Omeopatia: L'arte di vendere acqua

I prodotti omeopatici, molto in auge in questi ultimi anni, hanno una composizione a dir poco curiosa: al di là degli eccipienti (che permettono di confezionare i preparati sotto forma di pastiglie, compresse effervescenti, creme, granuli o altro) essi contengono, come principio attivo, o una quantità irrisoria e inutile di molecole mescolate con acqua, oppure (ed è la maggioranza dei casi) esclusivamente dell'acqua pura e nient'altro.

L'omeopatia, dal punto di vista commerciale, è semplicemente l'arte sottile di vendere a prezzi esorbitanti dell'acqua pura, spacciandola per qualcosa che non è: una medicina. Il cosiddetto medico omeopata, sia per forma mentis che per modo di operare, è comparabile molto più a un mago stregone piuttosto che a un vero ricercatore di medicina: egli infatti, pur propinando ai suoi pazienti della semplicissima acqua, costituita dalle classiche molecole di H20 allo stato liquido, ritiene e cerca di far credere ai pazienti che tale acqua sia "magica", cioè diversa dall'acqua normale.

Per l'omeopata infatti, l'acqua che si sostituisce completamente al principio attivo dei suoi prodotti sarebbe qualcosa di possibile grazie a trattamenti magico-rituali che vengono eseguiti in fase di preparazione. Tali riti consistono di un particolare scuotimento delle boccettine omeopatiche: tale scuotimento prende il nome di "succussione" ed è ritenuto provocare la "dinamizzazione" dell'acqua. Il risultato di tale dinamizzazione, secondo le credenze degli adepti omeopati, sarebbe quello di fornire all'acqua (che ricordiamo rimane l'unico componente del preteso medicinale) una memoria, vale a dire la capacità di ricordare. In questo modo, per esempio, l'acqua omeopatica dovrebbe ricordare con quali molecole si è trovata a contatto nel procedimento di succussione, anche dopo che tali molecole siano completamente scomparse.

Al di là del fatto che tali idee da un punto di vista strettamente teorico rappresentano una totale assurdità, ciò che più conta è che anche dal punto di vista pratico la teoria omeopatica non si regge in piedi: i prodotti omeopatici infatti non hanno dimostrato di essere più efficaci dell'effetto placebo. Ciò significa che somministrare a un malato un prodotto omeopatico oppure un prodotto finto (tipo una pastiglia di amido) non cambia le sue probabilità di guarigione. Gli omeopati, insomma, non sono fino a oggi riusciti a dimostrare con alcun esperimento che la loro acqua, che presumono dotata di memoria, abbia effetti diversi dall'altra acqua, quella che non è stata né succussa nè dinamizzata.

Si badi bene che qui non si sta negando che vi possano essere delle persone che guariscono assumendo dei prodotti omeopatici; si sta però affermando che le percentuali di tali guarigioni non riescono a superare le guarigioni per effetto placebo e di conseguenza non sono attribuibili a una reale efficacia del preparato omeopatico.

Ci si potrebbe allora chiedere: com'è possibile che i prodotti omeopatici siano in vendita in molte farmacie italiane, se è vero che non hanno mai dimostrato un'efficacia maggiore di un semplice placebo? In altre parole, com'è possibile che i prodotti omeopatici siano venduti in farmacia pur non avendo mai superato alcun test di efficacia?

