La teoria di Maxwell; I rischi che corriamo senza nucleare; Resistere alla crisi economica

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  • 26-07-2013
  • A cura di Fara di Maio

La teoria di Maxwell è perfettamente relativistica


Caro Ing. Ferrero, solo ora leggo il numero 12 del 2012 di Query con il suo pezzo sullʼarrotino di Occam che trovo molto bello ed istruttivo ma riguardo al quale, la prego di perdonare un professore ormai in pensione di fisica se le propongo una correzione. La teoria di Maxwell, contrariamente ad una diffusa credenza (condivisa da molti miei colleghi quando non si sono posti la domanda in forma esplicita) è perfettamente relativistica e, infatti, le equazioni di Maxwell si riscrivono in forma covariante. Tanto è vero, che non obbediscono alle leggi di invarianza per trasformazioni di Galileo. Infatti, la difficoltà concettuale ad accettare la relatività di Einstein riguardava le leggi della meccanica anche se, di fatto, la formulazione covariante delle equazioni di Maxwell non è stata immediata.
Naturalmente, questo appunto non cambia la sostanza delle sue argomentazioni né ne altera la correttezza relativamente ai punti che lei fa.

Enrico Predazzi

Risponde Andrea Ferrero

Gentile professor Predazzi, la sua cortese osservazione è corretta. È vero che le conclusioni dell’articolo non cambiano, ma la sua correzione è opportuna e la ringrazio per averla fatta: ne terrò conto se dovessi usare di nuovo questo esempio in futuro.

I rischi che corriamo senza il nucleare

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©sinderesi.eu

Nellʼultimo numero di Query ho letto con particolare attenzione lʼarticolo che parla del disastro nucleare di Fukushima. In generale, lʼho trovato ben fatto ed equilibrato. Tuttavia, ho trovato che anche questo articolo, come tanti altri che ho letto sullʼargomento, era mancante su un punto in particolare. Un punto che invece mi piacerebbe vedervi approfondire, visto che il tema del nucleare scatena da sempre paure irrazionali. Mi riferisco al fatto che quando si parla di energia nucleare, i rischi connessi vengono sempre invariabilmente trattati come una variabile indipendente. Si sostiene, in definitiva, che rinunciando allʼenergia nucleare si evitano i rischi connessi, ma poi ci si ferma lì. Il problema, però, è che evitare i rischi generati dalla scelta nucleare riduce i rischi generali per la salute solo se tale rinuncia non comporta altri diversi rischi. Con che cosa sostituiamo lʼenergia prodotta dalle centrali nucleari? Attualmente lʼenergia per antonomasia è quella da fonti fossili. Oggi è talmente difficile rinunciare alle fonti fossili che lʼenergia nucleare e le fonti rinnovabili vengono dette energie "alternative". Lʼenergia da fonti fossili è così economica e pratica da utilizzare, che solo una scelta politica dettata da ragioni di protezione dellʼambiente o di diversificazione delle fonti energetiche, può impedire che tutta lʼenergia venga da tali fonti. Lʼenergia da fonti fossili serve per produrre pure quelle alternative: si bruciano petrolio, gas naturale e carbone anche per costruire centrali nucleari, dighe, centrali geotermiche, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche ecc. Pure per produrre le lampade a risparmio energetico e gli infissi di ultima generazione, si bruciano fonti fossili: anche per risparmiare energia, si inquina. Ora, se è un obiettivo ambizioso produrre il 20% dellʼenergia elettrica da fonti rinnovabili, vuol dire che come minimo lʼ80% dellʼenergia prodotta per rimpiazzare le centrali nucleari che non costruiremo più verrà dalle fonti fossili. Ma le fonti fossili non uccidono solo in caso di malaugurato incidente (come quando scoppia una caldaia, ad esempio). Gli inquinanti prodotti bruciando fonti fossili uccidono ogni anno un milione di persone nel mondo, 11 mila solo nel nostro paese. Ogni reattore nucleare riduce le emissioni di CO2 di 2 milioni di tonnellate lʼanno, e con essi anche PM10 e tutte le altre sostanze dannose che non riscaldano il pianeta ma uccidono tante persone. Quindi da una parte cʼè il rischio che avvenga un incidente in un reattore, che questo provochi una emissione di radiazioni importante, che questa emissione colpisca la popolazione e che la probabilità di contrarre tumori in quella popolazione venga aumentata in una certa percentuale. Dallʼaltra cʼè la certezza che almeno lʼ80% dellʼenergia non prodotta dalle centrali nucleari produrrà lʼemissione di inquinanti che aumenteranno la probabilità della popolazione interessata di contrarre tumori al polmone, enfisemi ed altre malattie polmonari. Ecco, questo mi piacerebbe leggere su Query: una bella analisi del rischio di costruire centrali nucleari, confrontato con il rischio di non costruirle. Per vedere se è più razionale volerle o non volerle.

