Purtroppo, come allora, anche oggi questo rischio è costantemente presente. Anzi, molto più di allora, perché la scienza, a causa delle trasformazioni nell’ambito della comunicazione introdotte dai social, tende, come tutti gli altri campi del sapere e delle attività umane, a essere spettacolarizzata e a trasformare chi fa comunicazione in personaggio dello spettacolo. Dunque, come ammoniva Marie Curie, siamo sicuri che una persona sia applaudita per i contenuti che trasmette? Oppure dietro quell'applauso si manifesta soltanto l’intima, psicologica esigenza di acclamare una guida, un leader, un profeta chiunque esso sia, sentendosi così parte di un gruppo, di una comunità di eletti? Come raggiungere l’obiettivo di comunicare seriamente la scienza? «Non lo si può mettere in pratica senza cadere nell’esibizionismo?» Così proseguiva nella lettera alle figlie Marie Curie, che confessava di provare una «sensazione di vanità e di vuoto» di fronte a questa situazione.
Il 30 gennaio 1931, in occasione del secondo viaggio negli Stati Uniti, Albert Einstein partecipò a Los Angeles alla prima del film Luci della città, diretto da Charlie Chaplin. Nell’occasione pare che Chaplin si sia rivolto al famoso scienziato in questo modo: «Applaudono me perché mi capiscono tutti, lei perché non la capisce nessuno».
Dietro quelle parole si celavano molte verità e molti interrogativi. Perché Einstein avrebbe dovuto essere applaudito se non era compreso da nessuno? Sicuramente perché ormai era un personaggio famoso, una star di livello planetario. Ma la fama non era (e non lo è tuttora) un buon criterio per giudicare la comprensione della sua opera di scienziato. Il pubblico conosceva le modalità con cui Einstein aveva svolto la propria ricerca, finendo per riuscire a farla accettare alla comunità dei suoi colleghi? Sapeva che la relatività ristretta prima, e quella generale successivamente, erano il frutto di un lungo e paziente lavoro di analisi e di studio, poi sottoposto al vaglio degli specialisti della materia, nei luoghi deputati per farlo, a partire dalle riviste scientifiche più prestigiose dell’epoca, fino alla celebre conferma sperimentale del 1919? In sostanza, sapeva che l’opera di Einstein era nata rispettando esattamente i valori e i principi con i quali la scienza moderna aveva iniziato a operare da Galileo in poi?
Nel ringraziare tutti i lettori di Query che hanno seguito la mia rubrica, dopo dodici anni di collaborazione ininterrotta, con quattro articoli l’anno (tranne un numero saltato per malattia), non posso che ribadire quanto ho scritto in occasione della scomparsa di Pietro Greco su Query n. 45 (primavera 2021): «Pietro Greco ha espresso i valori migliori del giornalismo scientifico. La sua lezione ci ha fatto capire come il giornalismo scientifico non solo possa, ma debba essere sempre volto alla comunicazione della scienza, dei suoi principi e dei suoi valori, inquadrati all’interno del complesso e sempre mutevole contesto dei rapporti tra scienza e società. Non, dunque, una semplice divulgazione, se per divulgazione si intende la semplificazione di tematiche scientifiche tecnicamente complicate. Ma un racconto della scienza, mai disgiunto dal rapporto con tutti gli altri saperi, dall’arte all’economia. E, soprattutto, senza mai trascurare un aspetto necessario e fondamentale: per effettuare una corretta comunicazione della scienza è necessario conoscere la storia della scienza. Non perché ogni volta si debbano raccontare le cose in modo storico, ma perché è da quella conoscenza che chi comunica, o fa giornalismo, riesce a farsi un’idea chiara dei temi da portare all’attenzione dell’opinione pubblica: valori, principi e metodi della scienza. Cosa che Pietro riusciva a fare in maniera mirabile. Con la pacatezza e la mitezza che lo contraddistinguevano, Pietro era al tempo stesso estremamente fermo e rigoroso nel porre al centro del suo discorso tale fondamentale regola. Sia quando scriveva, che quando conduceva in radio o durante una conferenza o un dibattito pubblico».
Nel 1955, poco prima della morte di Einstein, venne organizzata a Berna una conferenza scientifica per festeggiare il 50° anniversario della relatività speciale. Max von Laue scrisse a Einstein invitandolo a partecipare come ospite d’onore, ma la risposta fu questa: «La vecchiaia e la cattiva salute mi impediscono di partecipare a queste manifestazioni. Devo confessare che tale divina dispensa ha quasi un effetto liberatorio per me. Tutto ciò che sa di culto della personalità mi è sempre risultato odioso». Un culto della personalità che certamente Pietro Greco ha sempre rifuggito. Un modello di stile purtroppo non spesso imitato.
Dovunque vi troviate, a seconda dei casi, buongiorno, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte. Un caro saluto a tutti.
Bibliografia
- Barone, V., 2017. Albert Einstein. Il costruttore di universi, Laterza
- Ciardi, M., 2017. Marie Curie. La signora dei mondi invisibili, Hoepli
- Ciardi, M., 2021. Breve storia delle pseudoscienze, Hoepli
- Ciardi, M. 2024. Galileo e Harry Potter. La magia può aiutare la scienza? Nuova edizione, Carocci.
- Greco, P., 2014-2018. La scienza e l’Europa, 5 voll., L’Asino d’Oro
- Greco, P., 2020. Homo. Arte e scienza, Di Renzo
- Greco, P., 2021. La scienza sui giornali, Carocci
- Rossi Monti, P., 1999. Un altro presente. Saggi sulla storia della filosofia, Il Mulino