Sim, Sala... Silvan!

Incontro con il "Re" dei prestigiatori e mago che non crede ai maghi

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  • 01-03-2001
  • di Nanni Delbecchi
Tutti gli uomini recitano meno gli attori, diceva Ionesco. Mentre mi avvio all'appuntamento a casa del mago Silvan, penso che in Italia sono in tanti a dichiararsi maghi, e tra le rare eccezioni potrebbero esserci gli illusionisti. Se poi a forza di dire «Sim Sala Bim!» si riceve per la seconda volta il titolo di Magician of the year dalla Academy of Magical Arts di Hollywood (in pratica, l'Oscar mondiale della magia), la curiosità di incontrarlo è parecchia. Chissà come sono questi maghi, a quattr'occhi. E poi, oltre a essere il Magician of the year, Silvan è noto per la sua lealtà: non ha mai preteso di possedere poteri soprannaturali; ma al tempo stesso non ha mai voluto svelare i segreti delle sue illusioni, tutte regolarmente brevettate, come il Zig Zag Four, la donna tagliata in quattro. E la curiosità aumenta.
La discreta palazzina alle pendici del Gianicolo non ha proprio niente della grotta di Merlino. Sulla schiera di targhette a fianco del citofono il nome "SILVAN" non c'è, e nemmeno Aldo Savoldello, che di Silvan è il nome all'anagrafe. Che sia levitato nel nulla? Il portiere del palazzo svela l'arcano: il nome a cui citofonare è quello della moglie, una riservatissima signora inglese da cui ha avuto due figli, oggi entrambi laureati e lontani dal palcoscenico.
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Sim Sala Bim! Ed ecco che, oltre la porta blindata del suo appartamento, Silvan appare. Nella penombra del soggiorno splende il celebre sorriso. La camicia di lino bianco, l'acconciatura dei capelli, lo sguardo, il timbro della voce, i gesti; non c'è niente che faccia una grinza. Se invece di offrire un succo di frutta facesse spuntare un coniglio dal tavolo di cristallo, non ci sarebbe nulla da obbiettare. Per il momento si accontenta di fare strada giù da basso, per una scala a chiocciola che immette in uno studio foderato di raso rosso. «Io lo chiamo il mio antro magico», sussurra.
Pareti tappezzate da migliaia di libri di magia, mazzi di carte antichi aperti a ventaglio, diplomi, trofei, fogli sparsi, quaderni fitti di appunti, trucchi, perfino un teschio sottovetro. Come antro, non c'è male. Sopra la scrivania c'è anche un prezioso automa dell'Ottocento con stampato in faccia un sorriso allusivo, non troppo diverso da quello del suo padrone. Qui, in piedi davanti alla scrivania, Silvan è davvero a casa sua, e comincia a raccontarsi: «Sono un ragazzo over 50 e la magia è la mia vita da quando ne avevo sette. Mentre trascorrevo le vacanze a Crespano del Grappa con la mia famiglia, mi capitò di vedere in azione un prestigiatore dilettante: in quel momento decisi che anch'io, da grande, avrei fatto il mago. Mio padre, che faceva il capo della polizia lagunare a Venezia e sognava per me una carriera di avvocato, non riusciva a darsene pace. Per tre volte arrivò al punto di bruciarmi le valigie colme di giochi magici, ma non ci fu niente da fare. A dodici anni già mi esibivo in pubblico all'oratorio Don Bosco di Venezia, con il nome di Mago Saghibù, quand'ecco che, in una trasmissione televisiva per esordienti, incontrai la grande Silvana Pampanini. Fu lei a suggerirmi di usare il suo nome. Mi disse: "Ti porterà fortuna", e in effetti così è stato.» S'interrompe, siede dietro la scrivania e conclude: «Ho sempre pensato che la cosa più importante sia credere in ciò che si fa. La professione che esplico è un'arte, e dunque che arte sia.». Certo, Silvan crede in quello che fa, come ogni persona che non solo ama il proprio lavoro, ma vi si identifica fino al perfezionismo. Ciò non toglie che sia consapevole della delicatezza della sua attività: «La prestigiditazione consiste nell'affascinare gli altri con quello che non è spiegabile con la ragione, almeno di primo acchito. Lo stupore è un bisogno primordiale degli uomini. È quello che fa tornare bambini a qualsiasi età, in qualsiasi momento...» Va da sé che poi ci vogliono mani di velluto per amministrare lo stupore altrui. Quante volte la meraviglia sconfina nella dabbenaggine, e l'abilità dell'illusionista nella presa in giro, se non nella truffa? «Il rischio c'è sempre stato, purtroppo. Guardi cosa dipingeva Hyeronimus Bosch già nel Cinquecento.»