Vittorio Stiassi

Risponde Margherita Fronte
(autrice con Luca Carra di Enigma Nucleare. Edizioni Scienza Express. www.scienzaexpress.it )

Purtroppo la capacità del nucleare civile di soddisfare le necessità energetiche del pianeta è spesso ampiamente sovrastimata. Non esiste infatti nessuna possibilità che questo settore possa coprire quell’80 per cento di fabbisogno globale a cui lei fa riferimento, neppure se si sviluppasse in modo importante nei prossimi decenni.

Nell’anno che ha preceduto l’incidente di Fukushima, le centrali avevano una capacità complessiva di circa 375 GW, e con questa coprivano il 14 per cento di tutta l’energia elettrica mondiale, e appena il 5,7 per cento dell’energia primaria complessiva. Allora, l’auspicio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – un organismo di parte, dato che ha il compito di promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare – era quello di triplicare la potenza entro il 2050. La stima era già ottimistica, ma in seguito all’incidente è diventata ancora più irrealistica, considerata l’importante battuta d’arresto subita dall’intero settore dopo Fukushima. Non solo: se per ipotesi tale auspicio fosse rispettato, saremmo comunque ben lontani dal poter sostituire le fonti fossili (che oggi coprono circa l’88% del fabbisogno di energia primaria) con il nucleare. E perseguire questo obiettivo sarebbe persino miope, poiché la materia prima delle centrali – l’uranio – è una fonte esauribile al pari di quelle fossili. Al tasso di sfruttamento pre-Fukushima questa risorsa sarebbe bastata per non più di 160 anni. Con un numero maggiore di centrali la durata ovviamente si accorcerebbe parecchio, anche considerando i possibili sviluppi tecnologici nella gestione della materia prima, la scoperta eventuale di nuovi giacimenti, e la messa in opera di soluzioni che permetterebbero di estrarla a costi più bassi degli attuali.

Sono d’accordo con lei sul fatto che i combustibili fossili saranno probabilmente sfruttati ancora per molti anni, esponendo la popolazione ai rischi connessi. Però – e anche questo è un dato certo – prima o poi il mondo dovrà fare i conti con il loro esaurimento. Per tutti questi motivi, investire nella ricerca di fonti energetiche alternative è una via obbligata. Non siamo di fronte a un bivio in cui la strada che porta al nucleare è equivalente per potenzialità a quella che porta all’eolico, al solare, al geotermico e all’idroelettrico. Il nucleare, così come le fonti fossili (e forse ancora più di esse) è un vicolo corto e cieco; sarebbe destinato ad avere una vita davvero breve. Per contro, alcune analisi suggeriscono che le fonti energetiche alternative, unite a una forte politica di risparmio energetico, potrebbero coprire l’intero fabbisogno mondiale, anche sostituendo in toto i combustibili fossili: è il cosiddetto scenario WWS (da wind, water and solar), proposto fra gli altri dall’ingegnere Mark Jacobson, della Stanford University.

È peraltro evidente che qualsiasi produzione energetica comporta dei rischi: il crollo di una diga, per esempio, è potenzialmente in grado di fare molti più morti dell’esplosione di una centrale nucleare. E anche sotto il profilo ambientale non esistono tecnologie neutre. Pur senza avere il problema delle scorie, anche le cosiddette energie pulite (espressione quanto mai fuorviante) possono danneggiare il pianeta. Per produrre pannelli solari, per esempio, si inquina; le pale eoliche rovinano il paesaggio, le dighe distruggono intere vallate. Si tratta di ridurre per quanto possibile i rischi e imparare a gestire al meglio la sola alternativa di cui disponiamo.

Resistere alla crisi economica


Ieri ho rinnovato la mia adesione al CICAP ma accolgo lo stesso lʼinvito di Massimo Polidoro a scrivere due righe di riflessioni.
Anchʼio mi trovo in difficoltà finanziarie a seguito di difficoltà lavorative (per usare un eufemismo) però non rinuncio a sostenere una delle poche associazioni che considero indispensabili nel panorama italiano. La desolante situazione dellʼItalia di oggi ha un disperato bisogno di menti lucide, razionali e critiche.
Ci vorrebbero anche cittadini onesti ma lʼonestà materiale è strettamente collegata allʼonestà intellettuale e anche qui il CICAP fa la sua parte.
Capisco benissimo chi non rinnova lʼiscrizione per motivi puramente economici e potrei essere costretto a farlo anchʼio. Però spero proprio che lʼassociazione superi questo momento di profonda crisi e vi esorto a resistere in tutti i modi.

Omar C.

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