Il filosofo e il mistico

Il grande filosofo Immanuel Kant analizza gli scritti del visionario di Svezia Emanuel Swedenborg. Un esempio di scetticismo filosofico

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  • 16-11-2006
  • di Romolo G. Capuano
«Merito della saggezza sta nello scegliere, tra gli innumerevoli problemi che si presentano, quelli la cui soluzione sta a cuore all’uomo» Immanuel Kant


I filosofi si sono dimostrati spesso scettici nei confronti del paranormale. La stessa storia della filosofia può essere interpretata come la progressiva affermazione della ragione nella spiegazione delle vicende umane e il graduale superamento di ogni forma di irrazionalità. Essendo il soprannaturale elusivo a ogni seria indagine scientifica, non può dunque sorprendere che, dall’antichità a oggi, grandi pensatori abbiano scritto, in maniera anche sprezzante, di chiromanti, veggenti, astrologi e divinatori vari. Da Cicerone a Luciano, da Montaigne a Hume, da Schopenauer a Bergson, sono numerosi i documenti che affrontano il tema della credibilità del magico e dell’occulto, con spunti e riflessioni spesso illuminanti.
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Il filosofo Immanuel Kant.
Raramente, però, i filosofi si sono dedicati a compiute indagini di fenomeni paranormali, limitandosi, per lo più, a poche osservazioni impressionistiche, spesso irritate dalla meschinità dell’argomento. Per rintracciare trattazioni più sistematiche bisogna scovare le opere cosiddette minori; quelle, per intenderci, che sono rinvenibili nelle note a pie’ di pagina dei manuali di storia della filosofia.

Non è sorprendete, allora, che una delle poche indagini filosofiche disponibili, I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica di Immanuel Kant[1], compaia tra gli scritti giovanili del pensatore tedesco e sia costantemente relegata tra i residui della sua produzione: più una curiosità intellettuale sulla via della maturità che un testo degno, di per sé, di interesse.

Eppure, l’operetta di Kant rappresenta un’importante testimonianza scettica su uno dei fenomeni maggiormente discussi a metà del ’700: il caso del mistico svedese Emanuel Swedenborg, le cui visioni continuano ancora oggi a far parlare gli appassionati del soprannaturale.

Scritti nel 1766, su sollecitazione della signora Charlotte Knobloch (quasi un book on demand), i Sogni sono un esame meditato degli scritti dell’occultista svedese, condotto da un punto di vista razionale. Swedenborg aveva pubblicato un’opera dal titolo Arcana Coelestia [2], che suscitava grande curiosità in Europa e in cui sosteneva di essere in contatto con gli spiriti dei defunti e di aver avuto da essi notizie sull’aldilà. Kant lesse molto scrupolosamente l’opera, composta da ben otto volumi, di cui i primi cinque pubblicati a Londra tra il 1746 e il 1758 (gli altri uscirono solo nel 1796) e scrisse i Sogni come confutazione scettica del suo contenuto.

L’eccezionalità dello scritto kantiano sta nel fatto che, per la prima volta nella storia della filosofia, un pensatore analizza meticolosamente l’opera di un sostenitore del soprannaturale, non liquidandola in maniera approssimativa, ma dedicandole un intero lavoro. Certo, Kant afferma più volte che, per lui, l’affaire Swedenborg è solo un passatempo, cosa confermata anche dal tono poco accademico dell’operetta e dall’irritazione con cui, a un certo punto della trattazione, interrompe la descrizione delle teorie di Swedenborg. Inoltre, sono evidenti gli interessi principali del filosofo di Königsberg, più rivolti alla metafisica che al soprannaturale.

Tuttavia, i temi affrontati dal mistico svedese - l’esistenza degli spiriti e, quindi, la sopravvivenza dell’uomo dopo la morte - non potevano essere sbrigativamente abbandonati, costituendo il problema centrale di tutte le religioni. Il fatto che Kant, allora considerato solo una promessa della filosofia europea, vi dedicasse attenzione, proprio quando avrebbe dovuto pubblicare lavori importanti per raggiungere il successo accademico cui aspirava, è già un’indicazione del rilievo del suo impegno. Inoltre, le visioni di Swedenborg avevano, ormai, acquisito lo status di fenomeno e venivano considerate con autorevolezza anche da importanti personalità dell’epoca.

Swedenborg, dunque, non era questione da poco.

La dottrina di Swedenborg
Cosa sosteneva l’autore degli Arcana Coelestia?