Scatta di nuovo in piedi per mostrarmi una riproduzione del quadro Il prestigiatore appesa dietro la scrivania. «Guardi bene: più che il prestigiatore, il vero protagonista della scena dipinta da Bosch è lo spettatore che si sporge per vedere il prodigio da vicino; intanto, mentre cerca di scoprire il trucco, un borsaiolo alle sue spalle ne approfitta per sfilargli il portafogli dai pantaloni... I maghi senza scrupoli non sono mai mancati, e non mancano oggi. Cartomanti, chiromanti, numerologi, medium... c'è un boom del finto occultismo che ha del vergognoso, e le vittime sono sempre le stesse: coloro che sono disarmati davanti alle paure e alle angosce della vita, e si fanno turlupinare in totale buona fede.»
Ora Silvan non sussurra più. A scaldarlo è l'annosa polemica contro i troppi impostori che speculano sull'ingenuità altrui; nel '77 fece scalpore il suo intervento alla trasmissione televisiva Tam Tam in cui, su richiesta di Arrigo Petacco, ripeté le operazioni a mani nude dei guaritori filippini per dimostrare che non avevano niente di miracoloso. «C'è sempre, al 99%, una spiegazione razionale - dice - per ogni fenomeno presentato come soprannaturale. Comprese le sedute spiritiche, compresa l'ultrafonia, compresa l'ipnosi, che peraltro è una faccenda molto seria. Non solo: ho trascorso tutta la mia vita a inseguire coloro che affermavano di possedere poteri magici per impadronirmene; non mi sono dato pace finché non li ho incontrati, e non ho scoperto i loro trucchi. Ci sono riuscito sempre, e mi è stato molto utile. Mi creda, i grandi maghi sono pochi, ma da quei pochi c'è sempre da imparare.»
L'elenco dei ricordi è lungo, visto che da trent'anni Silvan si esibisce nei santuari mondiali dell'illusionismo: i grandi teatri del Nevada, il Palladium di Londra, il Quartiere Latino di Tokio «... e proprio a Tokio, molti anni fa, riuscii a farmi ricevere da un mago che in tutto il Giappone era quasi venerato per i suoi poteri. Andai a trovarlo nella sua casa, tutt'altro che lussuosa. Lui mi accolse con aria ispirata, e dopo avermi interrogato a lungo estrasse dalla sua tunica cenciosa una boccettina. Era piena di una polvere che, vista in controluce, pareva oro. Portò alle labbra questa boccettina e ci soffiò dentro, come per trasmettergli il suo spirito vitale. "Se terrai questa boccettina sempre con te - mi disse -, ti porterà fortuna". Ma, nel porgermi la boccettina, aggiunse: "Attento però: se vuoi conservare la fortuna per tutta la vita, non dovrai mai fare la pipì contro il sole. Ricorda, Silvan! Mai pisciare contro il sole!" Mi disse proprio così. Mi resi subito conto che era il modo di ipotecare il futuro a cui ricorrono di solito i santoni: se un giorno fossi tornato da lui, e gli avessi detto che il suo amuleto non mi aveva portato fortuna, avrebbe potuto rispondermi che avevo fatto la pipì contro il sole, magari senza essermene accorto. Dovetti insisistere per ricompensarlo con qualche dollaro e andandomene lo ringraziai di cuore. Non gli avevo creduto, ma proprio per questo mi aveva reso un po' più forte. Ancora oggi gliene sono grato.»
Nel negare l'esaltazione altrui, Silvan si esalta. Spiega come l'illusionismo sia un'arte, e delle più complesse. C'è la destrezza di mano, che come tutti i talenti naturali va coltivato (lui si tiene in allenamento per almeno quattro ore al giorno), e salvaguardato (le sue mani sono assicurate per cinque miliardi, e ogni singola falange vale 500 milioni). C'è la presenza scenica, quella che gli ha consentito di diventare un personaggio televisivo tanto popolare. E c'è il senso del teatro tout court: «Sento il richiamo del palcoscenico da quando ero ragazzo e recitavo al liceo. Imparavo i monolghi di Shakespeare e Pirandello, molti li so a memoria ancora adesso...se vuole, le recito un brano dell'Amleto...».
Ma non c'è tempo per Shakespeare, perché Silvan non ci ha ancora detto tutto di sé; anzi, manca ancora il meglio «Il nocciolo dell'arte magica sta nella psicologia umana, nel tributo appassionato della gente a tutto ciò che appare impossibile. Ciò che fa davvero grande un prestigiatore non è solo la genialità dei trucchi, ma la capacità di sedurre chi lo osserva.... Vede, quello dell'illusionista è il mestiere più difficile che ci sia: bisogna saper dire ciò che non si fa, saper fare ciò che non si dice. E, nel contempo, bisogna pensare a cose diverse da quelle che si fanno e si dicono... È vero che tutto ha una spiegazione razionale; ma noi conosciamo solo una piccola parte delle nostre potenzialità, il resto è ancora avvolto nel mistero. Anche se la scienza sostiene che la comunicazione umana avviene solo attraverso i cinque sensi, nessuno può dire quali sono i limiti delle nostre capacità psichiche...»
