Mistica dell'immagine

Dagli uomini preistorici, la permanenza del potere dell'immagine si perpetua in modo occulto anche nella nostra società: non ci credete?

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  • 16-11-2006
  • di Fabio Maria Fedele
Nella nostra società l'approccio all'arte e alle immagini in generale è prettamente utilitaristico. È difficile oggi pensare che questi prodotti possano avere un significato che vada oltre qualche considerazione critica, storica od economica, ma non è sempre stato così. Forse potrà sorprendere ma è solo da cinquecento anni che l'immagine, bidimensionale o tridimensionale che sia, ha cominciato veramente a liberarsi da implicazioni trascendenti, secondo un processo di razionalizzazione progressiva, che tuttavia non si è ancora concluso.

Quotidianamente infatti, ci troviamo di fronte a magie operate tramite bambole, a immagini miracolose, a madonne piangenti, alla cartomanzia, e a un'altra lunga serie di presunte manifestazioni ultraterrene, che fanno riferimento ad antiche pratiche di mistica dell'immagine, diversamente pervenuteci.

Se un segno insignificante, tracciato a carbone o a inchiostro, oppure anche semplicemente impresso nella sabbia, riusciva ad evocare la stessa cosa nella mente di più persone, cosa impediva allo stesso segno di evocare energie sovrumane? La mistica delle rappresentazioni trova le sue motivazioni nella semplicità di comprensione, esprimendosi attraverso stimoli visivi intuitivi di facile interpretazione per l'analogia che instaura con la realtà. Ed è questa analogia che nell'uomo, oltre all'interesse, ha suscitato anche paure.

Per cercare di comprendere questo concetto dobbiamo fare un salto nella preistoria, e nel popolo che ha educato gli altri: gli Egizi.

Tra la preistoria e l'Antico Egitto

I primi disegni umani pervenutici sono le pitture rupestri; attualmente nessuno è in grado di dire con certezza con quale scopo siano state fatte. Sicuramente hanno attinenza con la caccia, il sesso e la religione; l'ipotesi più accreditata è comunque quella secondo cui costituivano una garanzia magica per una caccia assicurata: disegnando una preda questa veniva in un certo senso costretta a vagare nei dintorni. L'immagine doveva quindi funzionare da catalizzatore, o se vogliamo, da esca spirituale. Possiamo infatti supporre che i nostri antenati facessero fatica a distinguere un oggetto dalla sua rappresentazione, analogamente a quanto accade ancora oggi nei popoli primitivi.
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Con l'evolversi della civiltà, praticamente tutte le culture hanno cominciato a venerare i propri dèi tramite raffigurazioni, immagini o sculture. Queste incarnavano la divinità ed erano perciò considerate sacre; ad esse si facevano offerte e sacrifici, venivano mantenute, protette, diventando l'essenza del santuario che spesso le accoglieva.

Ma le immagini servono anche per comunicare dei messaggi, per cui l'uomo iniziò ben presto a usare a questo scopo pittogrammi e in seguito anche ideogrammi. Questi disegni tuttavia richiedevano tempo e strumentazioni adeguate, e col tempo si preferì apportare delle modifiche che portarono all'abbandono del loro aspetto primitivo tramutandoli in scritture vere e proprie, differenziate tra loro in base alla cultura e alle possibilità dei popoli che le avevano sviluppate.

In quest'epoca arcaica, però, l'Egitto compì un gesto significativo e decise di mantenere la scrittura pittografica formalmente immutata. Per praticità ovviamente anche qui si svilupparono scritture veloci come la ieratica, il demotico e il copto, ma per scritti importanti e di rappresentanza per più di tre millenni si mantenne il geroglifico, così come si mantenne lo stile iconografico stilizzato per le immagini ufficiali. Il motivo di questa scelta è semplice. La scrittura geroglifica, secondo la tradizione egizia, fu creata dal dio Thot (dio della scienza e protettore degli scribi) e poi donata agli uomini. I geroglifici erano chiamati dagli egiziani medu-ne-ceru, cioè "parole divine" o "parole del dio", poi tradotto dai greci in ieroglyphikà, ossia "segni sacri incisi" (hieròs, "sacro" e glyphein, "incidere"), "scrittura degli dèi". Sin dall'inizio era considerata scrittura sacra e magica; a essa era conferito il compito di rendere "parlanti" i muri dei templi, ma era dotata di un potere così forte che gli scribi dovevano anche stare attenti a non evocare inavvertitamente influssi negativi.

