L'Americh. Tracce del Nuovo Mondo nelle Profezie di Nostradamus?

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  • 29-01-2020
  • di Paolo Cortesi
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Nelle sue Prophéties, Nostradamus ignora quasi completamente il Nuovo Mondo. Eppure, quando escono i suoi volumetti di profezie (1555-1558), sono in pieno svolgimento l’esplorazione e la colonizzazione del Continente Americano.

Il XVI secolo si apre proprio (1500) con il viaggio di Pedro Alvares Cabral alle coste del Brasile. Nel 1508 Pinzón e Solis raggiungono il Rio de la Plata. L’anno dopo, Sebastiano Caboto è a Terranova. Nel 1514 Hernando de Soto raggiunge Mississippi e Arkansas; nel 1525 Estêvão Gomez esplora la Florida.

Nel 1519 Magellano parte per il primo giro del mondo e Cortez sbarca nel Messico. Pizarro arriva nel 1532 nel Perù che conquisterà e devasterà l’anno successivo. Nel 1534 il francese Jacques Cartier raggiunge il Canada; nel 1536 Pedro de Alvarado fonda le città di Lima e Quito; nel 1545 sono scoperte le grandiose miniere d’argento di Potosí (ne riparleremo).

Nel 1541 Francisco Orellana entra nella foce del Rio delle Amazzoni.

Nostradamus cita espressamente l’America una sola volta nelle sue Profezie: in X.66 si legge l’Americh (che il veggente fa rimare con Antechrist!).

Occorre tuttavia aggiungere che l’indifferenza di Nostradamus verso il Nuovo Mondo non era unica ed eccezionale: altri studiosi dettero poca importanza alle nuove grandi scoperte geografiche, per una sorta di resistenza culturale che impediva loro di abbandonare le antiche certezze geografiche per rivoluzionare la mappa del mondo che avevano appreso dal venerato Tolomeo.

Lo storico Jacques Heers parla di «una specie di rifiuto» da parte dei dotti di riconoscere il nuovo aspetto del pianeta: «l’idea di un mondo a sé stante, quindi di un continente, di una grande terraferma compatta che, essendo priva di stretti, sostanzialmente sbarrava il cammino verso l’Asia, si impose solo con lentezza». (Heers 1993, p. 119)

E Samuel Morison, il celebre biografo di Colombo: «La notizia (della scoperta delle Americhe, N.d.A.) sembra aver suscitato assai scarso interesse, fuori dell’Italia e della penisola iberica». (Morison 1985, p. 387)

Come è tolemaico in astronomia, così in geografia Nostradamus è fedele alla concezione arcaica della terra divisa in tre parti: Europa, Africa e Asia.

Tuttavia, sappiamo come agisce nel veggente provenzale il meccanismo della profezia: egli elabora i dati forti del suo presente (guerre, invasioni, epidemie, catastrofi naturali, fenomeni celesti eccezionali, ecc.) e li coniuga al tempo futuro, esasperandone i caratteri più spaventosi. Nostradamus mostra di non conoscere altra modalità previsionale: il futuro è la proiezione deformata, enfatizzata e gigantesca del suo presente: sebbene dichiari di lanciare la sua visione nel più remoto futuro, Nostradamus è per così dire condannato a volgere sempre lo sguardo al suo presente ed anche al suo passato (probabilmente spinto a ciò dal concetto di storia ciclica, certificato dalla Bibbia, Ecclesiaste I, 9-10). Talvolta si rifà ad eventi di un passato piuttosto distante, come nel caso - ad esempio - della quartina VIII.72, in cui viene profetizzata (!) la battaglia di Ravenna, combattuta l’undici aprile 1512, cioè 46 anni prima della pubblicazione della profezia.

Nostradamus, come i profeti di ogni tempo, scrive il copione della storia futura utilizzando protagonisti illustri e vicende rilevanti che conosce. Dunque, è ragionevole chiederci se un evento così epocale come la scoperta del Nuovo Mondo abbia trovato nelle Profezie qualcosa di più di quel minimo accenno in una quartina oscura. Possiamo esaminare le Profezie cercando tracce americane, autorizzati a questa indagine dal fatto che Nostradamus trasforma in profezia gli eventi più suggestivi del suo tempo e, nonostante il suo misoneismo, egli è stato, per così dire, costretto ad occuparsi del nuovo continente a causa della sua eccezionalità.

Alcuni versi profetici di Nostradamus sembrano avere qualche relazione con le Americhe. Occorre esaminarli con molta cautela, per non cadere nell’errore di chi trova sempre nelle profezie ciò che crede di potervi trovare. Una leale e continua adesione al testo deve essere guida e garanzia della nostra lettura che, comunque, non è niente più che una possibile pista di ricerca.

