È così che inizia un recente lavoro sul famigerato “problema della demarcazione”, ovvero come separare la scienza dalle pseudoscienze[1]. Nell’articolo, firmato da due miei colleghi e amici, Stefaan Blancke (Università di Tilburg, Paesi Bassi) e Maarten Boudry (Università di Gand, Belgio) viene proposta un’idea interessante: la pseudoscienza può essere interpretata più correttamente come un prodotto negativo del dialogo scientifico, quello che gli autori chiamano un approccio pragmatico-naturalistico alla demarcazione.
L’idea di fondo è semplice: per capire la pseudoscienza dobbiamo capire la sua controparte positiva, cioè la scienza. Può sembrare un’ovvietà, ma la scienza è di per sé un’attività complessa che è notoriamente sfuggita a qualsiasi tentativo di definirla o delimitarla[2].
Per esempio, la fisica e la chimica sono scienze astoriche, mentre la biologia evolutiva, l’astronomia e la geologia sono scienze storiche. Questo comporta un’enorme differenza nel modo in cui le ipotesi vengono verificate nell’ambito di ciascuna disciplina. I fisici e i chimici di solito si basano su esperimenti, cioè su manipolazioni altamente raffinate di un ambiente controllato. Gli astronomi e i geologi, invece, si affidano soprattutto a osservazioni sistematiche e ai cosiddetti esperimenti naturali, cioè a situazioni contrastanti che sfruttano la variabilità dei fenomeni naturali. La biologia evolutiva si colloca a metà strada, facendo uso sia di esperimenti sia di osservazioni sistematiche. E anche quando i biologi evolutivi sono in grado di condurre esperimenti controllati, i risultati dipendono dalla storia passata degli organismi utilizzati, a differenza di quanto avviene, per esempio, nella fisica delle particelle, dove la storia “individuale” di un fotone o di un elettrone non ha importanza.
Malgrado queste e altre complicazioni, abbiamo fatto parecchi passi avanti nella comprensione della natura della scienza. Ma che dire della natura della pseudoscienza? Ebbene, pseudo deriva dal latino medievale e, in ultima analisi, dal greco antico, e significa letteralmente falso o falsificato. È quindi logico che comprendere la cosa vera (la scienza) porti per conseguenza alla comprensione della sua controparte falsa (la pseudoscienza).
Blancke e Boudry affrontano il problema cercando anzitutto di definire la scienza come un particolare tipo di attività umana. Basandosi su un precedente suggerimento di Susan Haack[3], trattano la scienza come «il senso comune, solo di più», intendendo che ciò che gli scienziati fanno, dal punto di vista epistemico, è diverso quantitativamente (perché più rigoroso e raffinato), ma non nella natura, dal modo di pensare e di risolvere i problemi di tutti i giorni.
A grandi linee, la scienza come attività epistemica sociale funziona così: dalla parte della produzione, i singoli scienziati sono pigri (cioè tendono a ridurre gli sforzi) e schierati (politicamente, religiosamente o in altro modo) come ogni essere umano. In genere, formulano le loro personali idee, ipotesi o teorie e poi cercano dati empirici che le confermino. Gli scienziati, come gli altri esseri umani, non vanno in giro a cercare continuamente prove che possano falsificare le loro idee. Questo, però, non è un problema perché dall’altra parte ci sono altri scienziati che sono incentivati (per avanzare di carriera, ottenere fondi e borse di studio o per rafforzare l’ego) a fare il maggior numero possibile di buchi nelle idee altrui. Il sistema di peer review, sia prima sia dopo la pubblicazione, può essere considerato come un continuo fuoco incrociato di critiche su ciò che è stato prodotto fino a quel momento. Come dicono Blancke e Boudry: «La razionalità della scienza risiede nello scambio sociale di ragionamenti, non nella produzione e nella valutazione critica individuale dei ragionamenti. [...] La scienza è un processo di contrapposizioni tra ragionamenti in un continuo scambio sociale».
Avendo assistito a quello che succede dietro le quinte, posso testimoniare che non è gradevole. Ma è proprio il fatto che gli scienziati producano e difendano idee che vengono poi criticate e respinte, o provvisoriamente accettate da altri scienziati, che fa funzionare l’intero sistema a meraviglia. Il più delle volte — o almeno un numero sufficiente di volte — la scienza è davvero l’unico produttore affidabile di conoscenza del mondo naturale e del suo funzionamento.
