Il regime nazista e la verifica dell’omeopatia: la parola a un testimone

  • In Articoli
  • 01-03-2010
  • di Elena Tonazzo e Lorenzo Montali
Avremmo voluto pubblicare in queste pagine un documento storico: le "Osservazioni sulla verifica dell'omeopatia ordinata dall'Ufficio d'Igiene del Reich fra il 1936 e il 1939". Si tratta della relazione originale che Fritz Donner, un medico omeopata tedesco, scrisse per evidenziare come le ricerche ufficiali, volute dal regime e condotte in Germania tra il 1936 e il 1939 per dimostrare l'efficacia dell'omeopatia, si fossero risolte in un nulla di fatto. Questo documento, in tedesco, è stato digitalizzato e da aprile del 2009 è reperibile in Rete. Abbiamo perciò chiesto all'Institut für Geschichte der Medizin der Robert Bosch Stiftung, di Stuttgart (Germania), che custodisce l'originale, di autorizzarne la pubblicazione anche in italiano, ma questa possibilità ci è stata negata. Qualcuno potrebbe pensare che questo abbia a che fare con la volontà di questa Fondazione, che promuove studi storici sull'omeopatia, di non favorire una più ampia divulgazione di un documento così critico nei confronti dell'omeopatia. Noi non sappiamo se le cose stiano realmente in questo modo, ma sinceramente ci auguriamo che non sia così perché nessuna disciplina che ambisca a essere definita scientifica può fondarsi sull'occultamento di quei dati e di quelle riflessioni che si pongono in maniera critica rispetto alle opinioni condivise nella comunità di riferimento. Sta di fatto che, alla nostra richiesta di un chiarimento circa le ragioni del rifiuto, è stato risposto che l'autorizzazione data al sito internet "a pubblicare quel vecchio documento doveva considerarsi eccezionale". Si tratta di una risposta che a nostro parere non spiega nulla, ma su questo ognuno è libero di farsi l'opinione che meglio crede. Noi però non volevamo rinunciare a far conoscere l'esistenza di quel documento e perciò, accanto all'articolo di che pubblichiamo nelle pagine precedenti e che ne offre un breve sunto di alcuni punti essenziali, abbiamo deciso di offrire, per dovere di cronaca, un ampio resoconto dei contenuti di quel testo. Abbiamo lasciato inalterata la suddivisione del report in cinque parti, mentre abbiamo aggiunto alcuni titoletti in corsivo per agevolare la lettura.

Parte I

La sperimentazione del RGA

Nel 1936 l'Ufficio d'Igiene del Reich (RGA) cominciò a organizzare una verifica per provare l'efficacia dell'omeopatia, che sarebbe durata tre anni. Prima che l'insieme di questo materiale venga pubblicato su una rivista scientifica, Donner vuole però offrire una testimonianza di prima mano di ciò che ha potuto osservare nel corso della sua partecipazione a questa grande verifica.

Donner osserva che fino a quel momento non erano esistiti istituti di ricerca che svolgessero delle sperimentazioni adeguate dei rimedi omeopatici che pure venivano prescritti, sia in ambito ospedaliero sia da parte di medici privati. Per questo, spiega, non ci si poteva attendere che una verifica approfondita come quella organizzata dalla RGA avrebbe dimostrato la validità esatta e assoluta di tutto ciò che era stato teorizzato da Hahnemann, il fondatore del metodo, e dai suoi successori. Nonostante quindi le sue attese fossero caute e equilibrate, nel fare un bilancio complessivo dei tre anni di osservazioni e verifiche organizzate dalla RGA egli osserva che "Hans Rabe, l'allora Presidente dell'Associazione dei medici omeopati tedeschi non è riuscito a riportare un solo esempio a favore dell'omeopatia, né con i test di sperimentazione dei farmaci, né con le prescrizioni terapeutiche ai malati che egli stesso si sceglieva. Perché? Dipendeva dall'effettiva situazione dell'omeopatia o dai colleghi omeopati?"

Questo suo documento si propone quindi come una riflessione che, a partire dall'esperienza di Donner come medico omeopatico, cerchi di rispondere a quelle domande.

Il caso dell'apis mellifica

image
©leunix/Flickr

Il racconto inizia quindi nel 1927, dalle prime esperienze di Donner all'ospedale omeopatico di Stoccarda. Lì egli assistette a una relazione condotta dai due primari dell'ospedale su un rimedio omeopatico, l’apis mellifica, un prodotto ottenuto dalla triturazione delle api ancora oggi venduto da Boiron. Nel corso della relazione, spiega Donner riportando le parole dei relatori, venne dato molto peso "all'efficacia del rimedio sulla parte destra del corpo", alla "piccola borsa sotto la palpebra inferiore destra", all'"adipsia" che esso provocava, e infine all'efficacia dell’apis sulle cisti all'ovaia destra, mentre per le cisti all'ovaia sinistra andava prescritto il lachesis, che "agisce sul lato sinistro del corpo". Alla presentazione dei due medici seguì un dibattito, nel corso del quale, a un assistente che chiedeva se l’apis non avesse proprio alcun effetto sulle cisti a sinistra, non venne data alcuna risposta convincente. Lo prova il fatto che nel pomeriggio vi fu un'animata discussione tra alcuni dei partecipanti alla conferenza dei due medici, alla fine della quale a Donner venne chiesto di esaminare le sperimentazioni dell’apis per capire se il riscontro di un'azione del rimedio sul lato destro del corpo fosse reale o meno. Ciò che egli fece fu di esaminare le osservazioni cliniche disponibili prodotte dai medici che avevano prescritto quel farmaco. Da quella analisi della letteratura, che si intuisce essere stato non troppo difficile da condurre, risultò che i sintomi e le sensazioni erano stati riportati circa 78 volte sul lato sinistro e solo 40 su quello destro. Vi è però un secondo dato che Donner ritiene significativo, ovvero che la maggior parte dei sintomi descritti dai medici non poteva essere attribuita all'azione del farmaco omeopatico, ma era stata causata da… punture di api. In particolare, il gonfiore della palpebra inferiore destra che era stato citato nella conferenza in ospedale, non era dovuto all’apis, ma a una puntura vicino all'angolo destro della bocca: "alla persona che era stata punta era venuto un grosso edema sulla metà destra del viso, sicché la guancia destra pendeva verso il basso, sul petto, come una piccola borsa". Il caso è senz'altro interessante perché segnala come proprio le persone che erano ritenute esperte nel settore, e che avevano l'incarico di formare gli altri medici circa l'opportunità di somministrare un prodotto e le sue conseguenze, divulgavano un sapere del tutto impreciso, che però, nel tempo, acquisiva valore di verità perché nessuno si preoccupava più di compiere una verifica sulle osservazioni cliniche originarie, le fonti, dando per assodato che ciò che veniva raccontato fosse stato provato con sperimentazioni cliniche. E infatti, Donner spiega che tra i responsabili che avrebbero collaborato alla ricerca per conto dell'RGA era stato scelto per l'Università di Halle un collega di cui riferisce solo un'iniziale: "T". Questo collega aveva pubblicamente sostenuto che la famosa piccola borsa sotto la palpebra inferiore destra era un "importantissimo sintomo di fondo" che era comparso "ripetutamente" durante le sperimentazioni del farmaco. La sua opinione era peraltro condivisa in seno a quella comunità di medici omeopati, tanto che, spiega Donner, "la "piccola borsa sotto la palpebra inferiore destra" veniva menzionata sempre (anche nei corsi per i medici) quando capitava di parlare di apis – e alcuni colleghi erano persino convinti in tutta onestà che tale sintomo di fondo si ottenesse solo con le alte diluizioni". Quando però, in seno al gruppo di lavoro dell'RGA, si discusse di quali fossero le diluizioni necessarie se in una sperimentazione con l’apis si voleva fare insorgere la piccola borsa, Donner spiegò che la cosa non aveva senso perché la borsa non era affatto dovuta al farmaco. Ma, per dirla con le sue parole, " appena mi opposi al progetto mi sentii dire che io con le mie opinioni in materia medica omeopatica ero un "solitario", e che era stato dato l'incarico di verificare cosa riteneva giusto non il Signor Donner, bensì l'omeopatia – in pratica ciò che gli omeopati eminenti di allora propagandavano come la "vera omeopatia". Perciò c'erano tutte le ragioni di farne l'oggetto di un'indagine scientifica".