Una quartina che sembra ispirata alla navigazione oceanica di Colombo è la I.30:

La nef estrange par le tourment marin
abourdera pres de port incongneu,
nonobstant signes de rameau palmerin
apres mort, pille: bon avis tard venu.

La strana nave per il tormento marino (tempesta)
attraccherà a porto sconosciuto,
nonostante segni di ramo di palma
dopo morte, saccheggio: buon avviso arrivato tardi.

Se considerassimo questi versi solo come composizione poetica (ciò che si dovrebbe fare molto più spesso leggendo Nostradamus), commenteremmo senza troppa incertezza che la nave è strana perché solca mari che mai videro prima imbarcazioni europee. E il porto è definito sconosciuto perché nel Vecchio Mondo se ne ignorava l’esistenza. Al terzo verso, i segni di ramo di palma ricordano gli avvistamenti di piante galleggianti che per i marinai sono indizi di terra vicina. E si tratta di rami di palma: Colombo fin dalla sua prima relazione della scoperta a don Gabriel Sanchis, tesoriere dei reali di Spagna, segnala che le nuove isole sono lussureggianti di «sette od otto specie di palme notevoli per altezza e per bellezza».

Secondo la tipica struttura delle quartine, anche questa mescola elementi reali e storici con truculente visioni del futuro: l’ultimo verso annuncia morte e saccheggio per un avviso (avvertimento? notificazione?) arrivato troppo tardi.
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Fontana a Saint Rémy de Provence.


La I.53 è molto interessante in una possibile dimensione americana:

Las qu’on verra grand peuple tourmenté
et la loy saincte en totale ruine
par aultres loyx toute Chrestienté,
quand d’or d’argent trouve nouvelle mine.

Allorché si vedrà grande popolo in preda ai tormenti
e la legge santa in totale rovina
per altre leggi tutta la Cristianità,
quando d’oro (e) d’argento scoperta nuova miniera.

I primi tre versi sono in perfetto stile nostradamico: prevedono sciagura e decadimento della santa religione (a quale pensasse il mago, se la religione cattolica o quella protestante, è un problema aperto che qui non è il caso di toccare).

Ma al quarto verso si parla di una nuova miniera, e l’immagine ci riconduce alla scoperta delle grandiose miniere d’argento peruviane del Potosí, la cui produzione annua raggiunse i 266.200 chilogrammi, contro i 60.000 che formavano l’intera produzione europea. (Luraghi 1964, p. 148)

Un tale fiume d’argento (e d’oro: l’America del Sud ne forniva 5.400 chilogrammi annui, più del doppio dell’intera produzione africana) non poteva non suscitare l’emozione e l’interesse degli intellettuali europei.

Ultima cosa: Nostradamus scrive di una nuova miniera (nouvelle mine) solo qui, nella I.53.

Nelle Profezie, la locuzione terre neuve/neufve (terra nuova) appare tre volte: II.89, III.97 e VIII.74; vi si allude all’America, a quel tempo terra nuova per eccellenza?

Nella prima quartina, si parla di due grandi maestri (deux grandz maistres) che saranno sollevati da un giogo (du iou) ed il loro potere si vedrà aumentato; di seguito la terre neufve sera en ses haults estres: la terra nuova sarà al suo culmine.

La III.97 contiene versi che si possono riferire, come ipotesi aperta, alla conquista del Nuovo Mondo: Nouvelle loi terre neuve occuper (Nuova legge terra nuova occupare).

La terra nuova è il nuovo continente scoperto, che viene sottoposto alla nuova legge, quella portata dai dominatori spagnoli e portoghesi.

E ancora:

Le grand empire barbare corruer (Il grande impero barbaro crollare); possiamo riferire questa visione alla fine violenta dei regni autoctoni? Per Nostradamus, ovviamente, come per tutti gli europei del XVI secolo, erano soltanto barbari.

Quando la III.97 viene pubblicata (maggio 1555), il Perù era da ventidue anni sotto la dominazione spagnola, ed il Messico da ventitré, con il nome di Nuova Spagna.

Ma anche questa quartina, che sembra di esplicita ambientazione americana, è ambigua e Nostradamus, come fosse incapace o timoroso di gettare il suo sguardo oltre le Colonne d’Ercole, nel verso seguente torna al bacino del Mediterraneo: Vers la Syrie, Iudée & Palestine (Verso la Siria, Giudea e Palestina).

Nella VIII.74 leggiamo dell’arrivo di un Re in terra nuova accolto dai sudditi; ma la sua mancanza di fede (alla parola data?) ai cittadini (abitanti della città) terrà luogo di festa e raccoglimento:

En terre neuve bien avant Roi entré,
pendant sujets lui viendront faire accueil:
sa perfidie aura tel rencontré
qu’aux citadins lieu de fete et recueil.

