galileo Galilei
Prof. Polizzi, Galileo Galilei è un riferimento filosofico-scientifico significativo nell’opera di Giacomo Leopardi. Lei ha dedicato al tema studi molto importanti, imprescindibili per un approfondimento in questa direzione. Quali fonti hanno permesso a Leopardi di entrare in contatto con il pensiero di Galilei?

Nella Biblioteca di Casa Leopardi non mancavano fonti dirette o indirette per la conoscenza della figura e dell’opera di Galilei. Innanzitutto Leopardi possedeva le Opere di Galileo Galilei divise in quattro tomi nell’edizione approvata dal Sant’Uffizio e curata da Giuseppe Toaldo, pubblicata a Padova nella Stamperia del Seminario nel 1744, che per la prima volta comprendevano anche il Dialogo sopra i due massimi sistemi.

Ma il primo contatto con Galilei il giovane Leopardi lo ebbe con i manuali di studio presenti nella Biblioteca di Casa Leopardi. Opere di teologia naturale come Lo spettacolo della natura di Noël-Antoine Pluche (nell’edizione del 1786), manuali astronomici come l’Histoire de l’astronomie moderne (1785) di Jean Sylvain Bailly, l’Abrégé d’Astronomie (1795) di Joseph Jérôme Le Français de Lalande e gli Elementi di Fisica Sperimentale (1796) di Giuseppe Saverio Poli e Vincenzo Dandolo, che nella Lezione III del primo tomo espongono un Breve Saggio di Cosmografia, ripreso con citazioni letterali nella Dissertazione sopra l’astronomia (1811). Ma anche opere letterarie come la grande Storia della letteratura italiana (1787-94) di Girolamo Tiraboschi, e filosofiche come il dialogo Della forza de’ corpi che chiamano viva (1752) di Francesco Maria Zanotti che nella Prefazione affronta un problema di stile che richiama espressamente l’efficacia della scrittura dialogica galileiana per la presentazione di una discussione scientifica (e sullo stile galileiano Leopardi avrà nello Zibaldone pagine di grande apprezzamento).

Quando possiamo individuare la prima presenza “galileiana” in Leopardi e in che forma?

Già con la lettura dello Spettacolo della natura di Pluche, essenziale – come lei ha ben dimostrato nel suo libro Il giovane Leopardi, la chimica e la storia naturale – per la stesura del Compendio di storia naturale (1812), tuttora inedito, e della Disputatio del 20 luglio 1812. E poiché la Dissertazione sopra l’astronomia è redatta nel 1811, si può ragionevolmente ipotizzare che quello sia stato il primo contatto del tredicenne Leopardi con Galileo.

Bisogna aggiungere che a quella data prendono forma in Leopardi la figura e l’opera di Galilei, sì importante nel pensiero scientifico moderno, ma più per l’impegno sperimentale che teorico. Rilevante, per esempio, ancora nella Storia della Astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII (1813), che mette a frutto in forma sistematica il sapere astronomico del giovane Leopardi, l’attenzione al telescopio e alle scoperte che ne sono derivate, con un’en-fasi metodologica sul rilievo del «concatenamento di cognizioni» per la comprensione della complessa realtà naturale. Mentre appare marginale, e non in contrasto con la vulgata cattolica, l’interesse per il processo. Peraltro viene mantenuta una lettura “convenzionalistica” del copernicanesimo, consentanea al pensiero religioso cattolico del tempo. E di Monaldo in particolare.

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Dialogo di Galileo Galilei (Firenze, 1632)
La Crestomazia della prosa, pubblicata nel 1827, è tuttavia l’opera leopardiana più rappresentativa del pensiero di Galilei: un’antologia di brani selezionati dal poeta, che registra una cospicua rilevanza di passi galileiani. Quali criteri avrebbe seguito Leopardi nelle scelte?

La citazione del nome «Galilei», senza ulteriori indicazioni, al posto n. 14 dell’VIII Elenco di letture, databile alla primavera-estate del 1824 sembra rinviare a una selezione di fonti che costituirebbe una prima scelta di autori da inserire nella Crestomazia della prosa e segnala comunque un richiamo di lettura recente o della sua conclusione. La Crestomazia della prosa testimonia al massimo grado la consapevole e ormai diretta conoscenza dell’opera di Galilei, e il ruolo centrale che assume un Galilei reso modello di “filosofo speculativo”. La quantità dei brani trascelti dagli scritti galileiani, con selezioni dal Saggiatore, dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo e da opere minori e lettere (tutte raccolte nell’edizione delle Opere del 1744) – ben 17, 16 dei quali per la sezione Filosofia speculativa e uno per gli Apologhi – non soltanto rende Galilei l’autore maggiormente presente nella Crestomazia (insieme a Gasparo Gozzi, seguìto con 14 brani da Torquato Tasso e da Annibal Caro), ma anche il più rappresentativo nell’ambito della Filosofia speculativa.

Leopardi apre la sezione Filosofia speculativa della Crestomazia della prosa con un passo tratto dal libro III di Della forza de’ corpi che chiamano viva di Francesco Maria Zanotti, intitolato Idea del filosofo perfetto. Che relazione inter-corre tra il brano e la maggiore presenza di testi galileiani nella sezione?

