Nell’antichità – dei vermi delle navi parlava già Plinio il Vecchio nell’Historiae Mundi – spesso si proteggevano gli scafi con misture a base di pece o catrame per scoraggiare questi instancabili scavatori, che in realtà rivestono un ruolo fondamentale nell’ecosistema, contribuendo al ciclo del carbonio e dei nutrienti. Sono anche allevati a scopo alimentare, in particolare nel Sudest asiatico, grazie al basso costo e all’alto tasso di riproduzione.
Teredo navalis è un organismo cosmopolita, ma preferisce i mari temperati/tropicali. La forma allungata gli è valsa il soprannome, ma si tratta di un mollusco della classe dei bivalvi, lontano parente di vongole e cozze. Le sue valve anteriori sono provviste di una coppia di placche calcaree triangolari molto affilate che servono per erodere il legno in cui si fanno strada.
La sua capacità di nutrirsi di legno ha sempre destato meraviglia, ma già dal secolo scorso si sa che può digerire la cellulosa grazie all’endosimbiosi con dei batteri che vivono nel suo intestino, che producono un enzima attivo sui carboidrati, ma questo lavoro di squadra però non è sufficiente: per arrivare alla cellulosa bisogna prima rimuovere la lignina, un polimero presente nei tessuti vegetali più rigidi e resistenti. Mancava quindi un tassello al puzzle, ed ecco dove si colloca un recente lavoro[1].
Gli studiosi hanno immerso del legno di pino presso la foce del fiume Westport, in Massachusetts. Un anno dopo, i vermi colonizzatori sono stati prelevati dal legno e il contenuto del loro intestino cieco è stato analizzato. Una prima indagine morfologica ha permesso l’identificazione di batteri il cui DNA è stato poi estratto e confrontato con sequenze già note. Grazie a questo approccio, detto metagenomica poiché analizza il DNA totale del campione, è stato possibile individuare tre specie maggiormente rappresentate: Alteromonas macleodii, Marinobacter algicola e Marinobacter salarius, localizzate tramite sonde fluorescenti in una struttura a pieghe all’interno del cieco, il tiflosolo.
Le specie in questione sono risultate morfologicamente diverse dalle loro controparti allo stato libero, sferiche anziché a bastoncino. Potrebbero essere invece simili da un punto di vista metabolico, essendo provviste di enzimi, laccasi e fenol-ossidasi, che favoriscono la degradazione della lignina. Non è ancora chiaro come questi enzimi possano arrivare all’intestino cieco dove si trova il legno ingerito, ma future indagini potrebbero farsi ancora piú interessanti poiché il tiflosolo è presente in altri molluschi, ma anche in lamprede, tunicati e anellidi.
L’interesse nei confronti della scienza degli enzimi applicata ai materiali è in crescendo da diversi decenni. Studi come questo sono utili non solo per spiegare misteri storici e aggiungere un tassello al quadro dell’ecosistema, ma anche per ispirarsi alla natura e alle sue formidabili armi per riciclare la materia.