E se fosse vero?

Come distinguere una leggenda da un fatto reale

Leggo sempre con molto interesse i suoi articoli sulle leggende metropolitane. Però un dubbio mi torna spesso in mente. È vero che in alcuni casi è stata fatta una verifica e quindi si può essere certi che una certa notizia non corrisponde a verità. In altri casi però questa verifica è impossibile o comunque non è mai avvenuta eppure si parla lo stesso con sicurezza di leggenda metropolitana. Mi sembra che certi fatti vengano considerati falsi solo perché molto insoliti o perché ripetuti a voce troppe volte. Non mi sembrano proprio condizioni sufficienti considerato che in realtà succedono effettivamente cose incredibili, magari una sola volta (e le ripetizioni potrebbero essere queste sì false) e di esse non c'è né prova certa che siano avvenute né prova certa che non siano avvenute. Faccio un esempio di attualità: il bambino ucciso dalla madre che lo ha messo in lavatrice. Se un ricercatore straniero venisse a conoscenza di un simile fatto senza alcun supporto documentale non sarebbe tentato di considerarlo clamorosamente falso? E quanti avvenimenti che non comportano conseguenze legali o comunque ufficiali possono succedere realmente per quanto incredibili siano senza lasciare tracce documentabili? Con questo non voglio dire che sia tutto vero ma non capisco come si possa dire che sia tutto certamente falso. Tanto più che in questo campo non vale la regola scientifica della ripetibilità dell'evento. Eventi sorprendenti di questo tipo possono verificarsi una sola volta. Grazie per l'attenzione.

Piergiorgio Minoli

Ho pubblicato per intero questa mail del signor Minoli perché le sue domande indicano temi che sono centrali per lo studio delle leggende urbane, come dimostra il fatto che sono stati e sono tuttora un oggetto importante di riflessione e discussione tra chi studia questo fenomeno sociale. Se si dovesse riassumere il senso ultimo della riflessione del lettore si potrebbe infatti dire che ruota intorno a una domanda chiave: cosa ci consente di dire che un certo racconto è una leggenda e non la narrazione di un evento reale? E, di conseguenza, quale definizione possiamo dare di "leggenda urbana" tale che sia possibile usarla anche in futuro per individuare una leggenda nel mare magnum delle informazioni che riceviamo ogni giorno dalle fonti più diverse?

Si tratta di temi che, come vedremo, hanno anche una valenza più generale, perché sollevano questioni rilevanti relative ai processi di autentificazione della verità sociale e di costruzione della realtà condivisa.

Per iniziare a rispondere propongo di dividere le leggende in due gruppi. Nel primo rientrano tutte quelle storie che contengono palesi e verificabili elementi di falsità. Gli esempi non mancano: da alcuni anni per esempio circola la voce che "Un cd-rom strategicamente posizionato in un'auto acceca l'autovelox perché rifrange il flash". La diffusione di questa leggenda può essere verificata molto facilmente: se ci si presta attenzione ci si renderà conto che nel corso di una giornata si incontrano almeno una decina di auto i cui proprietari si sono premurati di appendere un cd-rom allo specchietto retrovisore o sul lunotto posteriore della loro auto nella (vana) speranza di evitare di essere sanzionati per l'elevata velocità a cui viaggiano. In questo gruppo di leggende rientrano, per esempio tutte le catene nelle quali si sostiene che Microsoft regalerà del denaro (o Nokia e Erikson, dei cellulari) a chiunque faccia circolare fra i propri amici una mail. O ancora, ne fanno parte le tante leggende che attribuiscono alla Coca-Cola diverse proprietà, per esempio quella di corrodere gli oggetti lasciati per una notte immersi in questo liquido. Ciò che accomuna tutte queste storie è proprio il fatto che in tutti questi casi è teoricamente possibile una verifica diretta da parte di chi ascolta questi racconti (che peraltro non avviene quasi mai, ma questo è un altro discorso ancora) che gli consente di appurare che non sono veri.

Per un secondo gruppo di leggende, peraltro di gran lunga più numeroso, però, questa verifica è impossibile da realizzare perché si tratta di racconti relativi a eventi successi nel passato che di per sé potrebbero essere realmente accaduti. Non si può infatti escludere a priori, per citare una leggenda diffusissima, che non vi sia mai stato qualcuno che, scoprendo che la futura sposa lo tradisce col migliore amico, abbia deciso di rivelare la tresca di fronte a tutti i parenti riuniti il giorno del matrimonio. Né si può negare che possa essere esistita una persona sieropositiva che, dopo aver consapevolmente trasmesso il virus a qualcuno, gli faccia trovare scritto sullo specchio "Benvenuto nel mondo dell'AIDS".

L'unica cosa che è possibile fare è chiedere a chi ci racconta quella che sospettiamo essere una leggenda quale sia la sua fonte, contattare questa fonte e cercare di scoprire da chi ha saputo quella notizia, nella speranza di arrivare ad un primo motore della voce che sia in grado di dimostrarci la sua verità/falsità. Questa operazione, teoricamente fattibile, è però di fatto resa impraticabile dalla concreta impossibilità di risalire a quel primo motore, cosa che ha verificato chiunque abbia cercato di compiere questi passaggi. Peraltro, anche quando fossimo riusciti a dimostrare che una storia è falsa, scopriremmo presto che di quella storia esistono molte altre versioni nelle quali luoghi e protagonisti sono diversi. E chi può escludere che almeno una di quelle versioni non descriva un fatto realmente accaduto?

