Dieci misteri svelati su Leonardo da Vinci

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1. Cenacolo eretico


Secondo alcuni autori di fiction storica, primo tra tutti Dan Brown e il suo Codice da Vinci, Leonardo era un eretico.

Prove di ciò sarebbero nascoste nell’Ultima Cena, dove il Maestro avrebbe espresso la convinzione che Cristo si fosse sposato con Maria Maddalena.

La donna infatti andrebbe identificata con l’apostolo dai tratti femminei alla destra di Gesù.

Ulteriori prove a sostegno dell’eresia del genio sarebbero la mancanza in tavola del calice con il vino e la presenza di una mano disincarnata che regge un coltello.

In realtà, per il suo dipinto Leonardo si ispirò al Vangelo di Giovanni, dove non si fa cenno né al calice col vino né all’Eucaristia.

Inoltre, la mano con il coltello appartiene a Pietro (come dimostrano anche i disegni preparatori di Leonardo oggi conservati nella collezione inglese di Windsor) e fa riferimento a un episodio del Vangelo in cui Pietro taglia l’orecchio al servo del Sommo sacerdote.

Infine, l’aspetto delicato di Giovanni appartiene all’iconografia dell’epoca, dove l’apostolo più giovane, il “prediletto”, era sempre rappresentato come un adolescente dai capelli lunghi e dai lineamenti dolci.

2. Simboli esoterici


Anche se non propriamente un eretico, è possibile che Leonardo, che certo era un fervente cattolico, sia entrato in contatto con idee all’epoca considerate eretiche, come quelle dei neoplatonici e degli gnostici.

Questi ultimi per esempio credevano in “Sophia”, la dea madre che creò il mondo, e che Leonardo potrebbe avere voluto rappresentare con la Leda, un quadro andato perduto di cui però esistono copie, come quella attribuita al suo allievo Francesco Melzi, dove la grande madre è vista come “uovo cosmico”, da cui altre uova danno origine agli esseri umani.

Gli gnostici credevano anche che esistessero due Gesù, uno carnale morto sulla croce e uno che era solo spirito.

Nella Vergine delle rocce sono presenti due bambini somiglianti: è possibile che il secondo sia il doppio Gesù, poi identificato come Giovannino per farlo accettare dai committenti religiosi? Chissà.

Un altro interrogativo riguarda la propensione di Leonardo a ritrarre spesso proprio San Giovanni Battista.

Qualcuno si è chiesto se questo attaccamento al santo non nascondesse qualcos’altro, ovvero l’adesione alla setta dei Giovanniti, i cavalieri dell’Ordine di Malta devoti appunto a San Giovanni. Ma si tratta di ipotesi per le quali al momento non esistono documentazioni accertate.

3. Priorato di Sion


L’intero Codice Da Vinci di Dan Brown ruota attorno alla misteriosa e antichissima setta del “Priorato di Sion”, custode di millenari segreti e fondatrice dell’ordine dei Templari.

Si dice ne facessero parte iniziati come Isaac Newton, Victor Hugo, Debussy e naturalmente Leonardo.

Nella realtà, la setta è stata inventata di sana pianta dal francese Pierre Plantard nel 1956. Plantard prese il nome “Priorato di Sion” da una montagnola sopra Annemasse, dove pensava di installare una casa per ritiri spirituali.

Quanto alla lista degli “iniziati”, Plantard la copiò pari pari dall’elenco di presunti “Imperator”, cioè capi supremi, dell’Antico e Mistico Ordine Rosae Crucis, fondato nel 1915 negli Stati Uniti da un altro creatore di fantasie, Harvey Spencer Lewis, con cui Plantard era in contatto.

Antisemita, antimassonico ed esponente della destra francese, Plantard orchestrò questa macchinazione per creare una linea storica verosimile che dimostrasse la sua personale discendenza dai merovingi.