Il test che non c'è e la libertà di scelta terapeutica


Una risposta c'è: i prodotti omeopatici sono in vendita in farmacia perché, grazie a una legge europea varata appositamente in loro favore, a essi non viene richiesto (come agli altri farmaci) di superare sia il test di innocuità sia il test di efficacia, ma di superare solamente quello di innocuità. La proposta di direttiva della CEE (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 1/5/1990) parla chiaro: per essere registrati (e posti in vendita) i farmaci devono superare le prove di innocuità, qualità ed efficacia. Nel caso dei prodotti omeopatici si procede invece con la "registrazione semplificata": per essi "non è richiesta la prova dell'effetto terapeutico" (art. 4). Tale direttiva venne recepita dal parlamento italiano nel febbraio del 1994 e si tramutò in legge il 6/6/1995.
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I prodotti omeopatici, dunque, "possono essere registrati senza ottemperare alle esigenze di registrazione degli altri farmaci, i quali hanno l'obbligo di dimostrare la loro efficacia". È per questo motivo che, da un punto di vista strettamente legale, i prodotti omeopatici in vendita in farmacia sono definiti "rimedi" e non 'farmaci". Ovviamente, essendo i preparati omeopatici fatti di molecole di H20 allo stato liquido più eccipienti, va da sé che il test di innocuità lo superano brillantemente. Così brillantemente da non manifestare assolutamente alcun effetto collaterale.

Ci si potrebbe a questo punto chiedere: perché è permesso che in farmacia si vendano dei prodotti che dimostrano soltanto di non essere nocivi e non, nel contempo, di essere anche efficaci? Bisogna aggiungere, a questo punto, che questo problema non riguarda solamente i rimedi omeopatici: ultimamente la farmacia sta assumendo sempre più l'aspetto di un negozio commerciale dove vengono venduti una quantità di prodotti la cui efficacia è completamente nulla. Un esempio è il braccialetto di rame, che viene proposto come cura di moltissimi mali. Di esso si discorre a vanvera di onde positive e negative, di equilibrio energetico e magnetico, ma funziona solamente per effetto placebo.

Torniamo comunque alla domanda di cui sopra: perché i rimedi omeopatici sono in bella mostra in farmacia come fossero l'ultimo ritrovato della scienza, mentre sono fatti in realtà della comunissima acqua di cui l'intero pianeta Terra è zeppo? E perché nella stessa farmacia, per legge, vi sono due pesi e due misure? La risposta c'è, anche se sembra una presa per i fondelli: si chiama libertà di scelta terapeutica.

Oltre all'approvazione della legge che permette ai prodotti omeopatici di stare in farmacia senza dimostrare di essere efficaci, in Italia è stato fatto un altro favore all'omeopatia: una serie di sanatorie per tutti quei prodotti entrati in farmacia senza alcun controllo (nemmeno quello di qualità). La proposta di sottoporre almeno al test di qualità anche i prodotti omeopatici, suscitò le proteste degli omeopati che gridarono allo scandalo. Secondo costoro un tale provvedimento avrebbe fatto sparire dalle farmacie ben il 60% dei loro rimedi. Gli omeopati insorsero sorretti dalla stampa, e con appelli accorati organizzarono una colossale raccolta di firme, convincendo i più che una tale proposta avrebbe impedito ai cittadini di curarsi come meglio credevano. Fu così che l'acqua magico-omeopatica rimase in farmacia in nome della libertà.

Per una persona con un minimo di onestà intellettuale "libertà di scelta terapeutica" significa libertà di scegliere fra differenti terapie la cui efficacia sia però stata testata (a garanzia del paziente); altrimenti è ovvio che chi acquista dell'acqua pura credendo vi siano contenuti dei principi attivi, più che di fronte a una scelta terapeutica si trova di fronte a una grossolana fregatura. Come potrebbe infatti un comune cittadino sospettare che l'autorevolezza di cui a ragione godono sia i medici sia le farmacie possa venire utilizzata in modo tanto basso e meschino da abusare della sua fiducia per propinargli della semplice acqua al posto di una medicina?

Come nacque l'omeopatia


Passiamo ora a dare un sintetico sguardo storico alla nascita di questa irrazionale disciplina: l'omeopatia venne fondata nel 1789 dal dottor Samuel Hahnemann (1755-1843), che ipotizzò un principio di similarità per curare i suoi pazienti. Tale principio essendo espresso con la massima "similia similibus curantur", ovvero "i simili si curino con i simili". Omeopatia, infatti, deriva dalle parole greche òmoios, che significa "stesso", e pàthos, che significa "malattia, disagio".

