Smartphone sì, smartphone no

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Le nuove tecnologie informatiche hanno sicuramente modificato in profondità le nostre abitudini di vita e suscitato di conseguenza reazioni contrastanti. Da un lato c’è chi ne esalta le prestazioni e le potenzialità, dall’altro c’è chi invece le demonizza sottolineando il loro aspetto pervasivo e totalizzante.

Analoghi atteggiamenti estremisti si ritrovano nel mondo della scuola. Se le partigianerie sono inevitabili nella vita quotidiana, il mondo della scuola e le istituzioni preposte alla sua gestione dovrebbero al contrario avere un approccio più razionale. Anziché emettere giudizi su base puramente soggettiva e spesso emotiva, ci si dovrebbe basare su concreti elementi di valutazione: le nuove tecnologie possono influire su quello che è l’obiettivo fondamentale di ogni istituzione formativa, ovvero l’apprendimento da parte degli allievi?

Questo atteggiamento raramente si riscontra e gli esempi che lo confermano sono diversi. Un caso emblematico è quello degli smartphone.

I loro oppositori recentemente hanno espresso soddisfazione in seguito all’approvazione in Francia di una legge che vieta l’uso dei telefonini cellulari a scuola. Legge fortemente voluta dal presidente Emmanuel Macron, che ne aveva fatto un punto chiave addirittura della propria campagna elettorale[1]. Se si va a vedere più nei dettagli, si scopre tuttavia che il divieto vale, eccetto eventuali usi pedagogici del cellulare in classe. Il che è abbastanza ovvio e dovrebbe valere per qualsiasi altra cosa si porti nelle aule scolastiche.

Anche la legislazione italiana, in fin dei conti, non è molto diversa e quindi non si capisce il gran clamore suscitato dalla decisione francese.

Uno degli ultimi provvedimenti italiani è stato il decalogo “Dieci punti per l’uso dei dispositivi mobili a scuola”[2], predisposto dal MIUR sotto la guida dell’ex ministro Valeria Fedeli. In questo decalogo si sottolineava la possibilità di un uso didattico dei cellulari, demandando sostanzialmente la scelta alla discrezionalità dei singoli docenti, fermo restando il divieto per uso personale, come stabilito anche dalla circolare del 15 marzo 2007 del precedente ministro Giuseppe Fioroni[3].

Naturalmente questo vale anche per i docenti. La Circolare Ministeriale del 25 agosto 1998 n. 362[4] affermava infatti:

La questione è stata peraltro oggetto di una interrogazione parlamentare nella quale viene denunciato l’utilizzo del cosiddetto “telefonino” da parte dei docenti anche durante le ore di lezione. È chiaro che tali comportamenti - laddove si verifichino - non possono essere consentiti in quanto si traducono in una mancanza di rispetto nei confronti degli alunni e recano un obiettivo elemento di disturbo al corretto svolgimento delle ore di lezione che, per legge, devono essere dedicate interamente all’attività di insegnamento e non possono essere utilizzate - sia pure parzialmente - per attività personali dei docenti.

Grande risalto mediatico ha avuto poi la recente decisione del liceo “San Benedetto” di Piacenza che da quest’anno ha imposto agli studenti, all’inizio delle lezioni, di inserire il proprio telefono cellulare in una apposita sacca (chiamata “Yondr”) che, schermando completamente il campo elettromagnetico della rete telefonica, rende il dispositivo inutilizzabile[5].

Ma, al di là degli interventi normativi, qual è la situazione reale nelle scuole italiane? Bisogna innanzitutto distinguere tra i vari segmenti scolastici.

Nelle aule della scuola dell’infanzia (materna) e primaria (elementare) i cellulari sono quasi del tutto assenti: i bambini semplicemente non li posseggono.

Anche nella scuola secondaria di primo grado (scuole medie) non sempre i ragazzi posseggono uno smartphone e spesso, se lo hanno, lo lasciano a casa.