Essere erede di una tale dinastia gli avrebbe procurato un enorme vantaggio rispetto ai molti Gran Maestri di ordini concorrenti. E i merovingi erano una dinastia persa nelle nebbie della storia, che gli dava un’ampia possibilità di manovra.

4. Autore della Sindone


Secondo gli appassionati di misteri Lynn Pickett e Clive Prince la Sindone sarebbe opera di Leonardo.

La scrittrice Victoria Hazel interpreta un passaggio nel Codice Atlantico come una “confessione” da parte del suo autore: «Quando io feci Domene Dio putto, voi mi mettesti in prigione: ora s’io lo fo grande, voi mi farete peggio».

Non solo, secondo l’americana Lillian Schwartz, il volto della Sindone combacerebbe con l’autoritratto di Leonardo e sarebbe dunque un esperimento di tecniche pre-fotografiche ideato dal genio di Vinci.

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In realtà, tanto le fonti storiche - il primo riferimento scritto alla Sindone è in un memoriale del 1389 - quanto la datazione scientifica operata con il radiocarbonio circoscrivono l’età del telo sindonico a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390.

Si tratta dunque verosimilmente di un’opera d’arte, ma che non può essere stata realizzata da Leonardo visto che esisteva già da un secolo prima che lui nascesse.

5. Scrittura “segreta”


Leonardo possedeva un’insolita scrittura speculare, andava cioè da destra verso sinistra e spesso iniziava a scrivere dall’ultimo foglio per poi giungere al primo.

Questa peculiarità è stata spesso interpretata come un tentativo messo in atto da Leonardo di tenere segreto e incomprensibile ai più il proprio lavoro.

Chi lo considerava un eretico era addirittura arrivato a definirlo “scrittore del diavolo” per questa sua caratteristica.

In realtà, si trattava del suo modo spontaneo di scrivere.

I neurologi infatti hanno dimostrato che la sua era un’abitudine acquisita nell’infanzia, naturale per i mancini che non sono stati corretti, come Leonardo.

Egli scriveva anche con calligrafia “normale”, ma con minore facilità e soprattutto in casi dimostrativi, come per esempio per alcune carte topografiche.

Non a caso, Leonardo faceva scrivere ad altri, come al suo allievo Francesco Melzi, le sue missive e le sue lettere di presentazione.

6. Chi è veramente la Gioconda?


L’identità della donna dipinta nel ritratto più celebre al mondo è stata a lungo dibattuta.

Alcuni autori hanno suggerito, adducendo prove non sempre credibili, che la donna fosse una Sforza, oppure la madre di Leonardo, Caterina, o ancora la sorellastra Bianca.

Inoltre, c’è anche chi pensa che la Gioconda altro non sarebbe che un autoritratto di Leonardo, come dimostrerebbe una sovrapposizione al computer dei due volti.

In realtà, si è piuttosto certi che la donna ritratta sia – almeno inizialmente - Lisa Gherardini, cioè “Monna” (diminutivo di “Madonna”, come oggi si direbbe “Signora”) Lisa, moglie di Francesco del Giocondo.

Ma il ritratto non fu mai consegnato al suo committente e con il tempo la sua identificazione è cambiata.

Più difficile invece stabilire dove sia il luogo sullo sfondo.

Il ponte sulla destra ricorda quello di Buriano, presso Arezzo, ma è più probabile che si tratti di un paesaggio idealizzato da Leonardo.

7. Marginalia segreti?


Che cosa si nasconde nelle tantissime note a margine che costellano disegni e appunti di Leonardo? Forse segreti inconfessabili?

L’uso di utilizzare i margini per note e osservazioni, è in realtà un’antica forma di “lettura attiva” che sopravvive ancora oggi, specie sui libri degli studenti.

I codici di Leonardo, così come i libri da lui posseduti, sono ricchi di notazioni e appunti a margine (i cosiddetti “marginalia”).

Leonardo era solito inserire tre tipi di interventi: note aggiuntive, segni di evidenziazione, disegni.

