Storia di un miracolo nell'età dei Lumi

  • In Articoli
  • 13-01-2025
  • di Roberto Paura
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Il chierico, il medico, il santo. Guarire con l’immaginazione nella Napoli di età moderna
di Stefano Daniele
Il Mulino, Bologna, 2024
pp. 220, euro 20,00


La fabbrica dei santi della Chiesa può sembrare, agli occhi di noi disincantati moderni, sempre uguale a sé stessa, ma nel corso delle epoche ha subìto profonde variazioni. Anche il modo in cui viene attestata la santità è cambiato nel tempo e, con esso, il discrimine tra il soprannaturale e il naturale, tra quanto può essere spiegato attraverso la scienza e l’ambito del miracoloso. In questo suo libro d’esordio Stefano Daniele, studioso dei rapporti tra scienza e religione in età moderna, affronta il tema attraverso la vicenda di Carlo de Vivis, chierico dell’ordine dei caracciolini, che nel 1752 dichiara di essere miracolosamente guarito da un male senza speranza grazie all’intercessione in sogno del fondatore del suo ordine, Francesco Caracciolo (1563-1608). La guarigione è attestata dal medico che costituisce il terzo elemento del trittico a cui è dedicato il libro, Vincenzo de Iorio, luminare napoletano, che a lungo esita di fronte all’episodio, credendo di poterlo spiegare con una teoria che oggi ci appare pseudoscientifica, ma all’epoca apparteneva al bagaglio di nozioni scientifiche della medicina: la vis imaginationis, ossia la capacità di generare immagini concrete attraverso la forza della mente.

La teoria era stata resa celebre da Pietro Pomponazzi nel suo De naturalium effectuum causis sive de incantationibus, nel quale il filosofo aristotelico provava a spiegare fenomeni apparentemente soprannaturali senza far ricorso al miracoloso, come per esempio il diradarsi delle nuvole nel giugno 1520 sui cieli dell’Aquila, con l’apparizione di un uomo dalle sembianze di san Celestino a cui gli aquilani attribuirono il miracolo di far cessare le scroscianti piogge: frutto appunto, spiegava Pomponazzi, della vis imaginationis degli aquilani, i quali, in forza delle loro preghiere, erano riusciti a evocare la figura celestiale attraverso esalazioni vaporose provenienti dalla loro mente.

Poteva essere accaduto lo stesso con De Vivis? Il poverino soffriva da anni di gravi malesseri fisici di natura non meglio chiarita e nell’agosto 1752 fu sul punto di morire, avendo ricevuto già i sacramenti. Poi, la guarigione improvvisa, miracolosa, a suo dire conseguenza di una visione del futuro santo che istantaneamente esaudì la sua preghiera di guarigione.

Al processo di canonizzazione di Francesco Caracciolo, il presunto miracolo di De Vivis fu oggetto di puntiglioso scrutinio da parte delle autorità ecclesiastiche, consapevoli di quanto i caracciolini fossero smaniosi di veder incluso il loro fondatore nel novero dei santi, sicuro viatico di remunerativi pellegrinaggi, sostanziose donazioni di devoti, lucrative vendite di immaginette sacre.

Già otto presunti miracoli attribuibili a Caracciolo erano stati sopposti a scrutinio, e la Santa Sede era in procinto di riconoscerne due. Il parere di De Iorio fu decisivo: no, disse il medico, la forza dell’immaginazione poteva certo molto, ma non guarire istantaneamente ferite fisiche, come nel caso delle piaghe che affliggevano De Vivis. Miracolo dunque, e non “spiegazione naturale”: ma, come ci spiega Daniele, la scienza di De Iorio era ancora imbevuta delle influenze della magia naturalis del suo compaesano Giovanni Maria Della Porta, distante da quelle del modenese Ludovico Antonio Muratori, il cui trattato Della forza della fantasia umana (1745) anticipava le moderne spiegazioni psicologiche dei fenomeni soprannaturali, ma era invece ignoto a De Iorio. Una vicenda, dunque, che illumina gli sfumati contorni tra due epoche, in cui agì una scienza – sintetizza l’autore – «che epurava le filosofie del passato da un magismo non più sostenibile, poiché non più ragionevole (secondo un’idea di ragione valida in quel momento) e, “al tempo stesso, spunta[va] le armi teoriche dei moderni per darsi un facile smalto d’aggiornamento”».
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