Secondo tale principio si poteva curare una malattia o un disagio somministrando al malato quella stessa sostanza che in una persona sana avrebbe provocato proprio quella malattia o quel disagio. Applicando questo assunto in modo esplicito si arriverebbe ben presto a provocare banalmente dei danni alla salute. Ad esempio, per far passare una sbornia, visto che il simile cura il simile, si potrebbe essere indotti a prescrivere dei bicchierini di grappa; oppure, per riuscire a dimagrire in modo omeopatico, si potrebbe decidere di trangugiare una quantità di pillole di lardo. Un'applicazione diretta del principio, come enunciata nei due esempi precedenti, porterebbe evidentemente all'aggravarsi del disagio e non certo a una sua scomparsa.

Per ovviare a questi inconvenienti, lo stesso Hahnemann aggiunse un'importantissima clausola alla sua teoria: il principio attivo simile (la sostanza cioè che viene ritenuta responsabile del disagio, negli esempi precedenti l'alcool o i grassi) deve venire considerevolmente diluito in acqua prima di essere utilizzato per curare un qualsiasi paziente.

Ma quanto diluito? Ai tempi in cui il dottor Hahnemann fondò l'omeopatia non era ancora diffusa la teoria molecolare della materia e nessuno poteva immaginare che 18 grammi di acqua contenessero un numero di molecole pari a 6,022x1023, il numero di Avogadro, scoperto dal chimico-fisico Amedeo Avogadro (1776-1856) nel 1811. Perciò Hahnemann utilizzò diluizioni in acqua talmente spinte da finire per perdere ogni traccia dei diversi principi attivi che di volta in volta utilizzava.
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Senza poter rendersene conto, Hahnemann, pur partendo da sostanze diverse, produsse dei medicinali che contenevano solamente acqua. I suoi medicinali erano dunque completamente inutili, ma anche completamente innocui. Ed è per questo motivo che egli ebbe successo: ai suoi tempi era infatti prassi per i medici passare da un paziente all'altro senza lavarsi le mani, sostenendo che la loro sporcizia era una sporcizia professionale, e non era affatto raro che si somministrasse il salasso perfino per curare l'anemia: in altre parole, le cure mediche di allora erano molto spesso nocive per il paziente. Dare della semplice acqua e null'altro poteva dunque portare a un vantaggio: quello di non provocare danni. Ad Hahnemann capitò quindi di avere una minor percentuale di decessi rispetto ai suoi colleghi, e questo lo incoraggiò a proseguire per la sua strada (questa scusante, se pur fu valida per Hahnemann, non si può ovviamente accordare ai suoi odierni discendenti, i quali sono del tutto consapevoli di vendere acqua allo stato puro e farfugliano di strane energie per mascherare o la loro abissale ignoranza o la loro evidente malafede).

Nacque così l'omeopatia, la cui regola d'oro divenne: "Ciò che in dosi ponderate causa la malattia nell'individuo sano, in dosi infinitesimali è di cura per l'individuo malato".

CH15: un millesimo di goccia sull'intero pianeta Terra


Cerchiamo ora di discutere in dettaglio cosa intendano a tutt'oggi gli omeopati per "dosi infinitesimali" (o meglio "dosi deboli", come preferiscono chiamarle attualmente i successori di Hahnemann). Potremo così chiarire le affermazioni fatte all'inizio del discorso riguardo al fatto che il principio attivo dei rimedi omeopatici è talmente diluito da sparire nell'acqua (anzi, secondo alcuni, più un principio è diluito e più esso è efficace, ragion per cui le diluizioni degli omeopati sono praticamente senza limite).

Si deve notare che gli stessi omeopati, alla fine dei loro processi di diluizione, non sono in grado di distinguere i loro preparati (neanche i meno diluiti) dall'acqua bidistillata. Le loro diluizioni arrivano a percentuali di volume di preparato curativo su volume di acqua di 10-30, 10-60, 10-200, e oltre.

