Il genio di Leonardo in un difetto?

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  • 26-04-2019
  • di Agnese Sonato
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In occasione dei cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci numerose sono le iniziative e le ricerche che si stanno diffondendo in tutto il mondo. Sulla rivista JAMA Ophtalmology è uscito uno studio che sembrerebbe rivelare lo strabismo di Leonardo, correlandolo alla sua grande capacità nel riportare soggetti tridimensionali su superfici bidimensionali. Ma può il “genio” dell’artista e scienziato toscano essere ricondotto allo strabismo?

Il 2019 è iniziato da poco e già si stanno diffondendo eventi legati alle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, tra nuove pubblicazioni, video, eventi e articoli che parlano di quel personaggio che è difficile inserire in un unico ambito, tanti sono i campi della cultura e della conoscenza in cui ha portato innovazione: scienza e tecnologia, letteratura, arte...

Alla figura di Leonardo è spesso abbinata quella del “genio”, di un genio inarrivabile e ineguagliabile, un personaggio che resta per noi un po’ misterioso. Lo ammiriamo e lo celebriamo ma vorremmo capirne di più, quasi per scoprire i segreti di un così grande successo.

Nell’autunno 2018, ad esempio, sulla rivista JAMA Ophtalmology è uscito un articolo intitolato Evidence that Leonardo da Vinci had strabismus (La prova che Leonardo da Vinci fosse affetto da strabismo[1]) in cui l’autore, Christopher W. Tyler, mostra i risultati di uno studio su sei opere d’arte attribuite a Leonardo (qualcuna, come il Salvator mundi con contestazioni da parte di alcuni studiosi): David, Salvator mundi, San Giovanni Battista, Young Warrior, l’Uomo vitruviano e un autoritratto realizzato in tarda età, da cui sembrerebbe emergere lo strabismo dell’artista. Sarebbe poi, sempre secondo l’autore del lavoro, questo strabismo a dare a Leonardo quel suo tocco geniale nella pittura, e in particolare quella sua capacità nel riportare la profondità e la tridimensionalità nei suoi quadri.

Delle sei opere, due sculture, due dipinti a olio e due disegni, sono stati analizzati gli occhi, sono stati eseguiti dei fitting delle pupille, in modo da valutare la convergenza e la divergenza degli sguardi. Poi, analizzando la posizione delle pupille e la loro rotazione, insieme all’apertura degli occhi, è stato quantificato l’angolo di deviazione oculare. I valori medi finali che ne sono risultati sono attribuibili a una forma di strabismo che permetterebbe di passare da una visione binoculare a una visione monoculare dell’artista che si rifletterebbe in una maggiore facilità nel percepire la tridimensionalità nello spazio e nell’abilità a distinguere diversi piani nel soggetto della visione. Questo si rifletterebbe, in definitiva, in una maggiore abilità dell’artista a riprodurre soggetti tridimensionali su superfici bidimensionali.

E Tyler non è il primo a citare lo strabismo come qualcosa che facilita l’artista nel suo lavoro: già Margaret S. Livingstone, Rosa Lafer-Sousa e Bevil R. Conway ne avevano parlato in una pubblicazione del 2011[2], e ancora prima, nel 2004[3], analizzando il pittore olandese Rembrandt.

Se però la percezione che l’artista ha della realtà può portarlo a dipingere in un certo modo, non va dimenticato che motivare una creatività e un genio artistico con un difetto di vista è riduttivo per i processi della creatività e dell’invenzione stessi.

Prendendo il caso di Leonardo, e tralasciando il fatto che per accertare una forma di strabismo sarebbero d’aiuto altre prove oltre all’analisi degli occhi di quelle uniche sei opere, studi come quello di Tyler ricordano quei tentativi di analizzare il “genio” toscano e di ricondurre la sua genialità a qualcosa di tangibile e comprensibile, qualcosa di inseribile in una cornice che tutti siamo in grado di comprendere.

Leonardo, infatti, proprio per la sua figura universalmente riconosciuta come “geniale”, ha da sempre attratto il pubblico e gli studiosi, al punto da creare intorno a sé immaginari a volte fantastici, oppure vere e proprie bufale. Di recente alcuni falsi miti su da Vinci sono stati chiariti in un articolo uscito su Wired[4], e di alcuni misteri che circondano Leonardo parla anche il giornalista, scrittore e divulgatore scientifico Massimo Polidoro nella sua serie di video Leonardo. Genio ribelle[5], che completa il suo libro Leonardo. Il romanzo di un genio ribelle, edito da Piemme.

Se torniamo al secolo scorso lo psicanalista Sigmund Freud, incuriosito da Leonardo da Vinci, ne analizza la figura e, in Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci del 1910, affronta il problema della creazione artistica e il legame tra psicanalisi e arte, tra psicanalisi e scienza. Freud arriva persino a conclusioni sulla da lui presunta omosessualità di Leonardo partendo dal nibbio sulla culla che compare in un ricordo d’infanzia dello scienziato e artista toscano.

Gli studi e le analisi sulla figura di Leonardo da Vinci rientrano da un lato nella nostra curiosità nei confronti del personaggio, ma anche nel desiderio di analizzare le “menti geniali” che ci appaiono così distanti rispetto alla realtà e al mondo in cui siamo quotidianamente immersi.

Il matematico francese Jacques Hadamard in La psicologia dell’invenzione in campo matematico, analizza proprio la figura dell’inventore, del “genio”, il meccanismo dell’invenzione e della scoperta. Lo fa per quanto riguarda la matematica, ma molti degli spunti che riporta possono essere applicati a diversi ambiti della conoscenza. Hadamard scrive che il vero meccanismo con cui un artista o uno scienziato arrivano alla loro opera finale, alla loro invenzione, è un mistero.

“Il vero mistero è l’esistenza di un pensiero qualunque, di un qualsiasi processo mentale”
(Jacques Hadamard)

Ma «questo non toglie che le vie tortuose che portano alla scoperta di nuove verità non possano essere indagate», scrive il filosofo italiano Giulio Giorello nell’introduzione al saggio.

È anche affascinante approfondire i meccanismi della creatività, continua Hadamard, mostrando infatti come non sia sbagliato cercare di studiarli e provare a comprendere il funzionamento della mente e tutto quello che porta all’elaborazione di nuove teorie o di opere d’arte. Certo è che i fattori che entrano in gioco, consci e inconsci, legati a storie personali e fattori affettivi, oltre che a conoscenze acquisite e a personali inclinazioni all’osservazione ed elaborazione della realtà, sono così tanti e così variabili che è praticamente impossibile inquadrare i processi mentali in meccanismi ben definiti o ricondurli a qualcosa a noi noto, che in qualche modo li spieghi o li giustifichi.

Forse, riconoscendo questa complessità e questo mistero dietro la creatività e il “genio”, non abbiamo bisogno di analizzare e giustificare i lavori di personaggi come Leonardo.

E forse, dal lavoro di Tyler, quello che possiamo prendere è che Leonardo, nella sua “genialità”, resta comunque un essere umano che come tutti poteva avere qualche difetto. Un messaggio certamente positivo per chi si trova affetto da strabismo, come afferma Shira Robbins, docente di oftalmologia all’University of California di San Diego, in un commento al lavoro di Tyler comparso in un’intervista al The Washington Post.[6]

«Chiunque sia affetto da strabismo, potrà guardare questi risultati e sarà contento di sapere che qualcuno brillante come Leonardo da Vinci ha avuto un problema simile a loro, e che questo problema di sicuro non sembra averlo ostacolato in alcun modo»

Per gentile concessione de Il Bo Live - magazine online dell’Università degli Studi di Padova

Note