Ma la faccenda dell'apis non finisce qui. Infatti uno degli assistenti che aveva partecipato alla conferenza ne volle discutere con un suo amico, un medico che lavorava in una clinica ginecologica universitaria, per elaborare un protocollo che consentisse di chiarire le eventuali possibilità di utilizzo del rimedio omeopatico. Da quella discussione sorse un ulteriore elemento interessante, relativo al fatto che "nella maggior parte dei casi le cistine ovariche (che si formano spesso dopo l'ovulazione) si riassorbono senza trattamenti nel giro di alcune settimane o pochi mesi". È chiaro che questo dato metteva in dubbio l'affermazione fatta alla conferenza circa l'efficacia del rimedio nelle cisti, nel senso che poteva benissimo darsi il caso che questo presunto effetto non fosse dovuto all'azione del farmaco, ma al decorso spontaneo delle cisti stesse. Per poterlo determinare con certezza la sperimentazione avrebbe dovuto quindi coinvolgere un gran numero di pazienti per un lungo periodo, che avrebbero dovuto essere divisi in due gruppi: ad uno si sarebbe dovuto somministrare l’apis, all'altro un placebo. L'assistente chiese allora ai due primari di indicare che percentuale di pazienti secondo loro sarebbero guariti nel corso della sperimentazione grazie a quella cura omeopatica. La risposta, scrive Donner, fu molto franca. Ammisero infatti "di non poter dire niente a riguardo perché fino a quel momento non erano state fatte verifiche serie, ma erano stati riportati solo singoli casi di per sé piuttosto discutibili". Ciò che è forse ancora più indicativo è il fatto che spiegarono "di non saper dire se c'era da aspettarsi qualcosa di positivo da simili indagini con i gruppi di controllo". Alla fine l'RGA decise comunque che la terapia con apis e altri rimedi contro le cisti fossero degni di una verifica. Questo non sulla base di evidenze scientifiche raccolte, ma, spiega Donner, " in base alle dichiarazioni positive fatte in alcuni centri di formazione di omeopatia del centro e del sud della Germania e alle verifiche nelle cliniche ginecologiche di Lipsia e di Tubinga, per la cui esecuzione erano stati chiamati i colleghi Schoeler e Unseld".

La validità delle caratteristiche attribuite al farmaco

Se si analizzano le fonti che riportano l'elenco di sintomi correlati a un rimedio omeopatico con il necessario atteggiamento critico, osserva Donner, si constata che tali fonti riportano osservazioni relative agli effetti collaterali provocati da veleni e da principi attivi usati in dosi massicce, come quelli ottenuti da Hahnemann, che nei primi tempi fece esperimenti su se stesso e sui suoi familiari, quindi su soggetti sani. È chiaro che i sintomi ottenuti in tal modo sono indubitabili, ma è altrettanto chiaro che ciò non costituisce la prova che i rimedi, una volta diluiti come la metodologia omeopatica prescrive, producano gli stessi effetti.

La determinazione di tali effetti costituisce un altro caso interessante nella storia dell'omeopatia di cui Donner ci parla, poiché essa non veniva raggiunta seguendo metodologie sperimentali accurate, ma si basava piuttosto sulle impressioni e sui racconti a volte del tutto improbabili degli allievi di Hahnemann Per esempio, è alquanto sorprendente che uno di tali allievi, il Dr. Stapf, riportasse sintomi erotici per tutti i farmaci testati. Erano guarda caso, osserva Donner, proprio "gli anni in cui gli uomini si curavano molto di quel genere di sintomi, ma metterli in relazione con i principi attivi assunti era un'impresa molto azzardata". Un altro dei collaboratori di Hahnemann fu il dottor Langhammer, che era considerato, da chi lo conosceva, una persona depressa e che, di nuovo guarda caso, riferì proprio sintomi riconducibili a quella sindrome per tutti i farmaci che gli furono somministrati. Questo significa, ne deduce Donner, che, sin dai primi test di Hahnemann, nella letteratura omeopatica furono introdotti notevoli errori dovuti al fatto che sia lui che i suoi allievi erano convinti del fatto che ogni sintomo e ogni scostamento da un normale stato di salute constatato nel periodo di assunzione del farmaco potesse essere causato solo da quest'ultimo.

A riprova di ciò, ma anche della consapevolezza che ne avevano coloro che pure in Germana praticavano negli anni di Donner l'omeopatia, nel rapporto viene citato il caso degli effetti provocati dal magnete. Nel secondo volume della prima edizione della Materia medica pura di Hahnemann vengono citati 716 sintomi provocati nei pazienti dalle sperimentazioni del magnete, di cui 237 insorti dopo l'applicazione del polo negativo ai soggetti, 236 del polo positivo e 243 di entrambi. Donner racconta che alcuni suoi colleghi di andarono a discutere con il loro primario circa una possibile verifica sperimentale di tali sintomi, proponendo di applicare a metà dei soggetti una bacchetta magnetica in varie polarità e all'altra metà solo una sua imitazione, quindi una sorta di placebo. Ne nacque una discussione, alla fine della quale, scrive Donner "i primari ammisero (non senza esitare) che i sintomi da magnete descritti nella letteratura erano "sintomi fantastici". Ovviamente a quel punto venne osservato che lo stesso discorso poteva allora estendersi anche a tutti gli altri sintomi descritti da Hahnemann in relazione agli altri farmaci di cui parla in quell'opera, sia perché le modalità con cui tali sintomi erano stati rilevati erano analoghe, sia perché in molti casi anche i soggetti su cui tali sintomi erano stati rivelati erano gli stessi. E in effetti, conclude Donner, "nessuno seppe replicare loro in modo convincente, sicché con ogni probabilità gli assistenti si fecero l'idea che una parte non trascurabile dei sintomi di Hahnemann fosse effettivamente di dubbia natura".

L'effetto placebo, questo sconosciuto

La questione della definizione dei sintomi si inquadra in un problema più generale, relativo alla qualità delle sperimentazioni sui farmaci omeopatici e in particolare all'uso di placebo per verificare che i sintomi rilevati fossero davvero dovuti all'azione del farmaco e non all'autosuggestione dei pazienti. Anche in questo ambito Donner rileva alcune macroscopiche carenze. Cita per esempio il caso di Conrad Wesselhoeft, che nel 1887 aveva condotto una sperimentazione sugli studenti della Boston University Medical School, all'epoca un'università di medicina omeopatica, dando loro un placebo. Il problema è che il dottor Wesselhoeft aveva avvertito gli studenti del fatto che stava somministrando loro un placebo e aveva anche spiegato che si trattava di carbone vegetale; guarda caso i risultati mostrarono che molti studenti avevano dichiarato di aver avuto… sintomi da carbone vegetale! La domanda, dice Donner, a questo punto "sorge spontanea: in quante sperimentazioni condotte dal 1810 a oggi sono entrati in gioco queste fonti di errore?" Donner ha ben chiaro che solo un adeguato confronto tra gli effetti del farmaco e quelli ottenuti con un placebo può portare a delle conclusioni chiare e per dimostrarlo intraprende una serie di ricerche coinvolgendo i colleghi come soggetti.

Condusse così nel giro di qualche anno diversi test di rimedi omeopatici, per lo più a media diluizione, su quasi 200 soggetti; un numero che reputa sufficiente per potersi fare un'idea attendibile sulla questione. Nei suoi test introdusse però un'importante innovazione: invece che somministrare prima il principio attivo, come avveniva di solito, diede ai soggetti prima il placebo, ma non li informò di questo cambiamento nella procedura standard. Il risultato fu che "tutti i soggetti osservarono su se stessi un gran numero di sintomi (alcuni anche forti) sin dal periodo di assunzione del placebo. Alcuni interruppero addirittura la sperimentazione per via della gravità dei sintomi riportati". Quando vennero informati della cosa, peraltro, erano del tutto increduli rispetto al fatto di aver assunto un liquido privo del principio attivo anziché il farmaco vero e proprio. In compenso "con il farmaco (somministrato in media diluizione) non si presentò neanche uno dei suoi sintomi caratteristici – sintomi che avrebbero dovuto comparire in modo lampante secondo quanto affermava la "dottrina di partito" sulla validità delle sperimentazioni dei farmaci" omeopatici.

È chiaro quindi che, poiché nella letteratura omeopatica tutto ciò che nelle ricerche i soggetti riportavano come sintomo veniva considerato un effetto del principio attivo in questione, senza un controllo attraverso il placebo, si possono avanzare, come fa Donner, "considerevoli dubbi sull'esattezza di molti sintomi" riportati nella letteratura. Il medico tedesco racconta di aver condiviso con i suoi colleghi tali dubbi, trovando però ben poca apertura: "con mia sorpresa i miei interlocutori non mostrarono alcuna comprensione, anzi dichiararono che la comparsa di sintomi da placebo era umanamente impossibile". In effetti questi medici gli spiegarono di non aver mai osservato nessuna sintomatologia nei soggetti a cui avevano somministrato un placebo. Il problema è che essi avevano commesso un errore metodologico fondamentale: "avevano dato il placebo dicendo: ora vi diamo un farmaco finto, state attenti ai sintomi". Dopo questa premessa, i sintomi non si erano mai presentati. Quando poi avevano condotto i test con il rimedio omeopatico avevano interpretato tutti i sintomi, che stavolta si erano presentati, come "effetti del farmaco. Per svelare l'errore metodologico implicito in questa modalità di sperimentazione Donner replica la procedura seguita dai colleghi: dà ai soggetti una fiala di placebo spiegando che si trattava di un farmaco finto per testare la loro suggestionabilità e chiede loro di stare attenti ai sintomi. Non ne riferiscono nessuno. Poi dice che la vera sperimentazione ha inizio, ma in realtà somministra loro altre fiale di placebo. Al termine i soggetti, ignari del vero contenuto della fiala, osservarono su se stessi una vasta sintomatologia coerente con il presunto farmaco testato.

