Il dibattito non è nuovo e anche in tempi recenti si è intensificato. Esistono due visioni apparentemente contrastanti. Da un lato, c’è chi sostiene che la scuola debba essere strettamente legata al mondo del lavoro e dell’impresa. Questo punto di vista è stato ribadito nel settembre scorso anche dal ministro dell’Istruzione Valditara durante un’intervista a Mattino 5 News; in quell’occasione, il ministro ha sintetizzato la sua posizione affermando che «sarebbe un delitto non pensare a una scuola che metta in collegamento formazione e impresa». Dall’altro lato, invece, c’è chi vede la scuola come un luogo dove si forma il cittadino: un’istituzione che ha il compito di educare alla vita e contribuire alla crescita di individui consapevoli, capaci di partecipare attivamente alla vita sociale, politica e culturale della propria comunità.
Naturalmente l’adesione all’una o all’altra delle due posizioni dipende dal tipo di società che si ha in mente. Vogliamo una società in cui lavoro e impresa siano il fine ultimo e quindi il fulcro attorno al quale tutto debba ruotare? Oppure abbiamo in mente una società in cui lavoro e impresa siano solo strumenti, necessari a garantire benessere materiale, ma in cui i fini ultimi siano però altri?
Personalmente, ritengo che lavoro e impresa siano principalmente strumenti e come tali vadano considerati. Naturalmente vita e lavoro non sono entità separate, ma aspetti intrecciati di una stessa realtà. Un individuo soddisfatto nella propria vita privata sarà con ogni probabilità un lavoratore migliore, e viceversa. È quindi evidente che non si tratta di scegliere se la scuola debba preparare alla vita o al lavoro, ma di trovare un modo per fare entrambe le cose in maniera equilibrata.
A tale proposito è interessante esaminare la proposta recentemente ribadita da Lorenzo Fariselli, direttore responsabile di Six Seconds Italia ed Europa[1], un’organizzazione che promuove lo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva (IE) in ambito aziendale, educativo e familiare.
Fariselli propone un’integrazione tra la preparazione al lavoro e quella alla vita[2]. Secondo lui, la chiave di questa integrazione risiede nello sviluppo dell’IE. Per spiegare meglio il concetto, fa riferimento al Report State of the Global Workplace 2024 dell’agenzia Gallup[3].
Il rapporto evidenzia come la salute mentale dei lavoratori a livello globale sia in una condizione critica. I livelli di stress e burnout sono senza precedenti, e solo il 5% dei lavoratori italiani si dichiara coinvolto attivamente nel proprio lavoro. La maggior parte dei lavoratori vive quindi uno stato di alienazione e frustrazione che non si limita all’orario lavorativo, ma invade anche la vita privata.
La scuola, secondo Fariselli, ha il potere di interrompere questo circolo vizioso, ma a una condizione: che i programmi scolastici non diventino un fine in sé, sacrificando la crescita personale e la comprensione profonda delle materie a favore della semplice trasmissione di nozioni tecniche. Preparare gli studenti a “fare bene” un compito non è sufficiente se non viene accompagnato da una riflessione sul significato di quel compito a livello sociale e individuale.
Considerare la scuola un semplice mezzo per preparare futuri lavoratori rischia di creare persone che diventano ingranaggi di un sistema produttivo che privilegia l’efficienza a scapito dell’umanità.
Al contrario, Fariselli sottolinea che la scuola deve essere il luogo dove si forma l’individuo nella sua completezza, sviluppando non solo competenze tecniche ma anche capacità emotive, morali ed etiche. La scuola non deve preparare i giovani solo a trovare un lavoro, ma a diventare individui che contribuiscono al benessere della società, che lavorano per il bene comune e che sono in grado di gestire in maniera positiva le sfide della vita, sia personale che professionale.
Secondo lo psicologo statunitense Daniel Goleman, pioniere nello studio dell’IE, quest’ultima è la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui, di motivare sé stessi e di affrontare in modo costruttivo le difficoltà nelle relazioni sociali. Queste competenze sono fondamentali non solo per avere successo nel lavoro, ma anche per vivere una vita appagante e significativa.
L’importanza di queste competenze non è ancora pienamente riconosciuta nei sistemi educativi tradizionali, ma gli studi dimostrano che l’IE gioca un ruolo cruciale nel benessere a lungo termine degli individui. Le persone emotivamente intelligenti tendono a essere più resilienti, capaci di adattarsi ai cambiamenti e di gestire lo stress, tutte qualità essenziali anche in un mondo del lavoro in continua evoluzione.
Fariselli conclude il suo intervento con un appello alle aziende affinché riconoscano l’importanza di creare ambienti di lavoro che non si limitino a valorizzare le competenze tecniche, ma che sappiano anche promuovere lo sviluppo delle competenze emotive. Le imprese devono diventare luoghi dove i lavoratori non si sentano meri esecutori di compiti, ma persone che trovano un equilibrio tra vita professionale e personale.
Questo cambiamento, tuttavia, non può avvenire solo a livello aziendale. Deve partire dalla scuola, che deve preparare i giovani non solo a essere professionisti competenti, ma anche cittadini consapevoli, in grado di gestire le proprie emozioni e di affrontare la vita con responsabilità e impegno. Una scuola che promuove l’IE non forma solo futuri lavoratori, ma persone complete, capaci di contribuire al benessere collettivo e di costruire una società migliore.
In conclusione, chiedersi se la scuola debba preparare al lavoro o alla vita si rivela in qualche modo fuorviante. Non si tratta di scegliere tra due obiettivi apparentemente opposti, ma di riconoscere che la scuola deve preparare a entrambe le cose, perché lavoro e vita sono inseparabili. E la chiave per farlo, secondo Lorenzo Fariselli e Six Seconds, risiede nello sviluppo dell’IE.
Investire in una formazione che integri competenze tecniche ed emotive significa costruire una società più equilibrata, dove le persone non si limitano a svolgere un lavoro, ma vivono una vita significativa, capace di contribuire al benessere comune. Solo in questo modo la scuola può davvero adempiere al suo compito più alto: formare persone consapevoli, responsabili e possibilmente felici.