Se posso de-estinguerlo mi preoccupo di meno?

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  • 03-06-2026
  • di Chiara Siracusa
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hkuchera/iStock
L’8 aprile 2025 la copertina di Time mostra uno dei tre “metalupi” ottenuti da Colossal Biosciences, azienda statunitense di ingegneria genetica. Il titolo non lascia dubbi: la parola “extinct” barrata in rosso. La stessa Colossal parla orgogliosa di “de-estinzione”: tramite modifiche del genoma del lupo grigio moderno ha ottenuto tre lupi con le caratteristiche del dire wolf, grande predatore scomparso 10.000 anni fa, mettendo in discussione il carattere irreversibile dell’estinzione[1].

La questione non è solo scientifica, ma anche morale. Oltre ai classici dilemmi sulla legittimità di tali operazioni, sorge una nuova domanda, più scomoda poiché legata direttamente alla percezione delle nostre azioni: la possibilità di recuperare una specie altera il senso di responsabilità collettiva nei confronti della sua tutela? È il cosiddetto moral hazard (rischio morale), su cui un gruppo di ricercatori australiani e danesi ha condotto uno studio, uscito sulla rivista Biological Conservation agli inizi del 2026[2].

Gli autori hanno analizzato non tanto l’aspetto tecnologico della questione, quanto quello psicologico. Hanno infatti confrontato le opinioni di 363 cittadini statunitensi, in relazione allo scenario in cui la scomparsa di due specie a rischio negli USA, una rana e un topo campagnolo (la Dusky gopher frog e il Salt marsh harvest mouse), fosse giustificata da grandi progetti infrastrutturali. Lo studio ha proposto due tipi di compensazione: la de-estinzione genetica e la conservazione tradizionale. Il risultato? La maggior parte dei partecipanti non è propensa a giustificare l’estinzione delle due specie, nonostante la possibilità di de-estinguerle.

Eppure, tra il 20% e il 40% accetterebbe l’estinzione di una specie se il beneficio pubblico superasse il danno ecologico. Dalle risposte, però, emerge che si tratta di un’opinione indipendente dal concetto di de-estinzione. È piuttosto legata all’assolutismo morale dei partecipanti (rifiuto di compromessi) o al loro pragmatismo. Inoltre, molti dei partecipanti non sono nemmeno consapevoli delle potenzialità e dei limiti dell’ingegneria genetica. Quindi, la diffidenza nei confronti di queste tecnologie potrebbe essere la causa di questo risultato.

Serviranno altre ricerche su gruppi più eterogenei e più numerosi. Ma si può affermare, grazie a questo primo studio empirico, che non ci siano evidenze sul fatto che la promessa della de-estinzione renda l’estinzione più accettabile. Appare tuttavia evidente la confusione in merito a quello che effettivamente la scienza possa fare. Infatti, da un punto di vista biologico, ottenere un organismo tramite editing genetico non restituisce la specie estinta, ma un organismo attuale modificato con tratti ancestrali. La de-estinzione non è così automatica come spesso si dà a intendere, e il lavoro che c’è dietro è delicato e complicato. Ciò che può fare la differenza per evitare il temuto rischio morale, quindi, è illustrare le moderne tecnologie in maniera trasparente e onesta.

Note

1) Query online, 8 aprile 2025, https://tinyurl.com/2s4cn5h6
2) Christopher H. Lean et al., “De-extinction and the risk of moral hazard”, Biological Conservation, Volume 313, 2026, DOI:10.1016/j.biocon.2025.111637