L'ultimo episodio citato da Donner sulla questione del placebo riguarda la sperimentazione della noce vomica ad alta diluizione. Si trattava di un rimedio che era stato sperimentato dal presidente dell'Associazione Centrale Omeopati tedesca, Hanns Rabe, il quale dopo averla personalmente assunta aveva reagito manifestando i sintomi tipici. Donner decise a sua volta di tentare una sperimentazione del farmaco ad alte diluizioni utilizzando 4 fiale, le prime 3 contenevano il placebo, solo l'ultima il farmaco testato. Durante l'assunzione delle fiale di placebo i soggetti presentarono numerosi sintomi, per i quali in alcuni casi si arrivò a riempire ben sei pagine dei quaderni del protocollo. Ma con la noce vomica in alta diluizione, in C30, nessun soggetto riportò i sintomi caratteristici del rimedio. Nella riunione finale il direttore della sperimentazione "sfogliò con impazienza i quaderni del protocollo per dirsi infine molto soddisfatto del risultato. Si era però dimenticato che le prime tre fiale erano di placebo, sicché diede per scontato che il test fosse iniziato subito in C30 (come avveniva di solito) e fra i sintomi insorti durante la somministrazione del placebo selezionò quelli che andavano bene per la noce vomica. Era questo una considerevole fonte di errore cui fino ad allora nessuno aveva prestato attenzione: se sapeva quale rimedio veniva testato, il direttore della sperimentazione era fin troppo incline a pescare dalla massa dei sintomi osservati e riportati dai soggetti di studio solo quelli a favore del rimedio" conclude Donner.

Il problema appare a Donner generalizzato e lo portano a questa conclusione le tante sperimentazioni condotte in quegli anni da laboratori diversi e su farmaci differenti: Brvonia, sepia, belladonna. Ogniqualvolta veniva usato un placebo, le verifiche non davano come risultato i sintomi documentati nella letteratura omeopatica relativamente al rimedio testato. La sua valutazione è perciò molto esplicita: "forse molto dipese dal fatto che ci si era ingannati con delle illusioni sulla validità della sperimentazione dei farmaci a media e ad alta diluizione – e ovviamente le illusioni non potevano diventare realtà se le verifiche venivano condotte con un atteggiamento critico".

Parte II

L'organizzazione della ricerca della RGA

image
Hannemann Memorial (Washington, DC). ©takomabibelot/Flickr

Nella seconda parte del rapporto Donner racconta di come fu organizzata la sperimentazione sull'omeopatia da parte della RGA. Spiega che l'incarico per questo progetto venne dato a un farmacologo, Bonsmann, direttamente dal Presidente dell'Ufficio d'Igiene del Reich. Bonsmann aveva già frequentato dei corsi di introduzione all'omeopatia a Stoccarda e a Berlino, aveva trascorso periodi di studio all'ospedale omeopatico di Stoccarda e al policlinico omeopatico di Lipsia, e da medico internista aveva gestito a lungo un proprio studio; pertanto era ben preparato per svolgere la sua attività.

Donner scrive che quando seppe che l'RGA voleva condurre una verifica sull'omeopatia si informò subito circa il modo in cui intendevano procedere. Gli venne spiegato che prima di tutto si sarebbe svolta un'indagine sull'attendibilità delle sperimentazioni dei farmaci fatte in precedenza, e sulla validità dell'elenco di sintomi da esse ricavate; poi l'attenzione si sarebbe rivolta a determinare l'affidabilità delle indicazioni terapeutiche dei singoli rimedi, andando a chiarire il valore effettivo di una terapia omeopatica. La ricerca avrebbe riguardato anche il principio di similitudine del farmaco, prevedendo di studiare 60 medicamenti all'anno, uno sforzo decisamente importante. Secondo quel progetto, se nei primi anni fosse stato dimostrato chiaramente che c'era qualcosa di vero riguardo l'omeopatia, tutti gli istituti universitari, le cliniche e gli ospedali principali della Germania sarebbero stati coinvolti in una serie di studi. In Germania esistevano all'epoca 26 tra facoltà e accademie di medicina, ognuna avrebbe avuto un gruppo di lavoro, nelle grandi se ne prevedevano due, costituito da un omeopata, un internista e un farmacologo, che avrebbero potuto effettuare sperimentazioni sui farmaci e studi terapeutici. I soggetti per le ricerche non sarebbero mancati, dato che l'invito a partecipare sarebbe stato esteso a tutti i membri delle associazioni per l'omeopatia. In circa 6 anni, questi erano i piani, si sarebbero potuti esaminare 250 dei principali rimedi omeopatici, ciascuno su un gran numero di soggetti di studio e con ogni cautela metodologica. Per ciascun test, gli omeopati non avrebbero dovuto fare altro che indicare il tipo di persona che ritenevano idonea e quei soggetti sarebbero stati convocati. All'omeopatia, rileva Donner "venivano date possibilità come non ne aveva mai avute in precedenza".

Donner ritiene che Bonsmann fosse una persona particolarmente qualificata per l'incarico che aveva ricevuto, dal momento che il suo studio attento e prolungato della questione gli aveva permesso anche di sviluppare un notevole senso critico rispetto alle diverse affermazioni che venivano fatte dagli omeopati. Un giorno, chiacchierando con Donner, questi gli spiegò di essere rimasto colpito dal fatto che alcuni soggetti avessero manifestato improvvisa adipsia in seguito alla somministrazione di apis, così come raccontato da un collega durante una conferenza a cui aveva assitito e di cui si è riferito sopra. Donner gli rispose che era del tutto impensabile – come aveva affermato il collega – che quel sintomo si potesse provocare con una sperimentazione del farmaco effettuata con diluizioni. Gli spiegò cos'era invece avvenuto: alcune persone avevano sviluppato degli edemi sul corpo dopo essere state punte da api; durante la formazione degli edemi essi avevano naturalmente manifestato una forte sete, che era poi venuta meno una volta che gli edemi si erano riassorbiti. Raccontò un caso che gli era capitato alcuni anni prima: nel 1925 un assistente aveva contratto la pleurite con febbre alta, gran sete e abbondante formazione di essudato. All'improvviso aveva manifestato adipsia senza che gli fosse stata somministrata apis. Nelle successive 24 ore Donner aveva potuto osservare che, senza alcun trattamento, la temperatura era calata, con un eccesso di diuresi e una diminuzione del livello di essudato. Da allora aveva osservato altri decorsi di malattie senza trattamenti in casi simili. Aveva quindi concluso che chi non conosce queste forme di decorso non trattate, interpreta più facilmente la somministrazione di apis come un successo.

Donner stesso scrive però che, giunto al termine della sua spiegazione, si era reso subito conto che Bonsmann era già consapevole di quanto gli aveva appena raccontato e rileva che "in fondo non c'era da meravigliarsi che fosse bene informato su altre sperimentazioni fatte in precedenza. Dopo aver dedicato la propria settimana lavorativa, otto ore al giorno, per 10 anni esclusivamente allo studio dell'omeopatia, un tossicologo non può che avere acquisito grandi conoscenze in merito".

Il caso della platina

Nei quattro anni che durò la sperimentazione Bonsmann e il suo collega Siebert passarono al policlinico e all'allora sezione omeopatica dell'ospedale Rudolf Virchow più volte la settimana per osservare il lavoro di Donner. Una volta, dopo aver assistito a una conferenza di un collega omeopata sulla platina, Bonsmann chiese a Donner cosa ne pensasse, spiegandogli di aver trovato una serie di elementi che erano in notevole contrasto con ciò che aveva esposto il collega. Anche Donner gli confermò di avere parecchi dubbi sul quel farmaco, dal momento che il quadro dei sintomi che gli veniva attribuito si basava su delle osservazioni pubblicate nel 1822 da W. Gross e relative al caso di una donna definita da Gross stesso "alquanto suscettibile", cui aveva somministrato il rimedio con dosi di 2-3 grammi di metallo. La donna aveva poi dichiarato di vedere tutto più piccolo del solito: tavoli, sedie, persino il Dr. Gross le sembrava molto piccolo. Donner, racconta però di aver scoperto che in realtà quei sintomi di micropsia sono gli stessi che nei testi specialistici sulle malattie degli occhi vengono definite "spasmi accomodativi nelle isteriche", mentre nelle opere di psichiatria sono associati a determinate psicosi. Il problema, rileva Donner, è che "all'epoca le sperimentazioni dei farmaci venivano effettuate con molta ingenuità". Cita a questo proposito il paragrafo 138 dell’Organon di Hahnemann:

Tutti i disturbi, i casi e i cambiamenti dello stato di salute del soggetto di studio sotto l'effetto del farmaco derivano solo da quest'ultimo e devono essere considerati come tipici effetti, essere visti e registrati come sintomi di quel farmaco, anche se la persona ha potuto osservarne di simili su se stessa in precedenza.

È chiaro infatti che questa posizione non consente di discriminare correttamente i reali effetti del farmaco rispetto a sintomi che la persona aveva precedentemente e che erano magari dovuti a sue patologie non prese in considerazione, come nel caso della signora "alquanto suscettibile".

Dopo che Donner ebbe espresso questo suo ragionamento "i commissari dell'RGA non fecero mistero di essere rimasti sorpresi del fatto che in 100 anni nessuno si fosse mai posto domande, né avesse accertato con opportune verifiche se era effettivamente possibile far scattare delle degenerazioni psichiche assumendo platina in prima triturazione, anche solo nei soggetti predisposti. Se ciò si fosse verificato nei controlli che da allora in poi si intendeva predisporre e condurre nell'ambito di verifiche ufficiali, allora tutto bene; se invece i test avessero avuto esito negativo, ci sarebbero state tutte le ragioni per classificare la sintomatologia di platina e il "tipo da platina" descritto con tanta dovizia di particolari come un prodotto della fantasia".

