Perchè l'omeopatia piace?

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  • 17-09-2004
  • di Andrea Frova
Riceviamo un messaggio da Giorgio Armigliato in cui ci chiede: "Se l'evidenza dell'inutilità dei medicamenti omeopatici è così forte, perché vari milioni di italiani - e non solo di italiani - vi ricorrono?". Cerchiamo di analizzarne le ragioni.

Che a far ricorso all'omeopatia siano oggi in molti, sebbene a tutti siano accessibili informazioni sulla natura e le caratteristiche di questa cosiddetta pratica medica, è fonte di preoccupato stupore. Che se ne servano poi persone istruite, consapevoli, razionali per tanti aspetti del loro comportamento, e che magari fanno parte della cerchia dei nostri amici, è, di più, motivo di sconforto.

Non è intenzione di parlare qui dell'omeopatia (del resto è stato già fatto a più riprese e più autorevolmente su queste pagine), quanto cercare di capire perché ciò accade, cioè perché essa goda di tanta popolarità e di tanto credito.

La causa prima del suo successo viene in genere indicata nella sfiducia nei medici e nelle pratiche mediche tradizionali: si citano danni e insuccessi clamorosi, rapporti insoddisfacenti medico-paziente, a cui si contrappongono la maggiore attenzione che l'omeopata dedicherebbe al suo cliente, la naturalezza della cura, eccetera. Tutte cose note. Ma, a ben guardare, una delusione reale, una insoddisfazione del tutto giustificata sono motivi sufficienti a farci lasciare la strada maestra della scienza - che procede per tentativi ed errori, certo, ma procede - per la palude della magia con i suoi riti codificati una volta per tutte? No di certo, a meno che non sia proprio quello ciò di cui si va alla ricerca.

Alcune osservazioni in proposito: molte persone che affermano di curarsi con l'omeopatia e che avrebbero ogni possibilità di documentarsi su di essa, non sanno che cosa sia, quali siano i principi su cui si basa, e accordano al medico omeopata la stessa fiducia che altri accordano allo stregone. Di fatto non vogliono sapere. La conoscenza, l'informazione potrebbero far nascere dubbi e i dubbi, si sa, sono pericolosi. Altre persone, che sostengono di conoscere i vari principi della disciplina, sembrano provar gusto ad abdicare alle proprie facoltà mentali quando accettano tranquillamente leggi quale, ad esempio, quella degli infinitesimali, per cui un rimedio è tanto più efficace quanto più diluito (un cucchiaino in una quantità d'acqua pari a quella di tutti gli oceani del nostro pianeta presi dieci milioni di miliardi di volte), e diventa più diluito se scosso a lungo, se il contenitore è tappato col palmo della mano, e così via... Ci sono infine coloro per i quali l'omeopatia costituisce, più che una pratica medica alternativa, una vera e propria religione alternativa. Del resto occorre convenire che non le mancano le credenziali: un fondatore preciso, una rivelazione improvvisa, una serie di dogmi da accettare, la diffidenza per i non credenti, l'osservanza dei riti.

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La preparazione di pastiglie omeopatiche presso la Farmacia omeopatica del dr. Wilmar Schwabe a Leipzing, nella Germania dell'ottocento.
Lasciando da parte quest'ultimo gruppo di persone perché difficilmente recuperabili (quando abbandonassero questa pratica si darebbero a qualcun'altra non meno insana), cosa può spiegare tali comportamenti? C'è in molti, come si accennava poc'anzi, la propensione a ritenere che le spiegazioni logiche, razionali non siano esaustive, non nel senso che esse siano incomplete e perfezionabili, ma in quello più ambiguo che dietro o oltre ad esse ci sia altro: tutto quello cioè che la rete della ragione non riesce a catturare, ma che fa la differenza, il quid insomma che risolve, aiuta, dà la salvezza. Costoro si dichiarano paladini della ragione, ma hanno sempre in serbo qualche episodio da raccontare (Certo, le cose stanno così, eppure...) che di fatto li smentisce. Dietro ogni "eppure..." si spalanca il dominio del magico, in cui l'uomo tecnologico del terzo millennio si addentra con lo stesso fardello di paure e di speranze dei suoi antenati dei secoli bui. L'impossibilità della ragione di offrire risposte certe e di risolvere i problemi dell'uomo spinge chi non abbia un metodo, uno strumento affidabile per interpretare la realtà, a cercare altrove illusorie risposte consolatrici, se non addirittura a incolpare la ragione dei guai del mondo, a scambiare l'irrazionalità per fantasia e sentimento, quasi non fossero questi ultimi elementi che vivono di felici scambi con la ragione.

E così l'omeopatia, come il fiorire di pratiche magiche e di comportamenti irrazionali di ogni sorta ben oltre i ghetti di deprivazione economica sociale e culturale, rivela ancora una volta l'uomo nella sua debolezza e nella sua difficoltà a fronteggiare situazioni nuove e angosciose, quali una malattia, una guerra, un futuro incerto e minaccioso. Oggi come mille altre volte nel passato si preferisce chiudere gli occhi ("gli occhi della fronte e della mente", per dirla con Galileo) e non far nulla, in attesa di una salvezza magica e del miracolo. Abdicare alla ragione potrà forse aiutare a superare talvolta l'infelicità, ma come superare l'insoddisfazione di sé qualora si diventi consapevoli di questa rinuncia? Al Duca Vincenzo Gonzaga che gli chiedeva informazioni e un giudizio su un certo Aurelio Capra, Galileo Galilei così succintamente rispondeva: "Intendo ...che adesso ha strettissima pratica con un Tedesco, il quale professa gran segreti, et in particolare afferma havere una pillola, et il modo del comporla, che non essendo maggiore di una veccia, presa per bocca mantiene uno sano e gagliardo per 40 giorni, senza che pigli altro cibo o bevanda. Circa simili esercizii et pratiche si occupa il detto S. Capra". La lapidarietà della frase finale rende superfluo ogni commento.

Persino i silenzi di Galileo possono insegnarci qualcosa ancor oggi.

Andrea Frova 'Prof. di Fisica Generale Università di Roma "La Sapienza"

Mariapiera Marenzana 'Docente di lettere, Co-autrice con A. Frova di Parola di Galileo /BUR, 1998)