La radice mediatica delle ribellioni sociali

  • In Articoli
  • 13-01-2025
  • di Roberto Paura
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Cinquecento anni di rabbia. Rivolte e mezzi di comunicazione da Gutenberg a Capitol Hill
di Francesco Filippi
Bollati Boringhieri,
Torino, 2024
pp. 239, euro 18,00


Efficace la citazione con cui Francesco Filippi, storico della mentalità e autore di testi sulla memoria contemporanea del fascismo, apre questo suo ultimo libro: è una scena tratta dal primo Fantozzi (1975), in cui il ragioniere, dopo «tre mesi di letture maledette», scopre infine la verità sul capitalismo, «e si turbò leggermente, o meglio, si incazzò come una bestia». Di rabbia sociale prodotta da una presa di coscienza collettiva attraverso strumenti mediatici di massa parla infatti Filippi, in una ricostruzione che ruota intorno a due momenti iconici: la Bauernkrieg, ossia la “guerra dei contadini” combattuta nel 1524-25 in una Germania squassata dalle tesi rivoluzionarie di Lutero, e il risentimento della destra identitaria americana esploso nelle violenze di Capitol Hill.

Le vicende con cui scandire una storia di 500 anni di rabbia non mancherebbero: senza scomodare la Rivoluzione Francese e altre rivoluzioni dell’età moderna, abbiamo le tante rivolte del pane, le lotte operaie, le guerre d’indipendenza coloniali, le violenze razziali americane e così via. Ma a rendere iconici i due episodi su cui si concentra Filippi è il ruolo di due mezzi di comunicazione di massa che per la prima volta vengono usati come catalizzatori della rivolta sociale: la stampa a caratteri mobili di Gutenberg e i social network. «Nel momento in cui a una comunità o a una società viene proposta in maniera sufficientemente solida una lettura diversa del sistema di valori e quindi una diversa visione del mondo, gli individui si trovano a poter confrontare il racconto pubblicato consolidato con altri modi di descrivere il senso e la realtà». È quello che accade a Fantozzi quando legge i libri marxisti, ma anche ai contadini tedeschi quando, «attraverso i fogli volanti, i proclami e le immagini dissacranti», prendono atto che l’ordine sociale che fino ad allora davano per scontato viene tradito «proprio da chi dovrebbe proteggerlo».

Il motivo del fallimento della Bauernkrieg è trovato da Filippi nell’assenza di una struttura di comunicazione coordinata, che all’epoca era tecnologicamente impossibile ma che diventerà realtà alla fine del Settecento, quando la circolazione massiva di giornali e pamphlet consentirà di tenere desta la rabbia popolare e incanalarla in strutture istituzionali come quelle della Grande Rivoluzione. Ma è con l’avvento di Internet che la rabbia trova non solo una cassa di risonanza globale, ma anche le tecnologie necessarie per mettere in contatto persone che condividono la stessa visione del mondo e che hanno così modo di organizzarsi in forme di protesta strutturate.

La presa di coscienza che porta all’insurrezione di Capitol Hill è la messa in discussione del «modello di racconto pubblico statunitense», ossia dell’american way of life che fino agli inizi del XXI secolo è stato esclusivo appannaggio della classe media bianca. Secondo Filippi, a partire dall’elezione nel 2008 di Barack Obama questo mondo prende coscienza per la prima volta di non essere più l’unico a esprimere la leadership nazionale, e inizia a prestare orecchio alle sirene catastrofiste che parlano di un prossimo futuro in cui i bianchi diventeranno minoranza. È il momento in cui nel sottobosco di Internet inizia a crescere un movimento complottista, paranoico e sovranista: «Scoprono, con la diffusione delle loro problematiche attraverso un nuovo mezzo di comunicazione virale, di poter costituire dei gruppi che non solo contrastino il racconto dominante ma ne elaborino di nuovi». Il resto è storia nota.

Non sempre Filippi è convincente nell’esposizione del tema (non è chiaro perché per esempio il movimento #metoo e i nuovi movimenti femministi non abbiano lo stesso valore esemplificativo) e alla fine del libro si avrebbe voglia di una trattazione più completa. Ma l’obiettivo è proporre una nuova chiave di lettura, da applicare ad altri casi, nella cornice della storia dei media e della mentalità.

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