Un veterinario omeopata, che in questi giorni si è offerto coraggiosamente di sottoporre a test in doppio cieco i suoi metodi di cura, mi ha confidato candidamente di diluire i principi attivi che usa fino a 10-10.000. E il dottor Valter Masci, un vero luminare dell'omeopatia in Italia, insegna che si può diluire fino a 10-2.000.000. Tali numeri sono fuori dalla capacità di immaginazione umana, perciò è bene fare alcuni esempi.

Innanzitutto, la notazione: quando si scrive 10-30 (si legge: "dieci alla meno trenta") si intende dire "uno diviso un numero fatto da un 1 seguito da 30 zeri". In questo modo 10-3 significa un millesimo, 10-6significa un milionesimo, 10-9 significa un miliardesimo, eccetera. Si comprende allora che 10-30 è un numero davvero infinitesimo (figuriamoci 10-2.000.000!).

Nei prodotti omeopatici tali diluizioni sono scritte sull'etichetta attraverso una sigla sibillina studiata apposta per non far capire che dentro c'è solo acqua. Tale sigla è CH oppure DH seguita da un numero. DH significa decimale e CH significa centesimale. DH2O, per esempio, significa "ventesima diluizione decimale" ovvero 10-20; mentre CH2O significa "ventesima diluizione centesimale" che equivale numericamente a 10-40.

Facciamo ancora qualche esempio per chiarire cosa si intende quando si dice che tali diluizioni sono infinitesime: consideriamo il prodotto omeopatico belladonna CH9 (uno dei meno diluiti in commercio). Esso è costituito da belladonna diluita in acqua a 10-18. Cosa significa, in pratica?

Prendete una scatola di aspirine e leggete le istruzioni: ogni compressa contiene amido di mais e cellulosa in polvere come eccipienti e mezzo grammo di acido acetilsalicilico come principio attivo. Come arrivare a una quantità di 10-18 grammi di principio attivo? Spezzettate l'aspirina in cinquecentomila parti (operazione piuttosto difficile) e raccogliete uno di questi frammenti: ora avete in mano esattamente un milionesimo di grammo di acido acetilsalicilico, ovvero una percentuale di 10-6. Questa piccola parte dividetela amichevolmente con un migliaio di persone: vi resterà così una parte pari a l0-9. A questo punto, sempre che siate in grado di vedere e tenere in mano il vostro millesimo di cinquecentimillesimo di aspirina, scioglietelo in una grande piscina d'acqua, preparando poi un miliardo di boccettine: ecco fatto. Avete finalmente ottenuto una delle diluizioni omeopatiche meno spinte in commercio: la CH9, ovvero 10-18!

Che fare con quel miliardo di boccettine? Un'idea: potete curare tutti i Cinesi sofferenti di influenza e raffreddore. Ovviamente, avete consumato soltanto una parte su duecentocinquanta milioni della aspirina iniziale, perciò tutto il popolo Cinese può stare tranquillo anche per l'anno prossimo, e per quello dopo ancora, e ancora per tanti e tanti anni a venire. Ma 10-18 è nulla rispetto a ciò che osano gli omeopati.

Vediamo ora qualche diluizione più seria: 10-30 significa che c'è una sola molecola attiva (cioè diversa dall'acqua) su un milione di litri di acqua (e va ricordato che 18 grammi di acqua sono costituiti da più di 6x1023 molecole).

Come fanno gli omeopati a raggiungere queste diluizioni? Ecco una ricetta per raggiungere 10-30 (la quindicesima centesimale CH15): si mettono 15 bicchierini di acqua in fila; nel primo si aggiunge una goccia (un centesimo del volume del bicchiere) di una qualsiasi sostanza (propoli, belladonna o cianuro non ha importanza) e si mescola ben bene (pardon, si dinamizza) ottenendo la diluizione di un centesimo. Fatto questo, con una pipetta si raccoglie una goccia dal liquido del primo bicchiere e la si versa nel secondo, che conteneva solo acqua, raggiungendo la diluizione di un decimillesimo. Si rimescola e si procede di nuovo travasando una gocciolina dal secondo al terzo, poi dal terzo al quarto e così via, fino al quindicesimo bicchiere. Fatto questo, nell'ultimo bicchiere la quantità della sostanza iniziale (il principio attivo) è 10-30 rispetto alla quantità d'acqua: il che significa, fisicamente, che non ce n'è più.