Personaggio di ampia cultura, medium e chiaroveggente, Emmanuel Swedenborg (1688-1772), dedicò molti studi alla dottrina spiritica, lasciando testimonianza di fatti sorprendenti e sostenendo di essere uno dei pochi uomini ad entrare in contatto con l’aldilà. Il punto di svolta della sua vita fu il 6 ottobre 1745, quando ebbe la visione di Dio che lo introduceva nel mondo degli spiriti. Da quel momento conversò spesso con l’aldilà e produsse una mole inesauribile di scritti, che culminarono nella raccolta degli Arcana Coelestia. Qui espresse le sue convinzioni nella maniera più risoluta: «Da alcuni anni mi è stato concesso dalla Divina Misericordia di essere continuamente nella società degli spiriti e degli angeli, di udirli parlare e di altresì parlare con loro, e così mi è stato dato di udire e vedere cose sorprendenti che avvengono nell’altra vita, cose che non sono mai venute né alla conoscenza né all’idea di alcun uomo?» [3].
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Il mistico svedese Emanuel Swedenborg.
La dottrina di Swedenborg è molto semplice, anche se avvolta in un linguaggio contorto. L’anima dell’uomo trapassa nel mondo degli spiriti conservando le caratteristiche fisiche, psicologiche e occupazionali che già possiede e porta a piena attuazione le inclinazioni al male o al bene verso le quali propende. In seguito, si trasforma in angelo o diavolo. In realtà, però, non esistono angeli o demoni, ma solo spiriti buoni e cattivi e l’uomo può mettersi in contatto con loro attraendo a sé energia buona o cattiva. Secondo Swedenborg, tra il mondo spirituale e quello corporeo esiste un’azione reciproca [4] che rende alcuni esseri privilegiati in grado di fare esperienza di un universo pieno di angeli e di spiriti. Gli angeli, quindi, sono copie degli uomini. Non sono altro che le anime dei viventi dopo la morte dei corpi, divenuti spiriti e, infine, spiriti celesti. Ma anche come spiriti possiedono un corpo. In Cielo, tutti devono sposarsi, preti inclusi, anche se i rapporti sono celestiali e sterili.

Tutti sono in grado di entrare in rapporto con gli spiriti, ma pochi sono sufficientemente aperti. Gli spiriti appaiono esteriormente, ma sempre in virtù di un senso e di una memoria interni. Alcuni uomini sono in grado di apprendere dalla memoria degli spiriti quello che accade nel mondo spirituale, ma anche gli spiriti possono avere rappresentazioni del mondo esterno, guardando nel senso e nella memoria interni di questi uomini privilegiati. Senso e memoria interni sono, invece, oscuri negli altri uomini. Spesso, uomini e spiriti si ingannano, pensando che ciò che vedono dipende da loro, quando, al contrario, dipende dalle comunicazioni di altri spiriti o uomini.

I corpi servono solo in quanto sono utili al mondo spirituale: tutti gli spiriti, infatti, si rappresentano fra loro sotto la forma di figure estese. Quando il corpo muore l’anima non cambia di posto, ma entra a far parte di una rete diffusa di comunione con tutti gli altri spiriti, al di là della distanza fisica intercorrente fra loro.

Il mondo spirituale è diviso in tre parti: l’Ade, una sorta di purgatorio dove gli uomini attendono di sviluppare le proprie inclinazioni, il Cielo e l’Inferno. In questi ultimi luoghi, la vita procede come sulla terra solo in peggio (nell’Inferno) o in meglio (in Cielo). Tutto, quindi, è molto simile alla vita terrena.

Il mistico svedese ebbe anche la tentazione di predire la fine del mondo, che avrebbe dovuto aver luogo nel 1757. Il fallito vaticinio non incise più di tanto sulla credibilità delle sue teorie.

Secondo gli Arcana Coelestia, infine, l’Universo si compone di sfere luminose che servono da alloggio dopo la morte. Swedenborg sostenne l’esistenza di esseri intelligenti su altri pianeti: Giove era abitato da intermediari tra gli uomini e Dio, Mercurio da esseri intelligentissimi, Marte dai migliori esseri del sistema solare, la Luna da creature piccole come bambini ma forti come uomini, e così via.

Tutte queste suggestioni, culminarono nella fondazione della Nuova Chiesa fondata nel 1767. Nell’Ottocento nacquero numerose “società swedenborghiane”: in Germania con il prof. Tafel, a Londra, a New York [5], in Italia.[6] Grandi autori, come William Blake, Ralph Waldo Emerson e Helen Keller furono avidi lettori delle sue opere. Ancora oggi esistono centri swedenborghiani, associazioni ed editori a Stoccolma, Zurigo, Copenaghen, Londra, Canada, Australia e altrove. [7]

La confutazione di Kant
Come risponde Kant alle tesi di Swedenborg?


