Intervista a Sergio Della Sala, Full Professor in Neuropsychology, Università di Aberdeen (UK)

Molti cultori di pseudoscienze sono pronti a testimoniare di aver assistito a risultati prodigiosi. Ma quanto è affidabile la memoria, e quali sono i limiti di una testimonianza oculare?

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  • 13-01-2003
  • di Emiliano Farinella
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Prof. Sergio Della Sala
Sergio Della Sala è nato a Milano nel 1955. È laureato in Medicina, specializzato in Neurologia e dottore di ricerca in Psicobiologia. Ha inoltre studiato all’Università di Berkeley, California e all’Unità di Psicologia Applicata di Cambridge, Inghiliterra.
Dal 1994 è Full Professor in Neuropsicologia e Honorary Consultant in Neurologia all’Università di Aberdeen in Gran Bretagna. Il suo ambito di ricerca sono le neuroscienzecognitive, in particolare la neuropsicologia della malattia di Alzheimer.
Ha pubblicato oltre 200 articoli scientifici su riviste internazionali.
Il suo ultimo libro “Mind Myths” che tratta delle false credenze popolari circa il funzionamento del cervello e della mente è edito da Wiley.



Sino a che punto possiamo fidarci della nostra memoria?

La nostra memoria non funziona come un registratore o come una videocamera. Ogni ricordo e’ elaborato, ricostruito, manipolato, rappresentato. I ricordi non sono immagini dormienti nel nostro cervello che possiamo a nostro piacimento rievocare. Sono invece elementi labili e passibili di continue modificazioni, dovute al passare del tempo, al nostro stato emotivo, al contesto, alla nostra conoscenza generale del mondo e specifica di quel particolare evento e di altri simili.
Non esiste La Memoria, esistono molti sistemi diversi, molte memorie fra loro distinte e dissociabili. Non usiamo lo stesso sistema per ricordare i dettagli del nostro passato compleanno, per ricordare che dobbiamo comperare il latte prima di andare a casa, per studiare per un esame, per imparare a sciare, per ricordare un numero telefonico il tempo necessario per fare la telefonata.

Quali sono i limiti di una testimonianza oculare?

Una domanda pertinente nel giorno della morte di Pietro Valpreda! Come ricorderete, Valpreda era stato condannato in base ad una prova testimoniale per l’orrendo eccidio di Piazza Fontana a Milano. La testimonianza oculare del taxista Rolandi fu il punto cardine dell’accusa. Interessante però è andare a riguardare gli atti di Guido Calvi, per esempio nell’introduzione al libro “Poesie dal Carcere”, avvocato difensore di Valpreda, cui Rolandi confessò che la polizia gli mostrò la foto segnaletica di Valpreda prima del “riconoscimento”.
La testimonianza oculare è passibile di errori procedurali molto grossolani, o meno evidenti. Ma dal momento che come abbiamo detto prima, la nostra memoria non è un registratore, è molto ingenuo basarsi sulla sola testimonianza oculare per giudicare della colpevolezza o dell’innocenza di un imputato.
La testimonianza oculare è estremamente inaffidabile. Ciononostante le informazioni che può fornire sono molto spesso sovrastimate.
Una commissione giudiziaria Britannica, nota come Devlin Committee, dal nome del presidente, constatò che circa la metà di oltre duemila processi si concludevano con una condanna, la grande maggioranza di questi si basavano su una testimonianza oculare, che quindi svolge un ingiustificato ruolo privilegiato nella formazione della convinzione di colpevolezza del collegio giudicante.

Come si dovrebbe raccogliere una testimonianza?

Un gruppo di ricerca del mio dipartimento si occupa proprio di questo problema. Dapprima bisognerebbe evitare di considerare testimonianze occorse dopo che i volti degli imputati sono apparsi sulla stampa.
Ricordate la triste vicenda di Sacco e Vanzetti condannati alla sedia elettrica per duplice omicidio sulla base della testimonianza oculare della signora Nichols che, sette anni dopo aver assistito alla scena dalla finestra di casa sua, avrebbe riconosciuto i due anarchici Italiani, il cui volto nel frattempo aveva riempito le pagine di tutti i quotidiani Americani.
La seconda ovvia precauzione è che il “riconoscimento” avvenga accertandosi che nulla di cospicuo identifichi l’imputato. Un imputato nordafricano sarebbe spesso riconosciuto come colpevole se mescolato tra bianchi.

Quali disfunzioni della memoria sono tra le più comuni?

Tutti i diversi sistemi di memoria sono passibili di lesioni più o meno gravi. Così come ci sono molte diverse memorie, ci sono molte diversi tipi di amnesia.
Quella classicamente narrata nei film è la perdita di memoria autobiografica, cioè la perdita dei ricordi che caratterizzano la nostra identità.
Più frequente però è la cosiddetta amnesia anterograda, cioè la incapacità di apprendere nuove informazioni in seguito ad un danno cerebrale, per esempio un ictus o un trauma cranico.
Alcuni pazienti, al contrario, ricordano tutto del loro passato, ma non riescono a tenere a mente un numero di telefono neppure per pochi secondi, hanno perso la loro memoria a breve termine.

Quali disfunzioni sono comuni e quali da considerarsi patologiche?

La memoria, con tutti i suoi sistemi, partecipa attivamente nella maggior parte della nostra vita cognitive e di relazione. Mnemosine era la madre di tutte le muse.
Il concetto di normalità o patologia è un concetto relativo. Ciò che è normale da giovani per esempio può non esserlo da vecchi. Un disturbo spesso presente con l’avanzare dell’età è la perdita della cosiddetta memoria prospettica, cioè della nostra capacità di ricordare di fare qualchecosa in un certo momento nel futuro, per esempio ricordarsi di prendere la pillola per la pressione alle quattro del pomeriggio. La memoria prospettica ci permette anche di sottolineare che abbiamo memoria per pianificare il futuro, dal punto di vista evolutivo servirebbe a poco un sistema che ci permetterebbe di crogiolarci nei ricordi del nostro primo amore. Alcune volte soltanto una modalità di recupero dell’informazione viene perduta, come per esempio nel caso dell’anomia, cioè della difficoltà a ricordare i nomi delle persone o delle cose.

Le persone che sono affette da una disfuzione della memoria, di solito ne sono consapevoli?

Dipende dal tipo di amnesia, dalla sua causa, dalla localizzazione della lesione cerebrale, dalla sua estensione. In molte amnesie, siccome si e’ amesici ci si dimentica di esserlo. Una persona affetta da amnesia globale transitoria, cioè una condizione che insorge dopo un trauma, per esempio per un incidente in moto, e che dura qualche ora, continuerà a ripetere le stesse domande senza accorgersi di essere amnesico. Una persona anziana invece sarà ben conscia della fragilità del suo sistema di recupero dei nomi propri.
Dopo un ictus cerebrale alcuni pazienti sono affetti da anosognosia, letteralmente mancanza di conoscenza della propria malattia, quindi se amnesici non sapranno di esserlo, ignoreranno il loro disturbo. Ma non siamo un po’ tutti anosognosici di ciò che non vogliamo vedere?