Il computer diventerà  uomo?

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  • 24-08-2002
  • di Andrea Frova

Il lettore Giovanni Melodia mi scrive: "Ho letto in un importante quotidiano che il celebre cosmologo Stephen Hawking (quello che, quasi totalmente paralizzato, comunica solo per via artificiale) avrebbe affermato in un'intervista che le potenzialità dei computer raddoppiano ogni diciotto mesi. Un rapido conto mi dice che, se si assume che i computer odierni siano un miliardo di volte al di sotto degli umani, a un simile tasso di sviluppo essi dovrebbero pareggiarci in 45 anni soltanto, presumibilmente acquisendo volontà e autocoscienza. A lei sembra credibile?".

Rispondo: il conto è giusto, ma si basa sull'assunzione che il progresso nel settore rimanga altrettanto rapido di come lo è stato in questi primi decenni di civiltà informatica. Tale progresso è legato alla "legge di Moore" in base alla quale il numero di transistor contenuti in un singolo chip raddoppia, appunto, ogni diciotto mesi (la legge si è mostrata rigorosamente vera dal 1970 a oggi). Però è assai più probabile (e altamente augurabile) che da ora in poi lo sviluppo inizi a rallentare sempre più, tendendo alla saturazione. In linea di massima, d'altra parte, uno sviluppo così mostruoso dei computer non è impossibile: se la legge dell'evoluzione naturale ha potuto fare questo nell'uomo, non v'è motivo di escludere che la tecnologia non riesca a pervenire ad analoghi risultati in una macchina. Non avverrà in mezzo secolo, forse nell'arco di secoli, magari di millenni (se l'uomo sarà ancora sulla Terra e se questa, nel frattempo, non sarà stata ridotta in macerie).

La storia insegna che qualsiasi obiettivo la fervida immaginazione dell'uomo ha saputo concepire, prima o poi scienza e tecnologia sono riuscite a realizzare, spesso proiettandosi anche più lontano. Basti ricordare che nel 1937 il Presidente americano Roosevelt costituì una commissione di esperti incaricata di individuare quali fossero i più importanti sviluppi tecnologici e industriali previsti per i decenni a seguire. Ne parla Sir John Meurig Thomas su Il Nuovo Saggiatore, bollettino della Società Italiana di Fisica, vol. 17, n. 3-4 (2001). Nel rapporto della commissione non figuravano - per strano che possa sembrare - i seguenti settori della fisica o dell'ingegneria:

• Fissione e fusione nucleare e relative fonti di energia

• Maser, laser, orologi atomici, GPS

• Radar e sonar

• Tomografia a raggi X, immagini a risonanza magnetica, endoscopia

• Radiazione di sincrotrone

• Microscopia elettronica, fotografia di singoli atomi e nanotecnologie

• Fibre ottiche e comunicazioni satellitari

• Transistor, circuiti integrati e sensori di immagine CCD

• Personal computer, Internet, CD e CD-ROM

• Macchine fax e telefoni cellulari

• Superconduttori ceramici ad alta temperatura

• Aviogetti, razzi, esplorazione spaziale

• Celle a combustibile e conversione di gas naturale in combustibili liquidi.

Soltanto mezzo secolo più tardi, tutti questi prodigi della tecnica, che nemmeno dei grandi esperti avevano saputo ipotizzare, sono divenuti realtà del nostro vivere quotidiano e in alcuni casi addirittura componenti essenziali. Certo, di molti bisogni tecnologici - tanta gadgetria elettronica, informatica, domestica, motoristica, ecc. - si poteva far benissimo a meno: essi sono stati indotti dalla continua esigenza delle società opulente e liberistiche di tenere in vita e nutrire le proprie strutture produttive, quindi di innovare il parco prodotti e di creare per essi l'indispensabile mercato, pena la crisi. D'altro canto si deve riconoscere che molte di queste macchine del Duemila hanno risolto secolari problemi degli uomini nel campo della salute, del benessere materiale e spirituale, dell'educazione di massa, della comunicazione. Occorre però stare in guardia perché nel futuro il rapporto tra reali benefici ascrivibili alle macchine e necessità fittizie indotte negli utenti - rapporto che alla metà del secolo scorso era elevato - si profila in continuo calo e potrebbe sfociare in una incontenibile spirale consumistica dagli esiti deprecabili. E lascio fuori dal discorso il terzo mondo, che prima o poi finirà per avere, in questa prospettiva, un ruolo tutt'altro che marginale. Forse le Due Torri ne sono l'avvertimento.

Guai se poi arrivasse il giorno in cui i computer iniziassero a dettar legge, come più o meno è implicito nelle tesi di Hawking ricordate dal lettore. Stando al resoconto dei giornali, contro questa eventualità Hawking ha una proposta provocatoria: ricorrere, novelli Dottor Frankenstein, alle mutazioni genetiche per far compiere all'uomo passi fulminei verso un ulteriore sviluppo cerebrale che lo mantenga sempre in grado di controllare i computer. Assurda prospettiva, forse ancora più orribile che pensare a un mondo guidato dai computer.

Queste domande non trovano facili risposte, ma occorre porsele ugualmente per non inoltrarci lungo vie che potrebbero condurre a situazioni perniciose e irreversibili. Dice il poeta: "Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Il che, in termini attuali, significa che il rifiuto degli egoismi da un lato e l'intensificazione dello studio e della ricerca scientifica dall'altro sono le sole scelte che possono aiutarci a risolvere le poderose contraddizioni dell'odierna società tecnologica. Ma studio e ricerca devono avere vita propria rispetto alle loro possibili applicazioni su larga scala, mantenendosi ben separati e indipendenti dai condizionamenti di mercato. Il che, purtroppo, sembra oggi essere già di per sé una contraddizione. In un futuro che si presenti sostenibile dovrà smettere di esserlo.

Andrea Frova

Professore di Fisica Generale

Università di Roma "La Sapienza"