I Sogni presentano un andamento anomalo in quanto l’esposizione del contenuto degli Arcana Coelestia è presentata nella seconda parte dell’opera, denominata storica, mentre, la prima parte, denominata dogmatica, si occupa di confutare criticamente le pretese dei sostenitori del soprannaturale. È qui che sono contenute le risposte alla dottrina del mistico svedese.

Kant esordisce avvertendo che: «Tante sono le difficoltà riguardo alla inconcepibilità di queste apparizioni e alla loro inutilità e tanto frequente si è trovato l’inganno e tanta è la possibilità di essere ingannati che io non ho mai creduto opportuno di farmi venire i brividi per questo in un camposanto o in mezzo alle tenebre».[8]

A questa dichiarazione scettica, fa seguito l’esame dettagliato delle teorie dello spiritismo.

Kant fa notare come le visioni di Swedenborg siano esperienze private, personali e, non potendo garantirsi da sole, possono essere prese in considerazione solo nel caso che l’autore le avvalori con altre testimonianze oculari. Swedenborg, però, non solo non riporta altre testimonianze, ma si riferisce a se stesso come a un privilegiato al quale è stato concesso un dono dalla Divina Misericordia. Ma questa, naturalmente, non è scienza. Le visioni di Swedenborg sono talmente singolari e individuali da non avere forza probativa nei confronti dell’esistenza di un mondo spirituale, come quello di cui sarebbe testimone. Essendo prive di base empirica, dunque, devono essere rigettate perché intorno ad esse non si producono altro che invenzioni. Le visioni hanno, infatti, la caratteristica di appartenere solo a chi le vede e di restare rinchiuse in un mondo privato e non comunicabile, proprio come la metafisica di tanti filosofi. La scienza newtoniana, invece, presa a modello conoscitivo, è oggettiva e pubblica. Gli unici problemi che valga la pena di affrontare sono quelli che ricadono entro i confini dell’esperienza umana.

Per Kant, «quando certe pretese esperienze non possono essere sottomesse ad alcuna legge del sentire comune alla maggior parte degli uomini e quindi non provano che un’irregolarità nelle testimonianze dei sensi, allora è prudente sbarazzarsene; perché la mancanza di accordo e di uniformità toglie in questo caso ogni valore probante alla conoscenza storica e la rende impropria a servire di fondamento a una legge qualsiasi dell’esperienza, su cui possa giudicare l’intelletto».[9]

A questa affermazione si potrebbe ribattere ricordando che le teorie di Swedenborg vantano un numero considerevole di attestazioni positive dai contemporanei. Nell’Europa del XVIII secolo circolavano decine di resoconti sui poteri dell’occultista svedese; resoconti corroborati da uomini di cultura e di ingegno.

Nel 1761, ad esempio, una principessa affidò a Swedenborg un incarico segreto che si riferiva al suo legame con gli spiriti e, nonostante il suo scetticismo, dovette ammettere, dalla risposta ricevuta, che nessun essere vivente era a conoscenza di quei segreti. L’episodio fu così sconvolgente da meritare menzioni speciali nella relazione di un ambasciatore straniero a Copenaghen e da sollecitare ulteriori ricerche che confermarono le meraviglie iniziali.

In un altro racconto, la vedova di un inviato olandese alla corte svedese era stata sollecitata dai parenti di un gioielliere a pagare la rimanenza per la fornitura di un servizio d’argento. La signora, che conosceva le abitudini regolari del marito, era persuasa che questo debito fosse già stato pagato, ma fra le carte lasciate dal defunto non trovò alcuna prova. Confidò, allora, i suoi problemi a Swedenborg, pregandolo di mettersi in contatto con il marito e di ottenere le informazioni di cui aveva bisogno. Dopo pochi giorni, su indicazione di Swedenborg, la signora ritrovò la quietanza cercata nel ripostiglio di un cassetto, che pure aveva già frugato.

La relazione più clamorosa sui poteri di Swedenborg risale, però, alla fine del 1759, allorché questi, venendo dall’Inghilterra, sbarcò un pomeriggio a Goteborg. Qui, durante una riunione, comunicò che, nello stesso momento, un terribile incendio era scoppiato a Stoccolma, informando persino sulla sua estensione. La mattina successiva, la notizia fu sulla bocca di tutti e due giorni dopo arrivò la conferma da Stoccolma della veridicità delle previsioni. [10]

Come si spiegano queste testimonianze? E poi, concedendo la buona fede dei testimoni, come accade che eventi così incredibili siano ritenuti veri?