Nella scuola secondaria di secondo grado (superiori) la situazione cambia. Secondo un sondaggio avviato dal portale skuola.net[6], uno studente su 2 usa lo smartphone in classe, senza l’autorizzazione del professore. E lo fa per chattare, consultare i social, giocare e fare ricerche di interesse personale.

L’altra metà degli studenti per fortuna usa lo smartphone per motivi didattici e, tra questi, quasi il 46% ammette di utilizzarlo comunque raramente. Esiste anche un 12% che afferma di utilizzare internet e il proprio dispositivo con quasi tutti i docenti. Per contro, dallo stesso sondaggio emerge che, secondo il giudizio degli studenti (uno su due), i professori hanno scarsa dimestichezza con l’uso degli smartphone.

Al di là dell’utilizzo per scopi non scolastici, tuttavia lo smartphone può avere davvero qualche utilità didattica?

Secondo l’esperta Daniela Di Donato, docente di lettere e animatore digitale nelle scuole presente nel gruppo di lavoro al MIUR sull’uso dei dispositivi personali in classe, la risposta è affermativa:

Abbiamo incontrato tanti docenti soprattutto nelle province come Rieti o Matera, nell’ambito di Futura, con eventi dedicati alla formazione digitale e all’uso della tecnologia in classe. L’obiettivo è quello di promuovere una didattica inclusiva, dove i ragazzi lavorano insieme, in gruppo, condividendo i loro lavori e portando i loro contributi. Se usato nella maniera giusta, lo smartphone per uso didattico riesce a superare anche lo spettro dell’isolamento e dell’abuso che a volte internet può portare. Del resto, anche l’Unione Europea, nel maggio scorso, ha inserito tra le raccomandazioni quella di innalzare e migliorare il livello delle competenze digitali in tutte le fasi dell’istruzione e della formazione[7].

Indubbiamente gli smartphone (che oramai sono di fatto dei piccoli computer) possono offrire molti spunti per un’attività didattica innovativa. Ovviamente dipende da come si usano e non bisogna mai dimenticare che si tratta di semplici strumenti. I contenuti dell’attività didattica devono evidentemente essere introdotti dal docente che deve avere le idee chiare su quali obiettivi si propone di conseguire, indipendentemente dai mezzi utilizzati. A conferma di ciò, come afferma Marco Gui dell’università Bicocca di Milano e coautore di una interessante ricerca[8] pubblicata su Policy & Internet dell’Oxford Internet Institute:

Gli studi confermano che le tecnologie hanno spesso un impatto inferiore rispetto ad altre scelte didattiche[9]. In conclusione quindi, anziché sprecare energie dibattendo sull’utilità o meno dell’uso scolastico degli smartphone e delle altre nuove tecnologie, sarebbe molto più opportuno concentrarsi su quale tipo di didattica può risultare più efficace per i nostri studenti e su quali obiettivi le istituzioni scolastiche si propongono di raggiungere.


Note

1) E. Livini, “In Francia da settembre stop all’uso dei cellulari a scuola”, la Repubblica, 30 luglio 2018.
5) A. Giuliani, “Smartphone bloccati nelle ore di lezione, gli studenti masticano amaro: è dura ma ora siamo meno distratti”; La tecnica della scuola, 17 settembre 2018: https://tinyurl.com/y6uewa3c
6) L. Loiacono, “Flop lezioni con il telefonino. «I prof. non li sanno usare»”, Il Messaggero, 3 settembre 2018: https://tinyurl.com/y8exy4a6
7) Ibidem.
8) M. Gui, A. Parma, S. Comi, “Does Public Investment in ICTs Improve Learning Performance? Evidence From Italy”, Policy & Internet 10 (2), 141-163, 2018
9) F. Sironi, “Scuola digitale, ecco tutto quello che non funziona”, L’Espresso, 8 gennaio 2018.