Il caso della sperimentazione citata da Donner suscitò particolare sconcerto, dal momento che esso contraddiceva le idee sostenute dall'omeopatia classica, ossia che i sintomi psichici fossero indotti dalle diluizioni alte e non in prima triturazione come era stato in quel caso. In seguito, i commissari dell'RGA vollero esaminare approfonditamente questo tema, ma non riuscirono a trovare nessun rapporto sulle sperimentazioni del farmaco da cui risultasse con chiarezza la veridicità di quanto sostenuto dall'omeopatia classica. Allora chiesero a Donner di citare in quali pubblicazioni avrebbero potuto trovare riscontri adeguati, ma egli poté solo rispondere che, nonostante avesse studiato attentamente la letteratura, non ne aveva trovati e che i colleghi che aveva interrogato sul tema "non facevano che rispondere alle mie domande precise con lo stereotipo: ‘Naturalmente non lo sappiamo, ma è davvero così!'".

L'aralia per la cura della tosse

Il caso citato non rappresenta un unicum nel panorama dei rimedi omeopatici. Donner racconta che, durante una delle oltre 300 visite che i commissari dell'RGA gli fecero, discussero di molti rimedi omeopatici. Una volta gli chiesero perché avesse prescritto a un paziente l'aralia, che veniva particolarmente consigliata in caso di "stimolo a tossire non appena ci si addormenta". Egli citò alcune pubblicazioni secondo le quali "l'impiego di aralia risale a un tale Dr. S.A. Jones, che una sera ebbe un attacco di asma poco dopo essersi coricato. Da principio Jones aveva creduto si trattasse di uno dei suoi soliti attacchi. Poi però si era ricordato di aver preso 10 gocce di tintura di aralia alle 3 del pomeriggio, e aveva messo in relazione il rimedio con l'attacco, soprattutto perché, ripensandoci, gli era sembrato che l'attacco di quella notte fosse stato diverso dal solito".

Nel suo rapporto però Donner ammette che non si sa se Jones aveva avuto attacchi simili prima o se ne ebbe in seguito o se si era esposto a una qualche situazione scatenante; e soprattutto rileva che in seguito non sono state fatte altre sperimentazioni sull'aralia, ma ci si è limitati a continuare a consigliarla sulla base di quel singolo caso, cosa che lasciò gli incaricati dell'RGA "esterrefatti" e li indusse a programmare verifiche del farmaco: sarebbe stato sufficiente reclutare nelle case di cura per asmatici alcune centinaia di pazienti per sapere nel giro di poche settimane se 10 gocce di tintura di aralia provocavano o meno attacchi di asma e se il decorso di tali attacchi era corrispondente a quanto descritto nella letteratura omeopatica.

È chiaro perciò che la medicina omeopatica al tempo di Donner non si era posta, prima della verifica della RGA la questione di quanto di ciò che era stato affermato dopo Hahnemann corrispondesse a verità confermate da adeguati test clinici. Secondo Donner questo dipende dal fatto che un medico generico non aveva né il tempo né la possibilità per dedicarsi alla questione, dal momento che all'epoca mancavano i grandi istituti di ricerca disponibili a svolgere queste ricerche. Nel corso delle riunioni preparatorie del lavoro, i responsabili dalla RGA, spiega Donner " non tardarono ad accorgersi che le proposte fatte loro da alcuni dei personaggi più eminenti di allora non si basavano affatto su dati di fatto, ma sui risultati attesi che tali colleghi si prefiguravano dopo aver appreso di precedenti sperimentazioni del farmaco. I commissari stabilirono che da allora in poi sarebbe stato meglio attenersi ai dati di fatto". Si trattava in primo luogo di capire su quali basi dovessero fondarsi le preparazioni e quindi si fece opportunamente ricorso a quanto scritto da Hahnemann nel suo fondamentale testo Materia medica pura a proposito degli effetti provocati dai rimedi omeopatici da lui testati. Si trattava di quattro tipi di relazioni: i rapporti sui sintomi da avvelenamento, i resoconti sugli effetti collaterali dei farmaci, i primi test con dosi quasi tossiche e i secondi test con farmaci diluiti. Donner spiega che i commissari del RGA concordavano con lui sul fatto che "i rapporti sugli avvelenamenti e sugli effetti collaterali sono da considerarsi veritieri, soprattutto se i sintomi osservati nel corso dei secoli si sono rimanifestati sempre con la stessa sintomatologia. Anche i test con dosi cariche e perciò quasi tossiche hanno un valore fattuale non poco rilevante, basti ricordare i test con l'aloe e la colocynthis in tinture". Insomma, anche secondo i commissari le sperimentazioni del farmaco condotte con dosi quasi tossiche avevano buone probabilità di essere attendibili, come confermavano tutte le ricerche della tossicologia non omeopatica. Restavano però da eliminare scrupolosamente i "sintomi da placebo" tramite verifiche che includessero controlli con placebo.

La sperimentazione dei rimedi diluiti

La questione si presentava invece in maniera diversa per quanto riguarda i farmaci diluiti, cioè l'innovazione portata dall'omeopatia rispetto alla medicina e alla tossicologia. Hahnemann passò gradualmente a somministrare il principio attivo sperimentale in forme diluite, prima basse, poi alte. Dato che i soggetti riportavano gli stessi sintomi registrati con i principi attivi non diluiti, Hahnemann, scrive Donner, "credette che tutti i sintomi riscontrati fossero provocati dal principio attivo sperimentale. I risultati delle sperimentazioni dei farmaci condotte negli ultimi 30 anni con i controlli di placebo indicano che con molte probabilità i sintomi comparsi con i farmaci ad alta diluizione sono in una percentuale per nulla irrilevante dei sintomi da placebo". Donner cita in particolare il presidente degli omeopati tedeschi, secondo il quale "tutti i sintomi registrati in questo modo da Hahnemann e dai suoi successori nelle sperimentazioni ad alta diluizione probabilmente non sono altro che sintomi da placebo allo stato puro". Nel programmare le loro verifiche, spiega Donner, i commissari dell'RGA partivano dal presupposto che, se quel che veniva affermato dagli omeopati sui test dei farmaci era vero anche solo in parte, allora doveva esserci una differenza tra i test del placebo e quelli del rimedio a diluizioni media e alta. Tale differenza doveva risultare in modo tanto chiaro da poterla riconoscere, altrimenti il test del farmaco in diluizione non avrebbe avuto nessun valore. Non solo, ritenevano anche che chi non era a conoscenza di quale farmaco fosse stato testato doveva poter riconoscere sia la differenza, sia il tipo di principio attivo del test. Si trattava quindi di prevedere tre possibili casi e altrettanti esiti che si sarebbero dovuti verificare in maniera coerente per essere certi dell'efficacia del principio attivo e del suo valore anche diluito. Così, spiega Donner "in un test con la belladonna in cui 50 soggetti avrebbero assunto solo placebo, altri 50 la belladonna in media diluizione e 50 la belladonna in alta diluizione, i risultati avrebbero dovuto essere i seguenti: con il placebo avrebbero dovuto comparire sintomi generici e senza una chiara correlazione alla belladonna, con diluizioni basse i "sintomi organici di belladonna" e con diluizioni alte i sintomi psichici e mentali". Per evitare che la soggettività dei ricercatori giocasse un ruolo centrale nella costruzione dei dati e nella interpretazione dei risultati, bisognava però elaborare dei protocolli tali che, chiunque li avesse letti, avrebbe potuto dire che si trattava di una sperimentazione sulla belladonna ed essere in grado di indicare a quali soggetti era stato somministrato il rimedio ad alta diluizione, a quali quello alle diluizioni media e bassa e a quali il placebo. Questo rigore metodologico avrebbe consentito di effettuare delle verifiche i cui risultati sarebbero poi stati pubblicati a cura della stessa RGA sulle riviste scientifiche specializzate. E Donner si dice sicuro che "dato il grande interesse del pubblico per l'omeopatia, periodici e quotidiani avrebbero reso accessibili tali risultati ad ampie fasce della popolazione".

Parte III

Validità delle terapie omeopatiche e opinioni dei malati

In questa terza parte il rapporto discute la questione della validità delle terapie omeopatiche. La questione viene affrontata in primo luogo facendo riferimento al fatto che, nelle loro visite all'ospedale, i commissari dell'RGA poterono osservare che l'opinione del malato nei confronti della terapia prescritta può influenzare la sua reazione al farmaco stesso. Donner cita il caso di un paziente con un'ulcera gastrica, il quale richiese una cura non omeopatica, ma, diremmo oggi, della medicina scientifica ufficiale. Gli venne quindi prescritto il natrium phosphoricum, sostanza consigliata contro i disturbi di acidità da ulcera sia dall'omeopatia che dalla biochimica. Il problema fu che in reparto era reperibile il medicamento in gocce, mentre il malato sosteneva che la medicina ufficiale consigliasse di assumerlo in compresse. Quando le si recuperò, il paziente si rifiutò di assumerle dal momento che si trattava di compresse da 0.1 g, mentre lui sosteneva che quelle giuste erano compresse da 0.25 g. Allora un assistente di Donner ne andò a comprare una confezione in una farmacia fuori dall'ospedale. Il paziente volle vedere la confezione e quando notò che essa riportava la dicitura "Homöopathie Schwabe" e un'immagine di Hahnemann respinse anche quelle pastiglie. Si convinse quindi ad assumerle solo quando gli fu mostrata una confezione che dimostrava la provenienza delle pastiglie da un'azienda produttrice di farmaci non omeopatici. Il mattino dopo non aveva più disturbi. Secondo Donner questo caso prova che la convinzione dell'efficacia di un farmaco fa sì che il paziente abbia un miglioramento soggettivo in quanto si aspetta di stare "subito bene" dopo aver preso la "giusta" compressa. In effetti però gli esami clinici effettuati a breve distanza rivelarono che la sua ulcera aveva le stesse dimensioni registrate il giorno dell'accettazione in ospedale.

