Ricordo di Giulio Giorello (1945-2020)

Filosofo, matematico e Socio onorario CICAP

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  • 03-08-2020
  • di Vincenzo Barone
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Giulio Giorello. ©Niccolò Caranti ''Wikimedia Commons''
Aveva lasciato l’ospedale poche settimane fa, dopo due mesi di degenza a causa di una grave polmonite da coronavirus. Era rientrato finalmente tra le sue migliaia di libri, quei libri che conosceva a memoria (una memoria formidabile) e che da poco – con l’aiuto di braccia amiche – aveva riordinato, rendendo finalmente calpestabile il pavimento del suo appartamento milanese, occupato per anni da pile di volumi. Ma il suo fisico era evidentemente intaccato in maniera irreversibile. Ci ha lasciati così, il 15 giugno, Giulio Giorello, quando tutti speravamo che il peggio fosse passato.

Più di chiunque altro nell'ultimo mezzo secolo, Giulio ci ha insegnato che la scienza è pensiero, e che il pensiero senza scienza è monco, si riduce a poca cosa. Come il suo maestro Ludovico Geymonat, ha avuto il merito di promuovere – in un Paese dominato da una tradizione culturale di segno diverso – un reale e fecondo interscambio tra scienza e filosofia, portando la prima nel cuore vivo del dibattito intellettuale, mostrandone la valenza etica, e costringendo anche gli umanisti più disinteressati a fare i conti con i risultati e le implicazioni della ricerca matematica e fisica.

«Scienza e libertà» si intitolava il suo contributo a una Scuola torinese per dottorandi, che avevo organizzato alcuni anni fa e alla quale Giulio aveva partecipato con il suo consueto entusiasmo (assieme a due altri amici comuni, Gilberto Corbellini e Armando Massarenti). In quel titolo e nel testo della relazione c’erano le idee su cui aveva sempre insistito e molte delle sue passioni: la libertà come essenza stessa della scienza (contro il pensiero francofortese, che nella scienza vedeva addirittura coazione e gerarchia), la necessità fisiologica del confronto e del dissidio («Le nostre convinzioni più giustificate – ripeteva, citando il suo amato John Stuart Mill – non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate»), il metodo galileiano come «prima dichiarazione di indipendenza» dalla servitù intellettuale e politica. Su questi temi sarebbe tornato in due libri successivi, tra i più belli della sua sterminata produzione: Libertà (Bollati Boringhieri, 2015) e L’etica del ribelle (Laterza, 2017).

Nato nel 1945, Giulio Giorello si era laureato in filosofia a Milano con Geymonat nel 1968, e poi in matematica a Pavia nel 1971. Questa doppia formazione gli permetteva di trovarsi perfettamente a suo agio in entrambi i campi: come diceva lui, poteva permettersi di leggere i testi dei matematici e dei fisici veri, piuttosto che quelli dei filosofi che orecchiano la matematica e la fisica. Nella scuola di Geymonat, divisa tra un’anima «filoamericana» e una «filorussa», Giulio rappresentava il «filobritannico»: così lo definiva scherzosamente Geymonat, anche se le simpatie di Giulio erano rivolte soprattutto all’Irlanda e alla lotta di liberazione dell’Ulster (di cui conosceva ogni minimo dettaglio storico). L’attenzione al mondo anglosassone è stata una costante della sua opera: dobbiamo a lui – ai suoi famosi saggi introduttivi per i volumi di filosofia della scienza di Feltrinelli – la conoscenza di buona parte della filosofia postpopperiana (Lakatos e Feyerabend in particolare). Ma amava molto anche quella componente della cultura francese in cui scienza e filosofia si combinavano con naturalezza e, per esempio, considerava suo maestro il celebre matematico, e medaglia Fields, René Thom.

Professore ordinario di filosofia della scienza all’Università di Milano (sulla cattedra che era stata di Geymonat), Giorello si è occupato anche di storia della matematica (Lo spettro e il libertino, uscito per Mondadori nel 1985, era dedicato alle origini del calcolo infinitesimale), di filosofia politica, di etica, di storia delle idee. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta partecipò alla grande impresa dell’Enciclopedia Einaudi, come consulente editoriale e autore di varie voci di carattere matematico e filosofico («Calcolo», «Metafisica», «Numero», ecc.). Nel 1994 diede vita, con l’editore Raffaello Cortina, a un vero e proprio monumento della nostra cultura, la collana Scienza e idee, che nel suo quarto di secolo di vita ha ospitato più di trecento saggi di argomento filosofico e scientifico, selezionati esclusivamente in base a un criterio di qualità, senza steccati e pregiudiziali di alcun tipo. Semplicemente il meglio, da qualunque parte arrivasse: Dawkins accanto a Mancuso, Rovelli accanto a Derrida, Searle accanto a Sloterdijk.

