Placebo e dintorni (recensione)

di Giorgio Dobrilla<br>Il Pensiero Scientifico, 2004<br>pp. 166, E 14,50

  • In Articoli
  • 05-08-2007
  • di Matteo Granziero
Il vero scienziato verifica, pesa, misura oggettivamente i fenomeni che gli stanno davanti.

Ritengo che lo spirito del libro sia riassunto dalla citazione precedente, e penso che questo spirito si applichi anche nella vita quotidiana di ognuno di noi, specialmente quando è la nostra salute ad essere in gioco.
Secondo l'esperienza quotidiana di chi scrive, l'effetto placebo è definito dalla maggior parte delle persone come negazione: «... non sono state assunte medicine, ...non c'è principio attivo dunque... non può che trattarsi di placebo». Tale approccio non può che apparire riduttivo, specialmente alla luce della complessità dei fenomeni che stanno alla base dell'effetto appena citato.
Nonostante la completezza della trattazione, il libro è solo il punto di partenza per chi intende padroneggiare l'argomento, fornendo un'ampia scelta bibliografica da cui attingere informazioni.
I primi capitoli si occupano della storia e delle definizioni dei termini. Si prosegue con l'analisi delle personalità dei pazienti più o meno ricettivi alla placebo-terapia, con una disamina del rapporto medico paziente, con la definizione dei fenomeni biochimici e della statistica fondamentale per la medicina. Infine si chiude descrivendo fin dove si spinge l'effetto placebo, che possiamo trovare nella chirurgia, nella veterinaria e nelle medicine alternative.
Il placebo non è semplicemente una pastiglia senza principi attivi, ma sono anche interventi chirurgici simulati o attenzioni del personale medico e paramedico.
Per dovere di cronaca, l'autore riferisce l'opinione di una parte della medicina ufficiale che ritiene l'effetto placebo una «maldestra interpretazione della storia naturale della malattia». Tale tesi non è condivisa dallo stesso, che riporta riscontri oggettivi, come la presenza di fenomeni biochimici rilevabili da analisi (a titolo di esempio si citano le endorfine e la colecistochinina tra loro antagoniste) e una risposta dell'organismo in funzione alla somministrazione del placebo. Risulta comunque estremamente complesso riuscire a tracciare con sicurezza i limiti di efficacia del placebo. Infatti non solo l'impossibilità di fare uno studio in doppio cieco contro se stesso, ma anche il concetto di "regressione verso la media", che contribuisce a rendere più elevato il rischio di interpretazioni errate da parte di chi non ha dimestichezza con la statistica, e la diversità psicologica di ognuno di noi rendono sfumati i confini tra regressione spontanea ed efficacia del placebo.
In più punti viene anche toccato il problema etico della somministrazione del placebo. Ove possibile, il medico può o deve mentire al paziente prescrivendo un placebo? Nei casi di riconosciuta efficacia, è giusto praticare un'incisione al solo scopo di simulare un intervento chirurgico? È lecito utilizzarlo negli studi in doppio cieco o, dove è possibile, il confronto deve essere fatto contro un farmaco di provata efficacia?
Quando viene somministrato un principio attivo non adatto alla patologia da curare, che comunque ottiene effetti terapeutici, ci si trova innanzi a un placebo impuro. Secondo alcuni studi, tali placebo sono in una percentuale che va dal quaranta all'ottanta percento dei farmaci venduti nelle farmacie. Sorgono quindi tre interrogativi: se l'uso dell'effetto placebo sia padroneggiato con competenza dai medici, che sono scarsamente formati sull'argomento che viene poco approfondito nel percorso universitario, se non si rischi di prescrivere placebo impuri anche per patologie per le quali esistono farmaci effettivamente efficaci e se non si causino effetti indesiderati del tutto inutili.
Per finire una piccola curiosità: tra la dettagliata bibliografia alla fine di ogni capitolo si può trovare il quaderno del CICAP sulle medicine alternative.


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