Per Donner quello citato non era al tempo un caso isolato: spesso nei reparti si trovavano pazienti convinti dell'efficacia di pratiche terapeutiche diverse, dall'omeopatia, alla cosiddetta elettro-omeopatia, dall'elettro-spagiria a quello che egli definisce il metodo di cura del pastore Felke; si trattava, racconta, di pazienti che non erano disponibili ad assumere farmaci che non rispettassero le loro convinzioni. Per quanto riguarda la verifica iniziata dall'RGA, ciò implicava capire come si poteva accertare l'efficacia del rimedio omeopatico eliminando tutte le fonti di errore possibili, quindi anche tutte le influenze iatrogene. Uno dei commissari della RGA, per esempio, racconta Donner, era rimasto particolarmente colpito dal modo in cui alcuni omeopati "esaltavano la somministrazione dei singoli dosaggi, soprattutto quelli ad alta diluizione, di fronte ai loro pazienti… era dell'opinione che ciò dovesse fare molta impressione al malato, specialmente quando, come aveva visto, il malato veniva rassicurato che quei pochi granuli fossero così potenti da bastare a guarirlo del tutto". Si trattava dunque di cercare di eliminare questo genere di influenze, per determinare l'azione del singolo farmaco, indipendentemente dalla capacità del medico di suggestionare il paziente circa la sua efficacia. Per dimostrare quanto quest'ultima possa essere rilevante, Donner cita un episodio nel quale, ai pazienti ignari, era stato somministrato un placebo anziché il farmaco che essi erano convinti di assumere. La vicenda ha per protagonista il dottor Stiegele, il medico che nel 1921 divenne il direttore dell'ospedale omeopatico di Stoccarda. Era sua convinzione che, per poter comprendere con chiarezza se un trattamento fosse o meno efficace, fosse necessario prescrivere ai pazienti ricoverati un solo farmaco per volta. Ciò significava che eventuali disturbi collaterali dei pazienti che erano giudicati non pericolosi, per esempio l'insonnia, venissero trattati con dei placebo, appunto affinché non ci fossero sostanze che interagissero con il farmaco principale di cui si voleva verificare l'azione. Di questi pazienti che lamentavano insonnia, osserva Donner, "molti dormivano già dopo una compressa, mentre ad altri il placebo andava somministrato ancora dall'infermiera del turno di notte – per lo più sottoforma diversa, in gocce o granuli". Egli stesso verificò, attraverso osservazioni successive dei pazienti ricoverati, che circa il 30% dei malati si addormentava subito dopo l'assunzione del placebo. A quel tempo spiega di aver attribuito questa alta percentuale a un'alta suggestionabilità dei convinti sostenitori dell'omeopatia, ma nel corso degli anni ha rivisto questo giudizio, considerando che la letteratura scientifica ha evidenziato come percentuali di successo analoghe si ritrovino anche con i farmaci tradizionali e siano quindi una prova dell'effetto che l'autoconvinzione esercita sui pazienti in genere. Il placebo però non agisce solo nel senso di convincere il paziente circa un suo miglioramento. Sempre discutendo delle sperimentazioni condotte dal dottor Stiegele, Donner cita infatti "il numero tutt'altro che insignificante di pazienti che durante l'assunzione del placebo riportarono peggioramenti da farmaco e simili effetti. Alcuni descrissero con precisione come dopo ogni "assunzione del farmaco" insorgesse nella zona del corpo malata un netto "lavorio", un'"agitazione", un "tremito", un "battito", una "sensazione di calore", un effetto che continuava per un po' e una volta sparito dava luogo a un palese miglioramento. Non deve sorprendere che altri malati riportassero sintomi simili dopo la vera prescrizione del farmaco". Questo dovrebbe indurre, conclude Donner a una grande cautela nel momento in cui si deve capire se i sintomi riportati dai pazienti sono chiari effetti del farmaco, o meno.

Ma il medico tedesco si spinge anche più in là e spiega che, se si vogliono evitare degli errori dovuti alla fiducia o alla sfiducia dei pazienti nei confronti di una terapia sarebbe meglio evitare del tutto di far conoscere ai pazienti che tipo di prodotto si sta testando. Racconta a questo proposito un episodio interessante. Poco prima dell'inizio della verifica ufficiale della RGA, un collega gli chiese di accompagnarlo in alcuni giri di visite ai suoi pazienti per dargli dei consigli. In previsione dell'avvio della verifica, Donner volle testare la velocità di fornitura dei farmaci omeopatici e ne prescrisse uno ad alcuni malati. Quando sorsero degli intoppi nel reperimento di questi farmaci, dal momento che i pazienti si aspettavano un nuovo prodotto, si stabilì di somministrare tre volte al giorno alcune gocce di alcol a quei malati. Siccome era stata nominata davanti ai pazienti la parola omeopatia, i medici notarono che, tra coloro che avevano preso il placebo convinti che fosse un prodotto omeopatico, "alcuni si indignarono e si lamentarono; altri – quelli che si ponevano in modo positivo verso l'omeopatia – ebbero un miglioramento dopo aver assunto poche gocce di alcol; altri ancora per quei pochi giorni si sentirono persino quasi privi di disturbi". Ecco perché, ribadisce Donner, per evitare i preconcetti positivi o negativi dei pazienti, nella verifica si sarebbe dovuto evitare rigorosamente di usare il termine omeopatia.

La standardizzazione delle misure

Una seconda fonte di possibili errori di cui si sarebbe dovuto tenere conto nella progettazione degli esperimenti sull'omeopatia era relativa alla standardizzazione delle misurazioni degli effetti dei farmaci. Donner racconta il caso di un primario che nel 1929, per dimostrare gli effetti delle alte diluizioni omeopatiche, volle verificare se la somministrazione di tuberculinum C30 nei casi di tubercolosi determinava sensibili peggioramenti con aumenti della temperatura corporea. Diede quindi a una paziente, che soffriva di una malattia cronica non diagnosticata con certezza, il farmaco, prevedendo che, se la donna aveva effettivamente una malattia tubercolotica, il giorno successivo sarebbe stata soggetta a un aumento di temperatura corporea. Per accertarlo, stabilì inoltre che la temperatura le venisse misurata ogni tre ore anziché due volte al giorno com'era avvenuto in precedenza. Quando la misurazione serale rivelò un sensibile aumento della temperatura, egli decretò che ciò era dovuto proprio all'azione del preparato ad alte diluizioni. Donner fece allora osservare che aver cambiato le tempistiche di registrazione della temperatura poteva aver influito sul risultato, dal momento che, quando la febbre viene misurata due volte al giorno ciò avviene alle 6 del mattino e alle 4 del pomeriggio, mentre quando essa viene rilevata ogni tre ore gli orari sono diversi e quindi è possibile che le variazioni trovate non fossero altro che evoluzioni normali del ciclo della temperatura. Donner racconta di essere stato deriso per queste osservazioni, ma di essere comunque riuscito a ottenere che " la paziente, cui nel frattempo si era tornati a misurare la temperatura due volte al dì riscontrando temperature nella norma, fosse di nuovo sottoposta alla misurazione ogni tre ore. Emerse che la donna aveva un normale picco di temperatura fra le 5 e le 6 del pomeriggio".

image
©x-ray delta one/Flickr

Quel primario non condusse altri esperimenti con il tuberculinum C30, ma siccome, spiega Donner la letteratura omeopatica cita spesso e volentieri la sua efficacia, i commissari dell'RGA vollero organizzare una verifica del farmaco, che era ritenuta piuttosto agevole dal momento che a Berlino c'erano case di cura con più di 3000 pazienti tubercolotici e un ordine dell'RGA avrebbe messo a disposizione quei pazienti. Il protocollo prevedeva di utilizzare apparecchi elettrici per una registrazione della temperatura più attendibile e continua e di reclutare 250 pazienti. Durante la sperimentazione, tutti i malati avrebbero ingerito granelli di placebo ogni giorno, mentre la metà, avrebbe assunto senza saperlo alcuni granelli del rimedio C30 nei giorni prestabiliti. Tutti i pazienti coinvolti nella sperimentazione, sarebbero stati visitati dai medici della clinica e da un omeopata, con l'incarico di osservare e annotare anche le reazioni impreviste. In questo modo, spiega Donner, "dalle curve della temperatura, dalle analisi del sangue e dai sintomi manifestati o meno dai singoli pazienti e registrati dai medici avrebbe dovuto essere possibile riconoscere chiaramente chi aveva assunto solo il placebo e chi la tubercolina. Fra i due gruppi doveva comunque risultare una differenza, cosa che avrebbe provato la veridicità delle affermazioni di molti omeopati". Purtroppo però lo scoppio della guerra fece venire meno la possibilità di realizzare queste importanti ricerche, che erano state progettate in maniera tale da offrire una verifica della validità dell'omeopatia secondi criteri di rigore scientifico che fino a quel momento erano mancati.