(Seguo la lettura di Jean-Paul Clébert).

Forse Nostradamus profetizza ciò che all’epoca non era mai accaduto e che sembrava poco probabile: un sovrano europeo si sarebbe recato nel Nuovo Mondo in visita ai suoi lontani sudditi.
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Statua di Nostradamus, Saint Rémy de Provence. ©Clément Bardot - Opera propria, commons.wikimedia


Tra il Vecchio e il Nuovo Mondo c’era di mezzo l’Oceano: Nostradamus lo cita cinque volte, non molto soprattutto se paragonato ad altri nomi geografici: il fiume Rodano, ad esempio, è citato sedici volte; ma il Rodano è il fiume della Provenza, la terra del veggente di Salon...

La parola Ocean/Oceane compare soprattutto nella terza Centuria: II.68, III.1, III.9, III.90, IX.48.

Questo dato sostiene la tesi per cui l’opera profetica di Nostradamus ha diverse caratteristiche tipiche delle opere letterarie, tra cui il condensarsi di nuclei tematici.
La II.68 presenta un bel verso tutto di sapore atlantico:

Sus l’Ocean sera la porte ouverte
(Sull’Oceano sarà la porta aperta).

Nella quartina si fa riferimento a Londra, che tremerà per una vela scoperta.

Nella III.1 si prevede un grande combattimento navale che metterà il grande Oceano in terrore. (Metant le grand ocean en effroy).

Nella III.9 le città unite di Bordeaux, Rouen e La Rochelle terranno il grande mare Oceano. Bordeaux e La Rochelle sono sul Golfo di Biscaglia ed effettivamente rivolte all’Oceano Atlantico; Rouen non è porto di mare dato che si trova nell’entroterra, a nord ovest di Parigi. Ma, come sappiamo, spesso Nostradamus unisce con i più varii pretesti città lontane, anche lontanissime.

Di un dono presentato a quelli dell’Oceano (don presenté à ceux de l’Ocean) si legge nel secondo verso della III.90; il primo contiene due nomi di misteriosi personaggi: Le grand Satyre & Tigre d’Hircanie; Il grande Satiro e la Tigre d’Ircania.

Nella mitologia classica, i Satiri erano genii inferiori dei boschi, dei monti e delle acque, personificazioni della aggressiva libidine che cercavano di sfogare a danno delle Ninfe.

Ircania è il nome antico di una regione della Persia.

Si cita anche un porto Tyrren Phocean che è un rompicapo, poiché Nostradamus con Phocen indica Marsiglia, città fondata da marinai che provenivano da Focea; ma Marsiglia non è sul Tirreno.

Del resto, sapere esattamente quali città sono indicate non è importante; lo è invece rilevare che anche in questa quartina la citazione dell’Oceano è come mescolata tra altri toponimi che, per così dire, la nascondono, la confondono, la normalizzano. Sembra quasi che, per Nostradamus, la mitologia serva a rendere accettabile l’evocazione di luoghi e spazi remotissimi, e soprattutto nuovissimi.

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La IX.48 è una profezia meteorologica:

La grand’ cité d’Ocean maritime
environnée de marets en christal:
dans le solstice hyemal & la prime,
sera tentée de vent espouvantal.

La grande città marittima d’Oceano
circondata da paludi in cristallo (gelate)
nel solstizio d’inverno e la primavera
sarà messa alla prova da vento spaventoso.

Ma si tratta di una città europea affacciata sull’Oceano, o è invece una città del Nuovo Mondo?

Non è possibile saperlo con certezza. È uno dei tantissimi casi in cui Nostradamus è un oracolo che parla solo con la voce altrui.

Riferimenti bibliografici

  • J.-P. Clébert. 1981. Nostradamus mode d’emploi. Paris: J C Lattès.
  • P. Cortesi. 2018. L’officina di Nostradamus. Roma: Carocci editore.
  • G. Dainelli. 1962. I conquistadores. Torino: Utet.
  • J. Heers. 1993. La scoperta dell’America. Genova: Ecig.
  • E. Leoni. 1982. Nostradamus and his Prophecies. New York: Bell Publishing Company.
  • R. Luraghi. 1964. Ascesa e tramonto del colonialismo. Torino: Utet.
  • S.E. Morison. 1985. Cristoforo Colombo ammiraglio del Mare Oceano. Bologna: il Mulino.
  • Nostradamus. 2003. Profezie. Cura e traduzione di Paolo Cortesi. Roma: Newton Compton editori.