Per fare un altro paragone considerate che una diluizione di 10-30 equivale a mettere un millesimo di grammo (ovvero 10-6 Kg) sulla massa dell'intero pianeta Terra (il cui peso è circa 1024 Kg). Una diluizione di 10-60 significa invece (essendo tutta l'acqua presente sulla Terra fatta da circa 1046 molecole) che vi sarebbe una sola molecola attiva su centomila miliardi di volte la totalità dell'acqua presente negli oceani terrestri. A questo punto quante probabilità ci sono che in un bicchierino di prodotto omeopatico ci sia almeno una singola molecola diversa dall'acqua fra i miliardi e miliardi di molecole presenti? Il conto è presto fatto: le probabilità sono molte di meno di quelle che qualcuno riesca a vincere 5 volte di seguito il primo premio alla Lotteria Italia. Nel caso quindi capitasse proprio a voi quell'unica boccettina di prodotto omeopatico che oltre all'acqua contiene anche una singola molecola di principio attivo, potete andare tranquillamente a dire ai vostri vicini: "Ce l'ho io! Smettete di spendere soldi per comprare prodotti omeopatici, tanto ce l'ho io! Ah, ah, ah!"

La teoria del complotto


A volte gli omeopati - e anche la gente comune - di fronte alle resistenze che vengono opposte da molti medici e ricercatori alla diffusione dei prodotti omeopatici, vanno in giro a gridare al complotto. L'idea, secondo loro, è questa: le case farmaceutiche, con la loro potente lobby, non vogliono che la gente possa utilizzare i prodotti omeopatici e perciò ricoprono di denaro chiunque ne parli male. Per esempio, io stesso, secondo questo teorema, dovrei ricevere parecchi soldi dalle lobby farmaceutiche visto che sto parlando "male" dei rimedi omeopatici.

A questa visione maniacale si può rispondere con un ragionamento estremamente semplice: chi credete che produca i rimedi omeopatici? Pensate forse che i milioni e milioni di scatolette che invadono tutte le farmacie d'Europa siano fatte a mano da una congrega di naturopati? No. Vi sono delle case farmaceutiche che entrano anche in questa fetta di mercato, producendo, oltre ai classici farmaci, anche i più svariati rimedi omeopatici.

L'omeopatia può essere comparata al vaccino?


Passiamo adesso a smontare un'altra piccola bugia che spesso propinano i venditori di prodotti omeopatici per far credere che l'omeopatia abbia un fondamento scientifico: il confronto con l'idea del vaccino.
Diluizioni da togliere il flato!

Per pura curiosità, anche se la mente vacilla, affrontiamo l'infinitesimo omeopatico più spinto: dieci alla meno due milioni. Quant'è 10-2.000.000? È ovviamente un 1 diviso da un numero fatto da un 1 con attaccati 2.000.000 (due milioni) di zeri. Ma se "un miliardesimo" corrisponde a un 1 diviso 1 con attaccati nove zeri (1/1.000.000.000), e "un miliardesimo di miliardesimo" corrisponde a un 1 diviso 1 con attaccati diciotto zeri (1/1.000.000.000.000.000.000), quanti rniliardesimi di miliardesimi di miliardesimi eccetera è il numero 10-2000000? Si può dire a voce? Ecco il sistema: bisogna dire un "miliardesimo di miliardesimo di..." per più di centoundicimila volte di seguito. Considerando che si impieghi 1,5 secondi a dire la frase "miliardesimo di miliardesimo di", per pronunciare correttamente l'intero numero ci vogliono allora più di 46 ore. Senza fermarsi a respirare.