Una frase in geroglifico non rappresentava solo la trascrizione passiva di un discorso, ma costituiva anche un'entità misticamente attiva molto simile a quella più tardi identificata da Pitagora con la geometria.
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Geroglifico egizio in cui l'avversario è presentato come un uomo legato.
Un esempio di questo potere intrinseco è il geroglifico di un nemico, in cui l'avversario non veniva rappresentato come un uomo aggressivo, armato o crudele, bensì come un uomo legato, o addirittura morto, proprio per esorcizzare ogni possibile influsso negativo.

Un esempio di sfruttamento applicato di questo potere invece può essere questo: tra i vari riti di purificazione che i sacerdoti egizi dovevano compiere per rendere efficaci formule magiche, vi era anche il disegnarsi sulla lingua con inchiostro verde il geroglifico della verità.

Le divinità potevano incarnarsi in pitture e sculture indipendentemente dal materiale, così come potevano anche incarnarsi o influenzare l'azione di un uomo, se questo indossava maschere o simulacri del dio.

Nella curiosa cosmogonia egizia anche il make-up riusciva ad attivare il processo trascendente di analogia ed era visto come attività assolutamente importante sia per i vivi che per i morti. Un occhio contornato di nero ad esempio attirava sulla persona energia vitale, in quanto riproduceva l'immagine di Horus, mentre se sotto l'occhio si tracciava una linea verde questa assicurava protezione, e così via.

Oggi rimangono i talismani

Quanto accennato nel precedente paragrafo forse può sembrare tipico di una mentalità molto lontana dalla nostra, ma in realtà ancor oggi si ragiona a volte allo stesso modo.
Per dimostrare la permanenza di questa mentalità (seppure le questioni spirituali siano molto diverse) prenderò come esempio l'impiego dei talismani, quali moderni geroglifici, derivati dal settore della magia analogica o figurativa.

Il talismani sono oggetti magici di diversa specie dotati di poteri paranormali derivatigli dall'analogia che questi instaurano con entità ultraterrene principalmente attraverso disegni, scritte, materiali, colori. Il richiamo per analogia è stato in passato associato anche ad altre entità come i numeri per il loro potere di regolare l'universo; le figure geometriche e i rapporti proporzionali come nella scuola Pitagorica; le lettere e le parole scritte come nella magia di stampo ebraico; i suoni e la parola orale come nella cabala fonetica; i materiali per associazione con le loro proprietà fisiche e i loro colori, eccetera. Per quanto alcuni di questi elementi di analogia possano sembrare estranei alla rappresentazione, sono in realtà tutti concepiti come un'immagine (in senso ampio) o personificazione dell'entità; d'altronde in linea di massima derivano principalmente da capostipiti grafici; gli altri fattori, come le dimensioni, estranei a questi principi di identificazione, sono ininfluenti.
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La tradizione fa risalire l'invenzione dei talismani ai Caldei e agli Egiziani, mentre a Salomone viene attribuita l'impronta ebraica oggi molto nota.

Il potere del talismano deriva dal potere di analogia o simbolico combinato con elementi cosmici che lo consacrano; è dotato di un potere proprio connesso esclusivamente a se stesso.

Se però le forme propiziatorie sono riprodotte fedelmente in esso, il talismano diventa un pentacolo, la sua presenza riesce a influenzare le forze universali circostanti e aumenta così il suo potere.

L'amuleto invece è il parente povero del talismano, è un oggetto semplice e può derivare da manufatti (come il ferro di cavallo), da animali (come la zampa di lepre) o da vegetali (come gli incensi); non essendo consacrato a forze planetarie, il suo potere è solo quello concesso dalla magia analogica o figurativa e ha soprattutto un'azione protettiva.

Fabio Maria Fedele Dottore in Storia e Conservazione, svolge la sua attività principalmente come illustratore

Bibliografia

  • AA.VV. (1979), Il Libro Infernale. Tesoro delle Scienze Occulte. Roma: Casa Editrice Bietti.
  • Betrò, M.C. (1995), Geroglifici. Milano: Arnoldo Mondadori Editore.
  • Cimmino, F. (1990), Storia delle piramidi. Milano: Rusconi.
  • Cooper, J.C. (1982), An Illustrated Encyclopaedia of Traditional Symbols. London: Thames and Hudson Ltd.
  • De Cenival, J.L. (1982), Naissance de l'écriture. Catalogo delle Galeries nationales du Grand Palais (Parigi), 7 maggio-9 agosto.
  • Schäfer, H. (1974), Principles of Egyptian Art. Londra: Oxford U.P.