Non tutti i marginalia presenti sui suoi manoscritti, però, appartengono alla sua mano: molti, infatti, sono risultati opera del solito Melzi, che lavorava anche come scrivano e copista del maestro.

Oggi potrebbe apparire quasi un sacrilegio se un giovane apprendista scarabocchiasse gli appunti del suo maestro, ma ai tempi di Leonardo non era così.

Ogni bottega era un opificio e ogni foglio di carta quasi un miracolo: chi ne aveva bisogno lo usava, non farlo sarebbe apparso bizzarro.

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8. La battaglia scomparsa


Davvero dietro un dipinto di Giorgio Vasari nel Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio, a Firenze, si nasconde un dipinto incompiuto di Leonardo, la Battaglia d’Anghiari?

Effettivamente, nel 1503 Leonardo fu incaricato dalla città di realizzare un grande dipinto su una parete di quel Salone ma, forse per la tecnica sperimentale utilizzata, il dipinto non riuscì.

Cinquant’anni dopo, Vasari fu incaricato di ristrutturare il salone e lo ricoprì con una serie di sue pitture.

Non si sa che cosa effettivamente Leonardo sia riuscito a dipingere in quella sala, ma ci si chiede se Vasari abbia distrutto quello che ha trovato – visto che era un grande ammiratore di Leonardo – oppure se abbia solo ricoperto quella pittura incompleta.

In tempi recenti si è cercato di condurre dei sondaggi sulla parete, limitando i danni, per capire se qualcosa sopravviva dietro il dipinto di Vasari, ma i risultati sono stati inconcludenti.

Certo è che l’idea che un capolavoro di Leonardo, per quanto incompiuto, si trovi così a portata di mano, eppure sia così difficile da raggiungere, non può che scatenare ogni tipo di suggestione.

9. E il cartone?


Se il dipinto della Battaglia di Anghiari è perduto, che fine può avere fatto il cartone preparatorio, che fu copiato da numerosi artisti contemporanei e successivi a Leonardo?

Si sa che, prima di andare a Milano, Leonardo lascia una parte del cartone a Firenze, forse al Monte dei pegni dell’ospedale di Santa Maria Nova, dove egli teneva i suoi risparmi.

Alcuni ritengono sia andato distrutto poco dopo, ma esiste la notazione nel diario di un viaggiatore, alla fine del ‘700, che da Bologna si sposta a Firenze.

In quell’occasione visita Palazzo Medici Riccardi e, al piano nobile, descrive proprio il cartone della Battaglia di Leonardo, grande tanto da riempire la sala (non era dunque la copia di qualche imitatore).

Dove è finito questo disegno di Leonardo? Nessuno lo sa.

Forse fu portato in Francia da Napoleone o forse rimase a Firenze, dove magari, come pensano alcuni, è ancora oggi nascosto.

Nessuno può dirlo, ma è perlomeno curioso che non ci sia mai stato alcun tentativo di ricerca.

10. I resti scomparsi


Per concludere: che fine hanno fatto i resti di Leonardo? La sua tomba non esiste più e nessuno sa dove giacciano ora le sue ossa.

Alla morte fu sepolto nella chiesa di Saint-Florentin, ad Amboise, dove era andato a vivere, su invito del re di Francia, negli ultimi anni della sua vita.

Ma nel 1802, in seguito all’erosione del tempo e al vandalismo rivoluzionario, le rovine della cappella furono distrutte e le pietre sepolcrali e le lapidi vennero usate per restaurare il castello.

Poiché con le ossa abbandonate giocavano i bambini, un giardiniere le raccolse e le seppellì.

Nel 1863, il poeta Arsène Houssaye scoprì uno scheletro intatto, con un braccio piegato e un teschio molto ampio.

Poco distante rinvenne anche dei frammenti di una lastra mezza cancellata su cui si leggevano queste lettere: EO DUS VINC. Potevano forse nascondere il nome di Leonardus Vincius?

Queste ossa finirono nel castello di Amboise, dove ancora si trovano e dove è scritto che “si suppone” possano appartenere a Leonardo.