I presunti successi dell'omeopatia

Dopo aver discusso di come la suggestione del paziente possa inficiare i risultati di una sperimentazione, Donner passa a raccontare alcuni "episodi spiacevoli per l'omeopatia" dovuti al fatto che i medici tendevano a confondere le proprie speranze e aspettative con delle effettive guarigioni. Il primo di questi casi riguarda alcuni ammalati di anemia perniciosa, che era stata diagnosticata precocemente, così che a quei pazienti era stata somministrata con buoni risultati la terapia al tempo prevista in questi casi, a base di fegato (sostituita oggi da iniezioni di vitamina B12). Quei malati però, stanchi della loro terapia, si erano rivolti a degli omeopati, spiega Donner "con il risultato che, nonostante non avessero interrotto il trattamento omeopatico, il loro status ematico era peggiorato sempre più, fino a rendere necessario il ricovero. Alcuni di loro erano arrivati in ospedale in condizioni disperate". Gli incaricati dell'RGA, venuti a conoscenza della vicenda, presero a occuparsi del problema dell'efficacia dell'omeopatia nel caso delle malattie ematiche, e si rivolsero anche a Donner per saperne di più. In particolare egli scrive che il Prof. A. von Domarus lo contattò chiedendogli di allestire insieme un reparto di circa 50 posti letto al fine di sperimentare le cure omeopatiche contro l'anemia perniciosa. Questo anche perché nelle riunioni e ai corsi dell'Associazione dei medici omeopati di Berlino spesso alcuni omeopati avevano sostenuto che l'omeopatia, al contrario della medicina tradizionale, era in grado di guarire l'anemia perniciosa. Donner aggiunge che declinò l'offerta di von Domarus spiegandogli che, per quel che aveva potuto vedere, in quel campo non erano ancora stati raggiunti risultati essenziali con i farmaci omeopatici. Di fronte all'insistenza del medico, che si meravigliava di un'opinione tanto contrastante con quel che fino ad allora aveva sentito dire dagli omeopati, Donner rispose che "in passato erano state osservate remissioni transitorie durante la somministrazione di trattamenti clinici corroboranti generici. Probabilmente alcuni colleghi non sufficientemente ferrati in materia avevano osservato tali remissioni scambiandole per guarigioni. Inoltre c'era da considerare anche le diagnosi sbagliate, occasionalmente anche negli ospedali". L'imbarazzo che quelle domande provocarono a Donner lo spinge a scrivere nel rapporto che "l'omeopatia deve solo ringraziare lo scoppio della guerra se von Domarus non poté coinvolgere in una sperimentazione nessun "guaritore della perniciosa" e se oggi non possiamo ancora leggere niente sui risultati di tali studi nelle pubblicazioni dell'RGA".

Il secondo caso citato è relativo a un farmaco utilizzato per la cura della gonorrea. Donner racconta di quando un malato, nel corso di una visita al Policlinico, si espresse in termini molto positivi nei confronti della terapia della gonorrea a base di tuja C30 da poco portata a termine. I medici per precauzione decisero di controllare la presunta guarigione con uno striscio dell'uretra, da cui risultò la presenza di leucociti e gonococchi. Da allora aggiunge Donner "controllammo tutti i pazienti (presumibilmente) guariti a quel modo con farmaci omeopatici – non di rado con lo stesso risultato. Il che fece molta impressione ai commissari dell'RGA, soprattutto perché in quel periodo un medico del Meclemburgo da poco praticante da noi definiva il trattamento della gonorrea "il cavallo di battaglia dell'omeopatia", "che tuttavia guarisce anche tutti gli altri casi".

Anche in questo caso i commissari dell'RGA vollero includere la verifica del potere terapeutico dei prodotti omeopatici per la gonorrea, ma anche questo test non si realizzò a causa della guerra.

Questi episodi citati nel rapporto sono solo una parte di quanto Donner vide in quei quattro anni di lavoro con i commissari dell'RGA. Essi testimoniano delle difficoltà e dell'imbarazzo in cui si trovò numerose volte il medico tedesco, il quale scrive esplicitamente che "fu molto avvilente dover ripetutamente chiedere scusa per le dichiarazioni insostenibili dei colleghi e cercare di spiegare come questa o quell'affermazione fossero possibili o meno".

Parte IV

Grandi sforzi, basse attese

L'importanza che il regime nazista attribuiva all'omeopatia, resa evidente dall'imponente progetto di ricerca promosso dalla RGA, riecheggia anche nelle parole con cui venne aperto il Congresso Internazionale di Omeopatia tenutosi fra l'8 e il 15 agosto 1937 a Berlino e riportate da Donner nella quarta parte del rapporto. Da queste parole si può allo stesso tempo però implicitamente intuire lo scetticismo che larga parte dei medici tedeschi nutriva verso questa forma di medicina imposta dall'alto e non dalle evidenze scientifiche:

"La Germania considera la verifica di tutti i fenomeni che potrebbero tornare utili al popolo una necessità di politica nazionale. Questo principio vale in particolare per i metodi di cura, poiché i metodi di cura hanno un effetto diretto sui fondamenti della vita del popolo intero: essi preservano o ristabiliscono la salute del singolo. È risaputo che non solo i metodi di cura nuovi, ma anche quelli che risalgono a un lontano passato – come ad esempio l'omeopatia può ben dire di se stessa – incontrano atteggiamenti ostili e vengono persino rifiutati da certi medici, che però non li hanno mai sottoposti a serie verifiche.

Il medico è tuttavia il detentore fondamentale dei principi di ogni cura, ed è pertanto responsabile del fatto che tutto il sapere sulla salute e tutta l'arte medica che potrebbero essere utili al popolo vengano effettivamente impiegati anche nella pratica. Ho assunto il patrocinio del XII Congresso Internazionale di Omeopatia di Berlino con il proposito di manifestare l'interesse dello Stato per tutti i metodi di cura utili alla salute del popolo. Al contempo vorrei invitare la classe medica a sperimentare senza preconcetti anche i metodi di cura che fino adesso non sono stati riconosciuti o sono stati osteggiati. È necessario che questo test obiettivo abbia luogo non solo nella teoria, ma soprattutto sui risultati pratici dell'operato di coloro che usano simili metodi invece dei soliti…"

Con queste premesse si arrivò nell'autunno del 1937 all'inizio della verifica promossa dalla RGA, che prese il via nel corso di una riunione presieduta dal Dr. Reiter, Presidente dell'Ufficio d'Igiene del Reich. Si trattò, racconta Donner, di "una solenne riunione nell'ampia sala dell'Ufficio d'Igiene del Reich", "il momento più grande nella storia dell'omeopatia", come A. Stiegele mi bisbigliò entrando nella sala". A quell'incontro, testimonia Donner, parteciparono tutte le figure istituzionali di spicco della medicina tedesca dell'epoca, a testimonianza della solennità del momento e dell'importanza del progetto che stava per essere intrapreso: i direttori dei reparti dell'Ufficio d'Igiene del Reich e dell'istituto delle malattie infettive Robert Koch, i professori ordinari di varie università, i rappresentanti degli istituti superiori di veterinaria, i primari dei grandi ospedali di Berlino, il Professor Grothe dell'ospedale Rudolf Hess di Dresda, il dottor Stiegele, primario dell'ospedale di Stoccarda, e Hans Rabe, il Presidente dell'Associazione dei medici omeopati tedeschi.

In quell'occasione il Presidente dell'RGA esplicitò gli obiettivi dell'operazione, che erano molto cauti, evidentemente nella consapevolezza che la gran parte delle promesse dell'omeopatia erano tutt'altro che fondate. Reiter disse infatti che "nessuno si aspettava che tutto ciò che era stato affermato dagli omeopati fino ad allora fosse vero; bastava che risultasse attendibile un 5%". Per questo ci si poneva l'obiettivo di dimostrare la validità di almeno 50 dei 1.000 rimedi omeopatici che si conoscevano. Se nei primi anni questo risultato fosse stato raggiunto, la verifica sarebbe proseguita senza limiti di risorse e mezzi, impiegando tutte le università e gli istituti di ricerca possibili e potendo contare su un fondo di centinaia di milioni di marchi per svolgere gli studi ritenuti necessari. Reiter aggiunse anche che "nessuno si aspettava nemmeno delle guarigioni miracolose; ci si sarebbe accontentati ad esempio di riuscire a diminuire il periodo di febbre alta da tifo (che normalmente era di tre settimane) o la frequenza delle recidive, in modo che anche la degenza per queste malattie (in genere di tre mesi se non di più) potesse essere ridotta di qualche settimana".

Nel suo resoconto della riunione Donner racconta che, dopo Reiter, intervenne un omeopata, in qualche modo risentito perché gli sembrava che la scarsa ambizione degli obiettivi posti a fondamento del progetto non rendesse adeguato conto dello stato avanzato dell'omeopatia. Fece per esempio l'esempio della digitale, affermando che era già stata sperimentata in diluizioni immateriali con buoni risultati, il che secondo lui offriva già una conferma del principio delle diluizioni che era a fondamento dell'omeopatia. L'azzardata affermazione fu però raccolta da Wolfgang Heubner, un farmacologo, il quale intervenne rilevando che la digitale era la droga più studiata dal punto di vista farmacologico, ma che egli non aveva mai letto alcuno studio sui sintomi provocati dalla digitale ad alte diluizioni, perciò era curioso di sapere su quali lavori scientifici si fondassero le convinzioni dell'omeopata. Il quale, scrive Donner, "per nulla preparato a un hic Rhodus, hic salta, non poté fare altro che battere in penosa ritirata davanti a tutti i presenti".