Il seguente esempio aiuta a distinguere il meccanismo con cui dovrebbe funzionare il prodotto omeopatico dal meccanismo con cui funziona un vaccino. Il vaccino funziona immettendo dei batteri deboli (in numero diverso da zero, sia chiaro) nell'organismo affinché questo produca degli anticorpi e resista a un eventuale successivo attacco batteriologico.

La teoria che sta alla base del prodotto omeopatico è invece diversa: essa prevede l'assunzione dell'agente patogeno (o meglio dell'acqua dove precedentemente una infinitesima parte dell'agente patogeno aveva forse fatto il bagno) dopo che l'attacco all'organismo è già avvenuto.

Si pensi alla seguente situazione: c'è un forte di soldati, è notte e stanno tutti dormendo. Il vaccino funzionerebbe così: arrivano tre indiani malaticci ad attaccare il forte; i soldati si svegliano, si preparano e sconfiggono i tre indiani. Rimangono quindi desti e aspettano armatissimi il grosso della tribù (che in questo esempio rappresenta la malattia, senza offesa per gli indiani). L'omeopatia invece dovrebbe funzionare così: i soldati stanno dormendo e una tribù indiana li attacca all'improvviso. A metà del combattimento si inseriscono nel forte (per salvarlo) tre piume d'indiano diluite in cento miliardi di oceani terrestri sottoforma di comodi bicchierini. Arrivano i nostri!

L'acqua che male fa?


Un'ultima considerazione; qualcuno potrebbe dire che i prodotti omeopatici, visto che sono fatti di acqua, non fanno male a nessuno. Questo è vero, ed è anche vero che per tutte quelle persone che abusano di farmaci (o di psicofarmaci) senza averne bisogno, è senz'altro meglio ingurgitare pastiglie omeopatiche. Ma non è questo il punto: innanzitutto, se non si ha bisogno di farmaci si può fare semplicemente a meno di prenderli, sostituendoli con una passeggiata gratis piuttosto che con un costoso prodotto omeopatico; e poi si deve tener conto che c'è anche chi ha veramente bisogno di cure efficaci e assumendo prodotti inutili trascura la propria malattia. In questi ultimi anni, la moda delle medicine alternative, omeopatia in testa, ha fatto sì che molte persone siano arrivate al pronto soccorso in fase già avanzata o acuta di malattia. Questo per il semplice motivo che può capitare di perdere giorni e giorni, se non addirittura settimane, a cercare di guarire confidando in sciocche e inutili superstizioni, anziché cercare al più presto una cura testata e funzionale.

E di questo è complice, prima ancora degli omeopati che andrebbero semplicemente compatiti, la pessima qualità dell'informazione veicolata dai media: in essa si esaltano le medicine alternative per il solo fatto di essere "alternative", come se questo significasse qualcosa.

Roberto Vanzetto

astrofisico, Ph.D.

Centro Interdipartimentale Studi e Attività Spaziali "G. Colombo"

- Dip. Ingegneria Meccanica, Padova

Un libro utile per capire

L'editore Marsilio ha appena pubblicato Guarire dall'omeopatia , di Stefano Cagliano, un intelligente saggio che esamina il successo dell'omeopatia ed espone i risultati delle più recenti valutazioni circa la sua attendibilità scientifica. Stefano Cagliano, medico e giornalista scientifico, si sofferma tra l'altro sul dibattito scientifico di questi ultimi anni circa i rischi delle sue cure, la mancanza di riscontri scientifici, l'uso di rimedi intrinsecamente utili, la visione irrazionale del corpo e conseguentemente della natura. "Nella medicina - spiega l'autore - le ideologie contano ma non bastano. Il successo dell'omeopatia è un quadrivio dove si incrociano irrinunciabile desiderio di guarire e paura della chimica, voglia di tenerezza e insofferenza per i camici bianchi". Un libro consigliato per chi vuole saperne di più su questo argomento.

'Guarire dall'omeopatia'' (ed. Marsilio, I Grilli), di Stefano Cagliano. pp. 135, L. 18.000.