Helen Longino[4] ha definito epistemologia locale questo scambio dinamico di idee, prove e ragionamenti all’interno di una particolare comunità scientifica. Per esempio, i fisici fondamentali hanno la loro epistemologia locale, che include criteri che dipendono da ciò che la comunità stabilisce essere o non essere scientificamente accettabile nel loro specifico ambito. L’epistemologia locale dei biologi evolutivi, per esempio, è molto diversa in termini di standard accettati di prove, metodi, ragioni e così via da quella dei fisici fondamentali. L’epistemologia locale degli scienziati sociali (psicologi cognitivi, per esempio) è ancora più distante da quella dei fisici, e così via.
Naturalmente, nessuna sottocomunità scientifica sarà infallibile nelle sue determinazioni. Nella storia della scienza esistono vari episodi in cui gli scienziati hanno raggiunto un consenso che poi è stato ribaltato. Alla fine del XIX secolo, per esempio, molti fisici erano convinti che il loro campo si stesse esaurendo e che presto non sarebbe rimasto altro da fare che sistemare i dettagli, ma poi sono arrivate la relatività generale e la meccanica quantistica. Tuttavia, la nostra migliore opzione in un dato momento è quella di seguire ciò che una particolare comunità epistemica accetta come valido (o rifiuta come non valido), perché il processo di critica reciproca descritto prima è il migliore che siamo stati in grado di trovare finora.
Che dire allora della pseudoscienza? Blancke e Boudry scrivono: «La pseudoscienza può essere considerata come l’insieme di dottrine e pratiche assolutamente non suffragate da prove secondo la maggioranza degli scienziati di un determinato campo». In altre parole, l’omeopatia è considerata una pseudoscienza perché la comunità epistemica di riferimento, quella dei ricercatori di medicina, l’ha esaminata e l’ha giudicata insufficiente secondo i criteri specifici dell’epistemologia locale. Lo stesso vale per il creazionismo e la cosiddetta scienza della creazione. La “geologia del diluvio” è inadeguata secondo i criteri che sono definiti dalla comunità epistemica dei geologi. La critica creazionista alla documentazione fossile non è accettabile secondo i criteri che sono definiti dalla comunità epistemica dei paleontologi. E così via.
Si noti che qui non si tratta di affermare semplicisticamente che qualsiasi cosa dicano gli scienziati va bene, perché ogni sottocomunità scientifica ha la responsabilità di articolare esplicitamente le ragioni per cui una data idea è accettata o rifiutata da quella comunità. E quelle ragioni sono in linea di principio criticabili, in quanto aperte alla revisione se si presentano nuove argomentazioni o prove contrastanti. In altre parole, un’idea si qualifica come pseudoscientifica se viene avanzata nonostante abbia abbondantemente e ripetutamente fallito nel soddisfare i criteri della comunità epistemica di riferimento.
Ma, un momento. I sostenitori di presunte nozioni pseudoscientifiche non formano anche loro delle comunità epistemiche? Non hanno anche loro conferenze e riviste dedicate? È vero, ma la dinamica interna di queste comunità è radicalmente differente da quella delle loro controparti scientifiche. In generale, i sostenitori della pseudoscienza non sono condizionati solo da (inevitabili) pregiudizi individuali, ma si impegnano attivamente in pregiudizi collettivi. Come gruppo, non si sforzano di analizzare in modo critico le idee degli altri. Al contrario, cercano conferme dovunque riescono a trovarle.
Un po’ più precisamente, possiamo dire che una sottocomunità scientifica è caratterizzata idealmente dalle seguenti norme: universalità (l’idea che il genere, la classe, l’etnia e così via siano irrilevanti nel contesto delle discussioni scientifiche), comunanza (i risultati dell’indagine scientifica appartengono a tutti), scetticismo organizzato (nessuna idea è esente da critiche) e disinteresse (i meccanismi a livello collettivo sono strutturati in modo da combattere i pregiudizi personali). Al contrario, le comunità pseudoscientifiche tendono a essere prive di una o più di queste norme, talvolta di tutte, ma soprattutto delle ultime due.
Quello che ho appena descritto, per inciso, è anche un ottimo esempio della divisione del lavoro tra scienziati, filosofi della scienza, storici della scienza e sociologi della scienza. Gli ultimi tre tipi di studiosi si occupano di studiare la scienza dall’esterno e di osservare e descrivere i suoi meccanismi interni, facendo attenzione sia ai casi in cui funziona sia a quelli in cui non funziona. Ma spetta agli scienziati stessi, all’interno di ogni sottocomunità, sulla base di specifiche epistemologie locali, indicare al resto di noi se un’idea o un’ipotesi è scientifica o pseudoscientifica.
L’originale di questo articolo è stato pubblicato su Skeptical Inquirer, Volume 48, n. 3, 2024. Traduzione ed editing a cura della redazione di Query. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.