Una prima spiegazione, per Kant, ha a che vedere con la speranza di poter entrare in contatto con le anime dei defunti. Si tratta, cioè, di un classico esempio di wishful thinking: «Tutti i racconti di apparizioni di anime di trapassati o di influssi di spiriti e tutte le teorie sulla ipotetica natura degli spiriti e sul loro rapporto con noi, pesano sensibilmente solo sul piatto della speranza mentre su quello della speculazione sembrano rivolgersi in aria. Tale sembra essere la causa principale anche della credenza nei racconti di apparizioni, che trovano così ampio credito; anche le prime illusioni di pretese apparizioni di defunti sono probabilmente nate dalla lusinghiera speranza che si esista ancora in qualche modo dopo la morte; onde, spesso nelle ombre notturne, l’illusione ingannò i sensi e creò da forme ambigue allucinazioni conformi al pensiero dominante, dalle quali poi i filosofi presero occasione ad escogitare l’idea razionale di spirito e a introdurlo nei loro sistemi».[11]

Un’altra spiegazione ha a che vedere con quel fenomeno denominato communal reinforcement, cioè la tendenza a sostenere una credenza sulla base del numero di individui che la sostiene. Per dirla con le parole di Kant: «È stato così in tutti i tempi e così sarà per l’avvenire che certe cose contrarie al buon senso trovano credito anche presso le persone ragionevoli solo perché se ne parla generalmente. Tali sono la simpatia, la rabdomanzia, i presentimenti, l’effetto dell’immaginazione nelle donne incinte, l’influsso delle fasi della luna sugli animali e sulle piante, eccetera».[12]

Una terza spiegazione riguarda la capacità che le storie di spiriti hanno di adattarsi alla situazione: «Le ipotesi metafisiche (e quindi quelle dei visionari) hanno in sé una così grande duttilità che bisognerebbe essere ben inetto per non poter(le) adattare a qualunque racconto, ancor prima di averne ricercato la veridicità».[13]

Vale a dire, la verità delle visioni è sacrificata alla docilità narrativa, quasi che la fluidità del racconto surrogasse la conformità ai fatti reali.

Un’ultima spiegazione è, infine, data dalla tendenza degli uomini ad antropomorfizzare ciò che vedono, riconducendo a forme umane figurazioni assolutamente neutre.

Qui, Kant fa riferimento al noto fenomeno della pareidolia, l’illusione percettiva che porta a interpretare uno stimolo vago come se corrispondesse a una precisa immagine.

Ad esempio, alcuni curiosi «scoprono nel marmo screziato la sacra famiglia, o nelle forme delle stalattiti dei monaci, un fonte battesimale, degli organi e così via, o nei vetri gelati delle finestre il numero della bestia (666, riferito all’Apocalisse, 13, v. 18) e la triplice corona (la tiara papale)». [14]

L’antropomorfismo assume maggiore evidenza nel modo comune di rappresentare l’aldilà. In questo caso, gli uomini peccano di egocentrismo, immaginando che l’universo debba apparire allo stesso modo a tutti gli esseri: «Quando si parla del cielo come dimora dei beati, l’opinione comune lo pone volentieri sopra di noi, in alto, nell’immenso spazio cosmico. Ma non si riflette che la nostra terra, vista da queste regioni, appare pure come una delle stelle del cielo e che gli abitanti di altri mondi potrebbero anch’essi a buon diritto indicare verso di noi e dire: “Ecco la dimora delle gioie eterne e il soggiorno celeste preparato per riceverci un giorno”. Una meravigliosa illusione fa sì che l’alto volo della speranza sia sempre legato col concetto del salire, senza riflettere che per quanto si salga in alto, si deve pur di nuovo ricadere per mettere piede forse in un altro mondo; il cielo non si dovrebbe cercarlo né al di sopra né al di sotto di sé, perché un tutto immateriale siffatto non può essere rappresentato secondo la distanza o vicinanza rispetto a cose corporee, ma nei legami spirituali delle sue parti fra loro». [15]

Le credenze in storie soprannaturali hanno, quindi, radici in ben precisi meccanismi psicologici e sociologici che Kant mostra di conoscere alla perfezione, pur non dedicando loro un’estesa trattazione. La questione non riguarda la veridicità dei racconti, ma come gli individui arrivano a considerare certi racconti veri: argomento che è ancora di estrema attualità. Basti pensare alla rapidità con cui oggi si diffondono le narrazioni più incredibili e visionarie, anche in virtù delle potenti tecnologie della comunicazione.