Il test sulla silicea ad alte diluizioni

Il primo gruppo di lavoro per la verifica dell'omeopatia, che iniziò i suoi studi alla fine dell'autunno 1937, era costituito dal Presidente dell'Associazione dei medici omeopati tedeschi Prof. Rabe, dal medico internista Prof. Siebert e dai due farmacologi Prof. Kuschinsky e Prof. Bonsmann. Siccome Rabe era ritenuto il maggiore esperto in materia di omeopatia a quel tempo, gli altri membri del gruppo si rivolgevano a lui per capire come organizzare le sperimentazion, a partire da quelli che erano i risultati più rilevanti ottenuti dagli omeopati fino a quel punto. Rabe però, spiega Donner era un medico generico, che non si era mai davvero occupato dei fondamenti sperimentali dell'omeopatia, semplicemente si accontentava di credere vero ciò che altri omeopati dicevano fosse vero. Questo lasciò sconcertati gli altri commissari, i quali andavano da Donner "a riferirmi descrizioni penose e a chiedermi com'era possibile che ciò corrispondesse a realtà" . Da parte sua, egli provava a giustificare Rabe, spiegando che si trattava di un problema diffuso tra gli omeopati, legato sia alla difficile reperibilità della vecchia letteratura omeopatica, sia al fatto che spesso tali sperimentazioni erano metodologicamente scorrette e quindi c'era una discrepanza tra ciò che gli omeopati raccontavano con convinzione e i dati di fatto.
image
©otisarchives3/Flickr

Nonostante questi problemi, proprio seguendo le indicazioni di Rabe, fu deciso di avviare una sperimentazione su un trattamento, la silicea, ad alte diluizioni, anche se Donner ricorda di aver suggerito di evitare questa strada, suggerendo invece di iniziare le verifiche con altri rimedi e a diluizioni molto basse.

La procedura prevedeva che il test venisse condotto somministrando a metà dei soggetti un placebo in doppio cieco: né Rabe in quanto direttore della sperimentazione, né gli osservatori sapevano chi aveva assunto il placebo e chi il rimedio. Un giorno, racconta Donner "probabilmente a causa del tempo freddo umido o perché erano rimasti seduti troppo a lungo in un locale pieno di fumo, due soggetti di studio riferirono la sensazione di naso che cola. Il collega, alla perenne ricerca di sintomi da silicea, fu più che entusiasta e definì l'evento un chiarissimo sintomo da silicea ad alta diluizione". In realtà, dai risultati non solo emerse che proprio a quei due era stato somministrato il placebo, ma "né Rabe, né gli altri omeopati poterono intuire dai protocolli seguiti alla lettera alcun chiaro sintomo da silicea, tanto meno seppero dire qual era il gruppo di soggetti trattati con silicea e quale con il placebo. La sperimentazione fu quindi del tutto negativa". A di là dei risultati di questa singola sperimentazione, però, emerse un altro grosso problema. Infatti, spiega Donner, gli osservatori avevano notato che, tra tutti i sintomi che venivano riferiti dai soggetti, Rabe cercava continuamente di cogliere quelli da silicea, cioè solo quelli favorevoli al rimedio testato, tralasciando tutti gli altri. Quando due degli osservatori si rivolsero a Donner per sapere se questa fosse una prassi abituale in ambito omeopatico, aggiungendo che se così fosse stato "tutte le verifiche effettuate a partire da Hahnemann erano da ritenersi dubbie", egli dovette ammettere che le cose stavano proprio in quel modo e specificò che egli aveva visto personalmente autorevoli colleghi dichiarare positiva una sperimentazione sulla base del solo fatto che, tra le centinaia di sintomi dichiarati dai soggetti, ve ne fossero alcuni tra quelli previsti.

Parallelamente alla sperimentazione sull'efficacia della silicea, venne avviata un'indagine clinica alla Clinica interna II dell'ospedale Robert Koch, anche questa coordinata da Rabe. La procedura prevedeva che egli selezionasse alcuni pazienti a cui somministrare un trattamento omeopatico. Donner racconta di aver provato a dissuadere Rabe dal seguire questa prassi sperimentale poiché "una cosa è avere uno studio privato e curare malati per lo più psicosomatici che hanno un'alta considerazione del loro medico curante (situazione in cui la personalità del medico gioca un ruolo prevalente); un'altra è trovarsi di fronte a casi clinici per cui il medico non conosce il paziente e il paziente non sa chi sono i medici che passano a visitarlo". Insomma Donner era convinto che, senza un effetto di autosuggestione da parte del paziente, il farmaco testato non si sarebbe dimostrato in alcun modo efficace, anche perché la procedura prevedeva che i pazienti non fossero informati su quale farmaco veniva loro somministrato e che la cosa avvenisse senza enfatizzare questo nuovo rimedio. Rabe però rifiutò il punto di vista del collega e scelse di proseguire. Anche in questo caso l'esito fu disastroso, confermando le intuizioni di Donner: "nei test clinici non c'era stato un solo paziente che avesse avuto una reazione tale da documentare l'effetto terapeutico del farmaco utilizzato".

A questo punto sorse però un problema. Il Presidente dell'RGA, che era stato informato dei due studi che si stavano conducendo, chiese ufficialmente di sapere se nell'anno e mezzo trascorso dall'avvio della verifica erano stati ottenuti risultati positivi. Anche su suggerimento di Donner, si decise allora che "non era opportuno rendere noto l'andamento negativo della verifica", preferendo dire che "nelle indagini condotte fino ad allora su un terreno non proprio familiare erano emerse certe difficoltà e pertanto ci si proponeva di ricominciare da capo sulla base delle esperienze raccolte, ma secondo altri punti di vista".

"Noi non conosciamo affatto ciò che affermiamo"

Il gruppo di lavoro era però consapevole che questa versione accomodante non avrebbe retto a lungo, si trattava quindi di ripartire precisando bene degli obiettivi facili da raggiungere, in modo da poter presentare rapidamente dei risultati che giustificassero il progetto dell'RGA. Siccome Rabe aveva pubblicamente dichiarato di essere convinto dell'efficacia della sepia, gli venne chiesto se confermava quelle convinzioni ed egli, racconta Donner, nel corso di una riunione "confermò quanto detto in precedenza e anzi si lasciò prendere da uno sfrenato entusiasmo nel descrivere il graduale manifestarsi dei tipici sintomi da sepia nei soggetti di studio che l'avevano assunta ad alta diluizione". Fu così deciso di avviare una sperimentazione proprio sulla sepia e a Rabe venne chiesto di redigerne il protocollo, indicando i caratteristici sintomi da sepia che c'era da aspettarsi con le alte diluizioni.

Venne inoltre deciso di avviare una seconda sperimentazione, sul trattamento omeopatico per la cura del morbo di Basedow. Su questo tema Rabe aveva curato un libro, nella cui presentazione si leggeva "Qui vedrete cosa può fare l'omeopatia". Si stabilì allora che nell'autunno del 1939 sarebbe stata avviata anche questa indagine clinica.

Ma la parte più interessante del rapporto è la descrizione di ciò che seguì a quella riunione e vale la pena riportare per intero le parole di Donner "Uscendo dall'ospedale Rabe mi stupì. Disse che doveva trovare subito un modo di sabotare quelle verifiche. Non aveva ancora un motivo valido, dato che tutto era stato fatto in modo corretto e collegiale. Sperava che gli venisse in mente qualcosa, altrimenti avrebbe dovuto andare dal Dr. Conti, Direttore dell'Ufficio d'Igiene del Reich, e pregarlo di far interrompere subito le verifiche dell'omeopatia perché "noi non conosciamo affatto ciò che affermiamo" (parole sue!!)". Rabe fu ancora più esplicito nel proseguo di quella conversazione e disse a Donner "che era "pura follia" da parte dei commissari dell'RGA "prendere sul serio quello che diciamo o che pubblichiamo sulle nostre riviste – noi, che siamo solo dei piccoli medici generici" e sottoporre sia loro omeopati, NdT , sia l'omeoterapia dell'anemia perniciosa, del diabete, della gonorrea ecc. a una verifica scientifica".

Rabe spiegò infatti a Donner che né lui, né gli altri medici erano interessati all'effettivo valore terapeutico dei farmaci che somministravano, che non avevano alcuna competenza di tipo metodologico per capire se le ricerche fatte avessero valore, né tantomeno erano in grado di preparare un protocollo come quello sulla sepia, che pure egli si era impegnato poco prima a realizzare. E aggiunse "Probabilmente tutti i sintomi da sepia riportati nella materia medica omeopatica erano pura fantasia! E per giunta volevano che mettesse per iscritto i sintomi da aspettarsi con somministrazioni ad alte diluizioni!" Ciò che Rabe sembra trovare assurdo è che qualcuno gli chieda di dimostrare la validità delle affermazioni che pure lui stesso fa. E la cosa gli risulta inconcepibile perché nessuno ha mai sfidato gli omeopati a passare dal piano delle dichiarazioni a quello delle prove sperimentali. In questo senso, dal racconto di Donner, emerge la figura di un uomo che non riesce a capacitarsi della disgrazia che gli è capitata, tanto che a un certo punto racconta Donner, Rabe" si interruppe bruscamente dicendo che di sicuro stava pagando per un pasticcio combinato dalle generazioni precedenti, e che bel pasticcio! Con ogni probabilità l'omeopatia non era un metodo farmacoterapeutico (come era sempre stato detto e come anch'io avevo sempre sostenuto), bensì una certa forma di psicoterapia: tramite un sottile interesse ai vari sintomi (anche quelli secondari) dei malati e una circostanziata analisi degli esiti raccolti nella scelta dei farmaci, tramite un frequente, quanto dispendioso utilizzo di volumi e volumi in materia medica omeopatica e di repertori (ossia tramite un procedimento cui i malati che si rivolgono ad altri medici non sono affatto abituati) era possibile suscitare nei malati una certa impressione, tale da avviare nel loro lato psichico dei meccanismi di guarigione ancora sconosciuti, meccanismi che portavano un miglioramento nelle condizioni di salute fino alla dissoluzione dei disturbi".