Del resto, come giustamente fa rilevare il lettore, la stranezza di una storia non è di per sé elemento sufficiente a farla classificare come leggenda. Cesare Bermani ha parlato da questo punto di vista di "estensione del verosimile": spesso la realtà supera di gran lunga la fantasia. Se è possibile, come scrive Minoli, che una madre uccida la propria figlia mettendola in lavatrice, perché non si dovrebbe credere che una baby-sitter metta il bambino che le è stato affidato sopra il gas per farlo addormentare o che una signora inserisca il cagnolino nel forno a microonde per farlo asciugare dopo il bagnetto? E in effetti ci si crede così tanto che queste leggende sono tuttora diffusissime!

Si può peraltro osservare che uno dei fattori che ha contribuito a determinare questa estensione del verosimile è proprio lo sviluppo scientifico e tecnologico perché ha reso possibili eventi che solo alcune decine di anni fa erano impossibili o addirittura impensabili. Oggi leggiamo sui giornali che la ricerca biotecnologia consentirà nel giro di pochi anni di praticare senza grossi problemi gli xenotrapianti, ovvero i trapianti di organi di specie differenti dalla nostra nel corpo umano. Ma basta chiedere (o chiedersi) cosa potrebbe significare vivere con il cuore di un maiale per comprendere come siamo davvero poco capaci di immaginare le conseguenze sul piano psicologico di queste innovazioni, tanto ci appaiono lontane da una rappresentazione condivisa di cosa sia il corpo umano.

La questione si complica ulteriormente se consideriamo tutte quelle leggende che raccontano di eventi che qualcuno può avere un interesse specifico a tenere nascosti. Prendiamo per esempio la leggenda, di cui ci siamo occupati anche su queste pagine, secondo cui McDonald's non utilizza carne di vitello per i propri hamburger. Quale probabilità di successo avrebbe una smentita di questa storia che venisse dall'Ufficio relazioni esterne di McDonald's stesso? Evidentemente nessuna, come peraltro dimostra l'inefficacia della campagna di comunicazione promossa dalla Procter & Gamble per smentire la voce secondo cui i suoi dirigenti avevano fatto un patto con il Diavolo per aumentare i profitti della Società, che era sancito dalla presenza nel simbolo della compagnia della sigla del demonio, il famigerato "666". Siamo ormai talmente abituati al fatto che le cosiddette fonti ufficiali mentano al "grande pubblico", che non possiamo certo fare ricorso al loro solo parere per determinare se una storia sia vera o falsa.

Si consideri, infine, un'ultima questione: capita anche che alcuni racconti che sono classificati come leggende originino in effetti da fatti veri, o che ne siano un'eco solo parzialmente deformata. Così, se è vero che nelle fogne di New York non si nascondono indisturbate colonie di alligatori come vorrebbe la notissima leggenda, è anche vero che le cronache dei giornali, soprattutto d'inizio Novecento, testimoniano del ritrovamento di un certo numero di coccodrilli per le strade della città, fatti veri che hanno alimentato una produzione leggendaria.

Ma se tutto ciò è vero, per tornare alle domande poste dal lettore, la verità o falsità di una storia è un criterio determinante per consentire di distinguere ciò che è leggenda da ciò che non lo è? Come è ormai probabilmente chiaro, la mia risposta è no, se per verità si intende la possibilità di determinare oggettivamente e con certezza se un certo evento si è o meno realizzato nelle modalità con cui viene narrato. Credo infatti che vi siano altri elementi da prendere in considerazione. In primo luogo l'esistenza di una tradizione narrativa che si alimenta di versioni differenti di una stessa storia che vengono veicolate in luoghi e contesti diversi. Una tradizione che una comunità di esperti riconosce essere caratterizzata da precisi elementi, seppure non sempre o contemporaneamente presenti. Dal punto di vista dei contenuti costituiscono buoni indicatori la comparsa di temi/simboli della tradizione folklorica o mitologica, l'anonimato dei personaggi e/o dei luoghi nei quali le vicende sono ambientate e, come si è detto, l'esistenza di un certo numero di varianti della storia. Dal punto di vista delle dinamiche, le leggende sono invece caratterizzate da una diffusione prevalentemente affidata a canali non ufficiali (il bocca a bocca o l'e-mail) e dall'impossibilità di rintracciare una fonte originaria del racconto. Come si vede i criteri empirici che propongo hanno un valore relativo, sia perché esistono numerosi racconti, pure ragionevolmente considerati delle leggende, che non li rispettano in maniera più o meno significativa, sia perché la valutazione finale del carattere leggendario di un racconto è demandata ad un gruppo specifico, quello degli esperti. I quali, per l'insieme delle considerazioni che sono state sviluppate sopra, costruiscono delle valutazioni che hanno carattere provvisorio e non assoluto, secondo una logica e modalità che però, a ben rifletterci, non sono del tutto aliene rispetto a quelle utilizzate nell'ambito delle cosiddette scienze naturali. O che perlomeno, nell'ambito dello studio delle leggende, rappresentano la migliore approssimazione sinora conquistata verso quell'ideale di verità cui ogni indagine scientifica tende.

Lorenzo Montali

Università degli Studi
Milano-Bicocca
Relazioni esterne CICAP

e-mail: montali@cicap.org