Una passione che lo ha accompagnato negli ultimi anni (e che ho avuto il privilegio di condividere con lui) è stata quella per l’opera del grande fisico inglese Paul Dirac, il creatore della meccanica quantistica relativistica e teorizzatore dell’antimateria. Giulio aveva fatto tradurre una ponderosa biografia di Dirac scritta da Graham Farmelo (uscita per Raffello Cortina nel 2013) e io gli avevo proposto di raccogliere in un volume i saggi metodologici di Dirac (poco noti anche nel mondo anglosassone): proposta che lui aveva accolto con entusiasmo, promuovendone la pubblicazione prima presso l’editore milanese Indiana e poi presso Raffaello Cortina. Le ragioni della simpatia di Giulio per Dirac erano almeno due. La prima era che Dirac amava rompere gli schemi, compresi quelli – straordinari – che lui stesso aveva inventato (Giulio riteneva che questo fosse il principale insegnamento metodologico della scienza: la sfida ai fondamenti, la rivoluzione continua, la ricerca dell’eccezione non per confermare la regola, ma per scoprirne una nuova). La seconda ragione era che le letture di Dirac, per quanto scarne, incontravano perfettamente il suo gusto: l’Etica di Spinoza, il System of Logic di John Stuart Mill e, soprattutto, Topolino.

L’amore di Giulio per i fumetti (Topolino e Tex Willer, in primo luogo) era ben noto. Ogni anno, in autunno, qualunque altro impegno passava in second’ordine rispetto all’appuntamento di Lucca Comics, al quale non mancava quasi mai. Nel 2007, assieme a Pier Luigi Gaspa, scrisse un grandioso libro su scienza e fumetti (La scienza tra le nuvole, Raffaello Cortina), seguito qualche anno dopo da La filosofia di Topolino (Guanda, 2013), scritto con Ilaria Cozzaglio (ricordo ancora la sua felicità, al Salone del Libro di Torino, nel ricevere in anteprima il n. 3000 del fumetto della Disney). Ma già nel 1981, nella voce «Zero» dell’Enciclopedia Einaudi, aveva inserito, tra pagine zeppe di tecnicismi, una striscia di Pogo in cui veniva introdotta la «neotomatica», una nuova matematica «fondata sull’utilizzazione dei concetti sopravvissuti alla moderna critica della matematica tradizionale», cioè in sostanza una matematica dello zero (o, come Giulio osservava in tono semiserio, un sistema formale basato su un gruppo degenere contenente il solo elemento neutro).

Giulio non era un «positivista»: non riteneva che la scienza potesse risolvere tutti i problemi dell’umanità. Riteneva però che potesse rendere la nostra vita migliore. Lo «scientismo», a suo modo di vedere, era soltanto un comodo bersaglio creato ad arte da coloro che in realtà vogliono attaccare, più semplicemente, la scienza, spesso non avendone cognizione diretta. I valori e i metodi della scienza (al plurale, attenzione!) dovevano essere, secondo Giulio, pratica corrente, un riferimento nelle scelte private e pubbliche, un antidoto – il più potente – contro le superstizioni di ogni sorta, che pregiudicano non solo la ricerca della verità, ma la stessa convivenza democratica. A questo argomento fu dedicato l’ultimo dei suoi tanti interventi a un’iniziativa del CICAP, nel marzo dell’anno scorso. Del CICAP Giulio condivideva lo spirito e le finalità, e aveva accolto con grande soddisfazione la sua nomina, nel 2017, a Socio onorario. Rimanendo in campo metodologico, sono illuminanti le riflessioni svolte in Errore (il Mulino, 2019), scritto con Pino Donghi. Al «system error» del mondo digitale, che si risolve solo riavviando il sistema o ricorrendo al «dio-architetto-progettista», e che ci ha abituati a considerare l’errore come qualcosa di «inaccettabile e scandaloso», Giulio contrappone una visione dell’errore come condizione del progresso e dell’evoluzione (che non può esserci senza scarto dalla norma). «Il rapporto tra conoscenza ed errore – scrive, riprendendo il binomio che dà il titolo a un famoso saggio di Ernst Mach – è consustanziale all'attività di ricerca: è solo la scoperta dell’errore che ci porta all’ipotesi giusta. [...] La riflessione su cos’è che non funziona ci fa capire sia dov’è che dobbiamo intervenire, suggerendoci al contempo come correggere l’errore, sia la procedura e l’architettura che renderanno possibile il funzionamento del sistema, dell’apparato, del meccanismo, della teoria».

Raccogliendo in questi giorni i libri di Giulio che ho in casa, ho scoperto che erano disseminati dappertutto: spesso aperti, con le pagine segnate, pieni di sottolineature. Frammenti del dialogo continuo che avevo con lui, durato fino a pochi giorni prima della sua scomparsa, quando, in una breve telefonata, ci eravamo ripromessi di sentirci con più calma, per parlare delle cose che avevamo in mente di fare. Ho trovato una sua intervista, in un libro dedicato ai principali filosofi italiani (Idee viventi, a cura di G. Barbera, Mimesis, 2018), in cui affrontava brevemente il tema della vita e della morte. All’intervistatore, che gli chiedeva se ritenesse «che prima o poi la scienza possa regalarci l’immortalità, ammesso che ciò sia auspicabile», Giulio rispondeva: «Ritengo che contro la morte si debba lottare con tutte le proprie forze, anche se ciò non significa che l’immortalità sia a portata di mano! Ma questo tipo di difesa della vita è un segno che aveva ragione Baruch Spinoza: l’uomo libero non si compiace della morte; è ai frutti della vita che guarda».

I frutti della vita di Giulio Giorello sono stati ricchissimi, e noi che lo abbiamo conosciuto e gli abbiamo voluto bene possiamo ritenerci fortunati e privilegiati per averne condiviso qualcuno con lui. Ci rimangono tanti bei ricordi, e, soprattutto, i suoi scritti e il suo pensiero, vivo e vitale.