La memoria dell'acqua

Dieci anni dopo è ancora polemica

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  • 24-08-2002
  • di Pietro Greco

Jacques Benveniste come Alfred Dreyfus? Un onorato direttore di ricerca ingiustamente e ottusamente perseguitato nella Francia di fine Novecento, come lo fu l'onorato ufficiale dell'esercito nella Francia di fine Ottocento?

Sembrerebbe di sì, considerato lo spazio, due pagine intere per tre giorni di fila, che Le Monde ha dedicato, tra il 21 e il 23 gennaio 1997, all'affaire Benveniste. Presentato come il caso di un biochimico irriso e cacciato dal Pantheon della scienza ufficiale per aver osato proporre una ipotesi scientifica rivoluzionaria nota come "memoria dell'acqua".

Va detto subito che il J'accuse del quotidiano parigino non tocca, né per capacità letteraria, né per valore documentario, le vette, ben più alte e solide, del capolavoro pubblicato nel 1898 da Emile Zola. E non darebbe davvero conto il parlarne, se non ponesse, e non rappresentasse esso stesso, una questione importante di sociologia e di comunicazione della scienza.

Tutto nasce il 22 maggio del 1996, quando Le Monde ospita una libera opinione di Jacques Benveniste, in cui il biochimico ripropone la sua verità scientifica e accusa quella setta di inguaribili razionalisti che domina la scienza francese di rifiutare l'evidenza e di perseguitarlo con zelo oscurantista. La libera opinione di Benveniste suscita l'immediata reazione di due tra i più autorevoli membri della setta razionalista, insigniti di premio Nobel: il fisico Georges Charpak e il biologo François Jacob. I due, però, non si limitano a rispondere a quel che definiscono il delirio di Benveniste. Ma se la prendono anche con la redazione scientifica di Le Monde, colpevole di offrire spazio alla polemica, sempre più gratuita, di un signore che disonora la ricerca di Francia. Indignata, la redazione del quotidiano parigino assicura, a stretto giro di pubblicazione, che a cotanto insulto saprà rispondere con i propri mezzi. Passano sei o sette mesi e la risposta redazionale a Charpak e Jacob finalmente arriva. Sotto forma di un'inchiesta che occuperà, distribuita in tre giorni, ben sei pagine di Le Monde.

La questione, per nulla banale, di sociologia della scienza sollevata dalla querelle è: quando la tesi di un ricercatore esce dall'alveo del confronto di idee e della normale dialettica scientifica per diventare delirio? La questione, neppure lei banale, di comunicazione della scienza proposta da Le Monde è: quando lo spazio dato da un media alle eresie scientifiche cessa di essere informazione e stimolo culturale, per diventare comunicazione trash (spazzatura), concessione alla scienza-spettacolo o, addirittura, cedimento ammiccante all'irrazionalismo? Inutile dire che le domande non ammettono risposte certe e definitive. E che le due questioni sollevate vanno risolte caso per caso. Ma la storia dell'affaire Benveniste può aiutare a inquadrarle meglio. E ad attrezzare per saperli riconoscere e affrontare, quando si presentano sotto diverse e, a volte, accattivanti spoglie.

Vale la pena di ripercorrerla, dunque, la vicenda di questo affaire, sia pur in breve, per cercarne il succo (v. anche: Bollettino del CICAP, n. 1, anno 1, 1989, n.d.r.). Inizia il giorno, il 30 giugno 1988, in cui la rivista scientifica Nature, una delle più note e prestigiose al mondo, pubblica un articolo sulla "Degranulazione dei basofili umani indotta da una soluzione altamente diluita dell'anticorpo anti-IgE". L'articolo è firmato, tra gli altri, da Jacques Benveniste, direttore dell'Unità 200 dell'INSERM, una delle maggiori istituzioni scientifiche francesi. Vi si afferma che un effetto molecolare (la degranulazione dei basofili) è stato conseguito grazie a una soluzione acquosa così diluita da non contenere neppure una sola delle molecole (gli anticorpi) che normalmente lo producono. Insomma, è come dire che un uomo caduto in mare è stato divorato non da uno squalo, ma dall'acqua che una volta ha ospitato un pescecane e che ha conservato memoria della sua voracità. Incredibile. E infatti l'articolo, che pure ha superato la barriera della peer review, la revisione esperta da parte di anonimi colleghi, è accompagnato da una nota di John Maddox, l'allora direttore di Nature, intitolata: "Quando credere all'incredibile". Nella nota il direttore non si dice affatto convinto dall'articolo, che pure ha pubblicato.

E annuncia una sua visita diretta a Clamart, presso il laboratorio di Benveniste, dove l'incredibile è accaduto. Per verificare se l'acqua dell'Unità 200 dell'INSERM ha una memoria di pescecane anche quando è sotto verifica esterna. Prima che Maddox muova da Londra alla volta di Clamart per la sua ispezione, con una intempestività autolesionista che, da allora in poi, ne caratterizzerà spesso il comportamento, Jacques Benveniste fa in tempo ad andare a Strasburgo ad annunciare, a un recettivo congresso di omeopati, che la sua acqua, rivoluzionando il sapere fisico e chimico accumulato in tre secoli di storia della scienza, si comporta proprio come se conservasse memoria della molecola che vi ha nuotato dentro. La scoperta, incredibile, ha ora anche una sua, non meno incredibile, teoria. Può l'acqua avere una memoria? E può un uomo in carne e ossa essere divorato dalla memoria che uno squalo ha scolpito nell'acqua? La memoria dell'acqua è ormai un caso mondiale, mentre Maddox bussa alla porta del laboratorio di Benveniste, accompagnato da due insoliti personaggi entrambi americani: Walter Stewart, esperto in frodi scientifiche, e James Randi, I'ex prestigiatore che si occupa a tempo pieno dell'indagine dei fenomeni paranormali. In breve: il 28 luglio 1988 Nature pubblica un resoconto dell'ispezione con un titolo che non lascia adito a dubbi: "Alta diluizione, un'illusione". Maddox sostiene che Benveniste non è riuscito a ripetere l'esperimento con successo. Che Stewart e Randi hanno trovato svariate irregolarità nelle procedure di laboratorio.

