I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’Angelo
di Roberto Esposito
Einaudi, Milano, 2024
pp. XVI + 208, euro 25,00
Al cuore del canone della cultura occidentale c’è una curiosa biblioteca: la Bibbia. Una biblioteca – non un libro solo – in cui c’è davvero di tutto, quanto a generi letterari, intenzioni degli autori, epoche di produzione, stili e teologie. Soprattutto, ci sono storie che da 2500 anni non cessano di produrre effetti sui lettori.
Nel suo ultimo saggio, Roberto Esposito, filosofo di lungo corso, attacca da più direzioni proprio una delle più intriganti e oscure storie bibliche, che ha messo a soqquadro filosofi, artisti, scrittori. È la storia al capitolo 32 di Genesi, nei versetti da 23 a 33, che narrano come, presso la sponda del fiume Iabbok, dove è rimasto solo dopo aver congedato moglie e figli, Giacobbe sostiene una lunga Lotta notturna contro un misterioso Avversario, sulla cui identità permane tuttora un’assoluta incertezza.
È una Lotta tremenda, dalla dimensione onirica, in un racconto che presenta una serie di incoerenze difficili da spiegare. Esposito le affronta da par suo: non ci prova nemmeno, a spiegare chi potrebbe essere lo sconosciuto con cui, per una notte interminabile, combatte Giacobbe, fino al punto che, avendo prevalso, il suo nome cambierà per sempre, diventando Israele (Yisra’el ossia “contende-Dio”).
Lotta, dunque (polemos), secondo Esposito, come fondamento dell’esistenza. Lotta come motore della realtà, in cui entrambi i soggetti della storia, Giacobbe e l’Altro, sono coinvolti in egual misura, uniti nel dramma proprio dallo scontro. Tutto è, meno che una battaglia metafisica che si svolge in cielo fra bene e male, in cui magari un angelo tormenta l’uomo: è un combattimento che si svolge in Terra, pur non escludendo per niente la dimensione del “religioso”. Lotta fra soggetti in tensione in una realtà mondana, fenomenica, e, alla fine, storica, che è compagna di ogni singolo individuo, tanto più dopo la parabola della modernità, di cui la rivoluzione scientifica, dal Seicento in poi, è il portato.
La questione della Lotta contro l’Avversario, posta in maniera così radicale da Esposito, può mettere in imbarazzo il lettore “razionale”, un rischio tanto più forte se si volge lo sguardo a certe parole e a certi gesti di Gesù nel Nuovo Testamento. Vero è che, nel suo pensiero, Esposito prende spesso le distanze da alcuni capisaldi della teologia cristiana. Eppure, il suo dialogo con quella tradizione è costante: la sua è una vera Lotta con il testo e la sua capacità di generare senso. E, nel nostro caso, c’è poco da fare: nella celebre Lotta che, come racconta il Vangelo secondo Matteo, Gesù conduce in solitudine nel deserto contro l’Avversario per eccellenza – Satana – il testo parla in tutti i modi di una presenza oggettiva, esterna, che sta di fronte a lui e che intende batterlo e annichilirlo in quanto persona.
Un letteralista biblico non sarebbe a disagio con racconti come questi. L’Avversario, in quella prospettiva, è una persona se non proprio con le corna e il mantello rosso, di sicuro è un Potente che conosce i nostri processi mentali molto meglio di noi stessi. I metodi storico-critici sono in grado di sottrarci alla trappola della lettura letterale dei testi biblici, ma, al contempo, ci mettono in guardia anche da ogni tipo di razionalizzazione irrispettosa del testo e da interpretazioni attualizzanti. Ricondurre la Lotta contro l’Avversario (Satana) di cui parlano quelle righe solo alla dimensione psicologica (le pulsioni, il desiderio, l’inconscio), oppure patologica (la possessione demoniaca come psicosi) è insufficiente.
La lettura che Esposito fa della Lotta col misterioso ci aiuta forse anche in questo: è un avvertimento contro qualsiasi riduzionismo nei confronti di molte narrazioni, della loro potenza e della loro polisemia. Il carattere dell’ambiguità narrativa e della ricorrente difficoltà di una soluzione è uno dei tratti più rilevanti di quell’improbabile corpus letterario chiamato Bibbia.