La scelta di brani galileiani nella Crestomazia della prosa costituisce anche la prima antologia di prose di Galilei che, come è noto per la lettera del 27 dicembre 1826 Ad Antonio Fortunato Stella, Leopardi aveva pensato di pubblicare a sé come «librettino molto importante». Essa è introdotta dal lungo passaggio tratto dal libro III di Della forza de’ corpi che chiamano viva di Francesco Maria Zanotti, intitolato, con piena adesione allo spirito dell’autore, Idea del filosofo perfetto. Il filosofo perfetto in ultima istanza rappresenta lo stesso Leopardi, ma è identificabile con Galilei, il “personaggio concettuale” del quale sono antologizzati i brani nella Filosofia speculativa. Il processo di identificazione viene accentuato dalla scelta della prima persona e dalla cancellazione di ogni traccia dialogica: in tutti i passi trascelti la scelta diegetica presenta la voce dell’autore (ovvero, in definitiva, del curatore). Inoltre il brano immediatamente successivo al ritratto zanottiano del filosofo perfetto è programmaticamente intitolato Della miglior filosofia speculativa ed è ricavato dal Saggiatore.

La Filosofia speculativa è il fulcro teorico della Crestomazia e in essa – a mio avviso – si ritrova il dispiegamento del pensiero leopardiano a questa data; il fulcro della filosofia speculativa è costituito dal pensiero di Galilei, o meglio da quelle selezioni sapientemente manipolate del pensiero galileiano che Leopardi fa divenire consonanti con il proprio. Vi si trovano il relativismo, il sensismo, il naturalismo e una visione apertamente anti-antropocentrica del cosmo. La «miglior filosofia speculativa» si trova in linea con quanto asserito da Francesco Maria Zanotti a proposito del filosofo perfetto, che dovrebbe unire «tutte le perfezioni di Cartesio e di Leibnizio» con «le rare e maravigliose cognizioni di Neuton». Si può quindi dedurre che nei passi galileiani della Crestomazia si ritrova il momento più alto della presenza del pensiero di Galilei in Leopardi e della sintonia che Leopardi stabilisce con Galilei. Con delle forzature legate alle proprie idiosincrasie. Un esempio per tutti. La metafora famosa del Saggiatore sul «gran libro della natura» non verrà citata: non è presente nella Crestomazia il riferimento alla «lingua matematica», intesa da Galilei come mezzo necessario allo studio della natura. Nella diffidenza profonda nei riguardi della ragione matematica trovo il motivo principale per la mancata scelta leopardiana di una tra le più celebri assunzioni di Galilei.

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Rispetto alle opere del Recanatese più note al grande pubblico, come si manifesta la presenza galileiana?

Il quadro empiristico e osservativo delle riflessioni galileiane è pienamente condiviso da Leopardi, che lo arricchisce con le integrazioni gnoseologiche e psicologiche prodotte nel contesto del tardo illuminismo, dei sensisti e degli ideologi.

L’esame dei pensieri dello Zibaldone che concernono Galilei, oltre a comprovare tale assunto, consente di apprezzare il giudizio leopardiano intorno al Galilei scrittore, modello di stile e di pensiero, e a ricostruire i tasselli della corrispondenza tra le annotazioni private dello Zibaldone e il riconoscimento pubblico tributato nella Crestomazia.

L’ultima citazione zibaldonica di Galilei si legge il 2 aprile 1827 (Zib 4268-4271). Essa conferma e consolida il riconoscimento della sua superiorità sia scientifica che letteraria, e chiude – per quanto ci è consentito accertare – un confronto con l’opera galileiana che si risolve in un progressivo incremento di interesse e di valore, un confronto iniziato nello Zibaldone già nel 1818 e sviluppatosi fino agli ultimi anni di composizione dello «scartafaccio», comprovato con forza dalla qualità e dal rilievo attribuito a Galilei nella Crestomazia. Un confronto decisivo per lo stile e per il pensiero di Leopardi, per la sua «magnanimità e di pensare e di scrivere», molto vicina a quella di Galilei.

Anche Monaldo Leopardi si confronta con Galileo Galilei: quale posizione assume in merito?

Ho accennato a una presenza in chiaroscuro, che non pone in luce il significato del processo a Galilei, e che può in parte essere compresa nel confronto tra le letture galileiane di Giacomo e le pagine dedicate dal padre Monaldo a Galilei in anni in cui Giacomo, ormai lontano da Recanati, non mostra più di interessarsi allo scienziato pisano. Giacomo conosce gli scritti del padre e vuole prenderne le distanze. Nel verso del titolo collettivo che precede il frontespizio dei suoi Canti stampati dallo Starita a Napoli si legge: «L’autore dichiara che le Considerazioni sopra la Storia ultima del Botta scritto di Monaldo dove è ben presente la figura di Galilei , ristampata in questa città, ed altri scritti di quel genere, che corrono per l’Italia, non sono suoi». Anche Monaldo non ignora le scelte galileiane pro-poste dal figlio sette anni prima nella Crestomazia della prosa, segnalata da Carlo Antici su «La Voce della Ragione». E forse proprio per questo il tono della sua condanna del sistema galileiano e delle sue conseguenze filosofiche e teologiche è durissimo.

Si potrebbe pensare a un conflitto a distanza che, con l’occasione di discutere della legittimità del sistema galileiano, tocca uno dei punti focali del dissidio tra padre e figlio: l’accettazione o meno della fede cristiana e della centralità della Sacra Scrittura rispetto alle verità dei filosofi. Queste poche indicazioni indirette possono costituire un ulteriore elemento a conferma dell’ipotesi, che ho variamente proposto (soprattutto in Galileo in Leopardi, Le Lettere, Firenze 2007), sulla “difficoltà” di Giacomo nell’affrontare la questione del processo a Galilei, e nel rendere pubblicamente allo scienziato pisano quel posto centrale nella cultura italiana che privatamente aveva riconosciuto con certezza, per stile e per pensiero.