La posizione di Rabe è meno disonesta di quanto possa apparire, dal momento che da quel momento in poi essa venne sostenuta anche pubblicamente; per esempio Donner scrive che, a quindici anni di distanza da quell'episodio, egli dichiarò all'Associazione dei medici omeopati tedeschi che il sapere sull'omeopatia era ancora a livello superficiale e che con ogni probabilità alla fine sarebbe risultato trattarsi di una forma di psicoterapia abilmente eseguita.

Nel giugno 1939 Donner fu contattato dal Prof. A. von Domarus, il quale gli disse che, nell'ambito della verifica dell'omeopatia ordinata dall'RGA voleva discutere con lui dei trattamenti omeopatici usati per la cura di diverse malattie tra cui l'anemia perniciosa, la leucemia, la linfogranuloma tosi. Donner spiega di essersi trovato in grande difficoltà con questo medico, il quale aveva pensato a questa sperimentazione poiché si fidava di ciò che egli stesso i o i suoi assistenti avevano sentito dichiarare da alcuni medici omeopatici che avevano vantato l'efficacia delle loro terapie nella cura di quelle malattie. Donner non voleva né avallare quelle "assurdità", né accusare i colleghi di aver detto il falso, perciò consigliò von Domarus di rivolgersi direttamente a questi colleghi per avere maggiori ragguagli.

La verifica dell'omeopatia fu interrotta dalla Seconda guerra mondiale, ma tutto il materiale predisposto fino alla sua interruzione si preservò, per cui nel 1946 Donner venne ricontattato e gli venne proposto di ripartire da dove si era rimasti. Uno degli interlocutori di Donner gli spiegò che, anche se fino a quel momento non era emerso alcun risultato a favore dell'omeopatia, la sperimentazione era importante per poter separare chiaramente le convinzioni personali degli omeopati dai fatti, aggiungendo che "credere di poter continuare a fare le stesse cose che si facevano prima della guerra sarebbe stata un'illusione deplorevole e pericolosa per la sopravvivenza dell'omeopatia". Donner però era ben consapevole che nel mondo dell'omeopatia nulla era cambiato, nonostante i dieci anni trascorsi, e che ciascuno andava avanti a sostenere delle tesi che non erano supportate da evidenze sperimentali. Provò allora a contattare Rabe, che era ancora presidente degli omeopati tedeschi, il quale però decise di non fare nulla e gli rispose che non era contrario al proseguimento della verifica: "Che i colleghi dicessero e scrivessero quel che volevano. Se le cose stavano così e le loro affermazioni fossero state messe alla prova, essi avrebbero dovuto districarsi da un pasticcio in cui si erano cacciati con le proprie mani. Era successo anche a lui, e che bel pasticcio era stato!"

Parte V

Quali insegnamenti per il futuro

In quest'ultima parte Donner spiega che quelli riportati sin qui sono solo alcuni esempi delle "cose funeste" che emersero nel corso della verifica dell'omeopatia voluta dall'Ufficio d'Igiene del Reich.

Si tratta però di esempi di cui tenere conto nel momento in cui tale verifica dovesse davvero riprendere poiché "il futuro del pensiero omeopatico nella medicina dipende dal fatto che ci si assuma o meno l'impegno di sradicare le illusioni e di fare un attento inventario delle realtà emerse finora". E questo perché il fallimento di quella verifica non dipendeva dall'incapacità dei singoli omeopati che erano stati incaricati di progettarla e di condurla, ma dal modo in cui in genere gli omeopati tedeschi fondavano il loro operato, basandosi su convinzioni personali o su esperimenti mal condotti, senza preoccuparsi di sottoporre a verifica le affermazioni che sentivano e che essi stessi a loro volta riportavano contribuendo ad autentificarne la validità.

A questo proposito è illuminante un caso che Donner cita in queste ultime pagine, relativo alla cantaride, una droga formata dai corpi essiccati di alcuni coleotteri, le cantridi. Nel 1927 all'ospedale di Stoccarda venne avviata una sperimentazione di questo veleno a basse diluizioni su proposta del primario dell'ospedale che aveva spiegato trattarsi di un rimedio particolarmente ben testato. Una prima somministrazione non diede alcuno dei sintomi attesi, un dato che si confermò anche quando il dosaggio venne gradualmente diminuito. Donner spiega che questo risultato, apparentemente in contrasto con la letteratura scientifica a cui il primario aveva fatto riferimento, lo indusse ad andare a vedere cosa era stato osservato nelle sperimentazioni precedenti, ma "con mia grande sorpresa dovetti constatare che il rimedio descritto come particolarmente ben testato non era mai stato sottoposto a verifiche. Nel Fragmenta de viribus medicamentorum positivis di Hahnemann trovai indicati 95 sintomi, di cui 75 erano solo citazioni di 19 autori che riferivano sintomi da avvelenamento dopo l'assunzione del rimedio, e 20 erano sintomi osservati da Hahnemann stesso. Ma Hahnemann non aveva più ripreso la trattazione del rimedio – non lo troviamo citato né nelle varie edizioni della Materia medica pura, né nelle Malattie croniche".

Nel riportare questi dati, Donner scrive: "mi accorsi subito di aver sollevato un vespaio, perché quella domanda toccava i principi alla base del loro credo nell'omeopatia". Quando perciò propose a quei colleghi di effettuare una nuova sperimentazione con placebo, che avrebbe potuto offrire una parola definitiva sulla questione, essi gli risposero semplicemente di non essere interessati alla cosa.

Secondo Donner, gli omeopati dovrebbero perciò ricominciare riflettendo in primis "su cosa si crede di poter ottenere sia nell'ambito della sperimentazione dei rimedi, sia in ambito terapeutico". Egli ritiene che questo compito dovrebbe essere assunto dalla dirigenza dell'associazione dei medici omeopati tedeschi e non lasciato alla buona volontà dei singoli medici o dei singoli sperimentatori. Questo implica che l'associazione si assuma il compito e la responsabilità di indicare pubblicamente quale è la sua concezione della sperimentazione dei rimedi, quali rimedi e quali diluizioni sono da consigliare per le verifiche e che risultati ci si aspetta, formulando delle asserzioni che siano empiricamente verificabili: "È possibile che, avendo a disposizione 50 soggetti di studio, e somministrando licopodio a 25 e arsenico bianco agli altri 25 a diverse potenze, dunque C30, D15, D12 e D5, alla fine si ottengano i sintomi da licopodio e da arsenico, e sintomi talmente chiari da poterli riconoscere e saper dire chi dei 50 soggetti ha assunto il licopodio e chi l'arsenico?"

Un discorso analogo va seguito per quanto riguarda la scelta delle malattie che possono essere curate con rimedi omeopatici. Secondo alcuni omeopati infatti, spiega Donner, la cura di malattie come la scarlattina, il morbillo, la pertosse, il tifo rappresentava "il culmine dell'omeopatia". In realtà egli scrive che le verifiche condotte hanno dimostrato come "non risultò alcuna differenza in termini di durata della malattia, frequenza delle complicazioni, mortalità, ecc. tra i risultati dei soggetti che avevano assunto i rimedi omeopatici e quelli dei soggetti cui era stato somministrato il placebo. Quindi bisogna prendere atto che quei colleghi che definirono il trattamento di tali malattie come in realtà scambiarono un normale decorso per il grande successo dei rimedi che avevano prescritto". Si tratta, come rileva lo stesso Donner, di un errore di valutazione in cui in passato è incorsa anche la medicina scientifica, ma che per quanto riguarda l'omeopatia deve spingere a definire con chiarezza quali sono le malattie per le quali i rimedi omeopatici possono dimostrare di avere un'efficacia maggiore rispetto a quella offerta da un placebo assunto dai pazienti del gruppo di controllo a parità di condizioni iniziali.

Il quadro che traccia Donner è quindi particolarmente chiaro ed efficace e va senz'altro apprezzato il suo accorato invito ai suoi colleghi omeopati a ripartire dai fondamenti, dalla necessità di sviluppare una consapevolezza metodologica che era sino a quel momento del tutto assente, nonostante che quegli stessi medici operassero e proclamassero il loro credo terapeutico, proponendosi come alternativi rispetto alla medicina scientifica del tempo. È altrettanto chiaro che le questioni che vengono poste da Donner vanno ben al di là della contingenza storica nella quale il suo rapporto venne formulato e chiamano in causa la validità stessa delle teorie e degli studi effettuati in primo luogo da Hanneman, la cui debolezza e genericità, in parte figlia del suo tempo ma non per questo più scusabile dal momento che questo autore resta anche oggi un faro di questa disciplina, emerge con chiarezza dalle pagine di questo illuminante documento.

Elena Tonazzo
e Lorenzo Montali