Conclusioni


Dopo aver demistificato le illusioni umane alla base delle credenze nel magico e nel religioso, Kant si sofferma sulla bontà dell’esperienza e della scienza:

«Tutti i giudizi come quelli che riguardano il modo in cui la mia anima muove il corpo o è o sarà in rapporto con altri esseri della sua specie, non possono mai essere che delle invenzioni; invenzioni che sono ben lungi dall’avere lo stesso valore di quelle che nelle scienze naturali si chiamano ipotesi, con le quali non si inventano forze fondamentali, ma si collegano quelle che già si conoscono per via di esperienza in un modo in un modo concordante coi fenomeni, di guisa che la loro possibilità può sempre essere dimostrata».[16]

Chi non si accontenta di ciò che la scienza ha da offrire «potrà sempre, qualora abbia abbastanza denaro e non abbia niente di meglio da fare, intraprendere un viaggio per una più diretta indagine, come Artemidoro viaggiò nell’Asia Minore per approfondirsi nell’interpretazione dei sogni. I posteri che la penseranno come lui gli sapranno altamente grado dell’aver impedito il sorgere di un altro Filostrato il quale venisse dopo molti anni a fare del nostro Swedenborg un secondo Apollonio di Tiana,[17] quando la tradizione orale si fosse trasformata in una prova formale e la difficile, ma necessaria audizione dei testimoni oculari fosse diventata impossibile».[18]

Anche se Kant fu sempre incline a ritenere che l’anima non comincia con la nascita né finisce con la morte,[19] fu sempre anche convinto che «la conoscenza intuitiva dell’altro mondo può essere ottenuta soltanto se si perde qualcosa dell’intelligenza che è necessaria per quello presente».[20]

L’aneddoto riguardante Tycho Brahe, il celebre astronomo danese, che Kant cita al termine del secondo capitolo della prima parte dei Sogni, può essere menzionato come ulteriore richiamo al buon senso e come diffida nei confronti delle facili suggestioni dell’immaginazione: «A Tycho Brahe il suo cocchiere [disse], quando quegli pretendeva di poter di notte seguire la via più corta guidandosi sulle stelle: “Mio buon signore, potrete intendervi bene di ciò che accade in cielo, ma qui sulla terra siete un matto”».[21]

Gli astri, come gli spiriti e la magia, possono apparire allettanti, ma occorre una buona dose di intelligenza per non cadere vittima di illusioni e fantasie.

E questo richiamo al buon senso può essere considerato il messaggio più importante dell’operetta kantiana.

Romolo Giovanni Capuano Sociologo presso il comune di Sorrento (NA) Criminologo presso la Casa Circondariale di Sala Consilina (SA)

Note:


1) Kant, Immanuel (2001), I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica, Milano: BUR.
2) Swedenborg, Emanuel (1746-1796) Arcana Coelestia, quae in sciptura sacra seu verbo domini sunt delecta. Una cum mirabilibus quae visa sunt in mundo sprituum et in coelo angelorum, Londra.
3) Swedenborg E., 1746-1796, 1, 5.
4) Tale reciprocità si esprime in una precisa localizzazione fisica: la respirazione. Più precisamente, il modo di respirare condiziona il modo di pensare.
5) Nel 1849, negli Stati Uniti, fu fondata la Swedenborg Foundation, ancora oggi attiva in Pennsylvania.
6) A Torino e Firenze. Qui fu pubblicato anche un periodico, La Nuova Epoca.
7) Su internet esistono numerosi siti su Swedenborg. Si rimanda al sito della Fondazione Swedenborg, www.swedenborg.com , e ai suoi links per informazioni sulle attività degli swedenborghiani. Cfr. inoltre “Swedenborg” in Polidoro M. (1997), Dizionario del paranormale. Gallarate: Esedra, p. 147.
8) Kant, I., 2001, p. 94.
9) Kant, I., 2001, p.163.
10) Kant, I., 2001, pp. 143-144.
11) Kant, I., 2001, p. 138.
12) Kant, I., 2001, p. 145.
13) Kant, I., 2001, p. 127.
14) Kant, I., 2001, p. 149.
15) Kant, I., 2001, p. 118, n. 11.
16) Kant, I., 2001, p. 162.
17) Trasformato dalla leggenda in un eroe religioso dotato di facoltà soprannaturali.
18) Kant, I., 2001, p. 146.
19) Kant, I., 2001, p. 111. Si veda anche Critica della ragione pura (1987), Milano: Bompiani, 2 voll.
20) Kant, I., 2001, p. 128.
21) Kant, I., 2001, p. 128.