E che, dulcis in fundo, lui stesso ha scoperto che la ricerca del biochimico francese è stata finanziata con i soldi di un'azienda di prodotti omeopatici. Deduzione: la memoria dell'acqua esiste solo nella mente fertile e filo-omeopata di Benveniste. Il francese replica con quello che sarà il leit-motiv del suo futuro argomentare: che altri tre laboratori, a Milano, in Israele e in Canada, hanno effettuato il suo stesso esperimento, ottenendo i medesimi risultati; che lui non è riuscito a fare altrettanto in presenza di Maddox solo perché stressato; che è indignato per il solo sospetto che i suoi risultati omeopatici possano essere stati influenzati, come dire, dai soldi degli omeopati.

Jacques Benveniste non è uno qualsiasi. È un biochimico con un solido curriculum e piuttosto noto: è lo scienziato più citato dell'Accademia di Francia. Ma non lasciarsi sfiorare dal dubbio di aver commesso un errore e pretendere di rivoltare come un guanto la fisica, la chimica e la biologia note senza l'onere della dimostrazione certa e inequivocabile, beh, è un po' troppo anche per lui. In Francia, come nel resto del mondo, quasi nessuno lo crede. Molti suoi compatrioti sostengono che un ricercatore di così alto grado con un simile comportamento porta disonore alla scienza di Francia. Il direttore dell'INSERM, Philippe Lazar, ha un bel daffare per evitare che Jacques Benveniste sia costretto a lasciare la direzione dell'Unità 200. La vicenda potrebbe considerarsi conclusa nell'ambito della normale dialettica scientifica, che prevede anche serie controversie, se Jacques Benveniste accettasse il verdetto della comunità a cui appartiene. Ma lui non è uomo che si tiri indietro. Va sbandierando ai quattro venti e su molti più giornali che la scienza ufficiale è conservatrice, che non vuole accettare la sua rivoluzionaria scoperta e che lui è sempre pronto a dimostrare le sue ragioni a chiunque abbia mente aperta e un minimo di animo sgombro.

La polemica è tale che Benveniste nel 1992 lascia l'INSERM e, con esso, la direzione dell'Unità 200. Ciò non toglie che Georges Charpak, fisico e premio Nobel, unanimemente considerato uomo in possesso delle caratteristiche richieste da Benveniste si dica disposto a verificare, nel suo laboratorio, le prove sperimentali a favore della memoria dell'acqua. L'esperimento avviene nel 1994 con un esito, ancora una volta, disastroso per Benveniste. Che, ancora una volta, si giustifica dicendo: non sempre gli esperimenti biochimici sono ripetibili; lui si è sentito stressato; in altro laboratori il test è riuscito. In breve, il rapporto che Benveniste ha con Charpak e con l'intera scienza francese si deteriora definitivamente e tracima sui giornali. Assumendo toni accesissimi. Jacques Benveniste non si sente indotto dalle circostanze a una prova di umiltà e a ricercare forme più riproducibili della verità in cui crede, ma rincara sia la vis polemica sia la fantasia teoretica. Sostenendo da un lato di essere la vittima designata di una setta razionalista che si è impossessata della scienza ufficiale francese e non vuole prendere atto della sua straordinaria scoperta; e dall'altro che per conferire all'acqua memoria di sé non serve neppure entrare in contatto con le sue molecole: basta inviarle, anche via telefono, le proprie impronte elettromagnetiche.

La memoria dell'acqua a questo punto cessa di essere un'eresia scientifica, cioè l'ipotesi minoritaria di uno scienziato che pur sentendosi isolato non rinnega il metodo scientifico di verifica, per diventare quello che un inviperito Georges Charpak definisce "un delirio senza limiti".

Se questo limite, come sembra, è stato oltrepassato, quale deve essere allora l'atteggiamento della redazione scientifica di un giornale importante come Le Monde? Evocare la libertà di opinione e continuare a conferire dignità di eresia scientifica all'ipotesi di Benveniste? O prendere atto che il Rubicone è stato varcato e che la memoria dell'acqua non ha alcuna legittimità scientifica? Questo è quanto chiedevano Georges Charpak e François Jacob a Le Monde lo scorso mese di giugno.

E quell'inchiesta giunta solo a fine gennaio tanto lunga e tardiva quanto noiosa, priva di qualsivoglia elemento di novità, se non la cronaca aggiornata del reciproco scambio di epiteti, è solo la confusa risposta a una richiesta chiara di assunzione di responsabilità.

Pietro Greco

giornalista, redattore scientifico de l'Unità

da: Tempo Medico 19.3.97