Silvan prende dalla scrivania un mazzo di carte da gioco; «Se mi consente, - dice - vorrei proporle un esperimento. Mentre l'aspettavo ho fatto una previsione, e vorrei verificarne l'esattezza.» Mi fa mescolare il mazzo, poi lo prende in mano, lo taglia in due e comincia far scorrere le carte da un pozzetto all'altro. «La prego, si concentri, e mi dica quando devo fermarmi», dice fissandomi negli occhi.
Adesso Silvan è serissimo. Continua a far scivolare le carte in silenzio, aspettando il mio stop. Quando glielo do, scopre lentamente la carta prescelta. Il 10 di quadri. A questo punto prende dalla scrivania un foglio di carta piegato in due: «Ecco, controlli lei stesso cosa avevo scritto.»
Apro il foglio e leggo: 10 di quadri. «Vede, questo è solo un piccolo esempio di tramissione del pensiero, diciamo... "prestigiditatoria". Eppure, sono proprio questi piccoli esperimenti i più difficili da eseguire, molto più delle grandi trovate» Non aggiunge altro, ma è impossibile non pensare ai trucchi sensazionali dei suoi celebri colleghi americani, come Lance Burton, Siegfried & Roy o David Copperfield, i soli insieme con Silvan ad aver vinto per due volte consecutive il titolo di Magician of the year. In particolare Copperfield, uno degli uomini di spettacolo più ricchi d'America, è noto per i suoi show televisivi nei quali, con l'aiuto degli effetti speciali, ha fatto sparire l'Empire State Building, o ha attraversato la Grande Muraglia. «Anch'io ho fatto sparire elefanti, Rolls Royce e 25 persone in una volta. Ma la mia idea di magia è più intima; io la chiamo "psico-magia". È alla base del mio nuovo spettacolo, che debutterà il 28 novembre al Teatro della Cometa di Roma, dove sarò da solo in scena per oltre due ore. Ne ho scritto anche nel Trattato di magia raccontata, che sta per essere pubblicato dalla Salani: spiego come eseguire qualche gioco molto semplice, ma svelo soprattutto come porgere psicologicamente questi giochi, per far sì che la magia diventi una "psico-magia", o forse addirittura una "filo-magia", ossia una filosofia di vita. Perché nessuno può sperare di illudere gli altri, se prima non ha illuso un po' anche se stesso.»
Lancia uno sguardo all'automa, che sembra ricambiare. «Chi può dire di conoscere i propri limiti? Personalmente, mi sento a non più di metà della strada. Guai a sedersi, c'è così tanto da imparare. Per arrivare fino in fondo mi ci vorrebbero almeno altre tre vite». Gli obbiettiamo che non è un problema: basterebbe credere alla reincarnazione. «Io sono cattolico, quindi non credo alla reincarnazione. Eppure... non le nascondo che il tema mi ha sempre affascinato molto. Sa, a volte la vita presenta delle coincidenze davvero molto curiose... Ma sì, tanto vale che lo ammetta: io stesso ho il sospetto di essere la reincarnazione di Giuseppe Pinetti» Come ha detto, scusi? «Giuseppe Pinetti, conte di Widhall du Merci; uno straordinario prestigiatore, nato a Orbetello alla fine del Settecento. Ma questo discorso, che ho trattato ampiamente nel mio volume Arte magica, ci porterebbe troppo lontano...»
Mentre risaliamo in soggiorno ho l'impressione che la fede nella razionalità di Silvan scricchioli un po', come i gradini della scala a chiocciola. D'altronde, siamo sinceri: far convivere ragione e mistero è sempre stata una faticaccia. E nemmeno Silvan, per sua esplicita ammissione, ha la bacchetta magica. Sulla soglia di casa il mago mi chiede se ho una moneta. Gliela do, lui la piazza nel palmo della mano destra, e chiude il pugno. Quando lo riapre, dopo un breve gioco di polso e di falangi, nel palmo non c'è più niente. Ma già il pugno si richiude, e dopo qualche istante tra le dita spunta la valva bianca di una conchiglia. «Ecco, questa è per lei. La tenga con sé, le porterà fortuna.» Sbuco nel cortile condominiale, e mi accorgo che il cielo si è fatto di piombo. Sta per scatenarsi un temporale di fine estate. Provo a scongiurarlo passando le dita sul bordo poroso del mio amuleto fresco di incantesimo. Mi porterà fortuna? Chissà. Ma è così importante saperlo? Ripenso alla boccetta con la polvere color dell'oro del mago di Tokio e infilo la conchiglia in tasca. Ma sì, Silvan ha ragione: dai grandi maghi c'è sempre qualcosa da imparare.

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