Peer review

Siete uno scienziato di una disciplina qualunque (biologia, chimica, fisica, astronomia, quello che vi pare). Finalmente, dopo mesi o anni di lavoro, avete finito un esperimento e pensate di aver scoperto qualcosa di nuovo. E ora?

È arrivato il momento di mettersi alla tastiera e scrivere un articolo, perché, a meno che non lavoriate per un laboratorio militare supersegreto, lo scopo finale di ogni lavoro di ricerca è quello di pubblicare i risultati. In questo modo il resto della comunità scientifica potrà in primo luogo verificare i vostri dati, che diventeranno poi patrimonio di tutti. La pubblicazione è una parte così importante del lavoro scientifico che molti scienziati chiamano "lavoro" l'articolo stesso, dicendo per esempio «ho mandato un lavoro a Nature e me l'hanno accettato». Preparerete quindi un "manoscritto" (si chiama tradizionalmente così, anche se naturalmente oggi nessuno lo scrive davvero a mano) e lo sottoporrete alla redazione di una rivista scientifica, "generalista" come Nature o Science oppure specializzata come Physical Review o il British Journal of Oral and Maxillofacial Surgery.

Ora, quante volte avete sentito uno scettico dire che la tale teoria o la tale cura alternativa non hanno alcun valore perché non sono mai state pubblicate su una rivista scientifica? La ragione principale sta nel fatto che gli scienziati leggono gli articoli scientifici, ci pensano su, provano a replicare i risultati, insomma verificano quello che c'è scritto sopra, pubblicando poi a loro volta i risultati: quindi se un'idea era in realtà sbagliata dopo un po' viene fuori. Ma, prima ancora, c'è stato il processo di selezione degli articoli da pubblicare, che distingue le riviste scientifiche da quelle "normali" come L'Espresso o anche Le Scienze: la peer review, letteralmente "revisione da parte di pari". Vediamo di che si tratta.

La redazione della rivista sottopone il vostro articolo ai referee, letteralmente "arbitri". Questi sono due o tre scienziati esperti nella disciplina di cui tratta l'articolo, quindi "pari" degli autori.

I referee, che di solito rimangono anonimi in modo da poter esprimere la loro valutazione serenamente, devono valutare se l'articolo è appropriato per la pubblicazione. Il loro compito, attenzione, non è decidere se le conclusioni dell'articolo siano giuste o sbagliate. Non potrebbero, visto che, per esempio, l'unico modo per verificare la correttezza di un risultato sperimentale sarebbe ripetere l'esperimento. Di questo si occuperà poi la comunità scientifica; per adesso i referee devono limitarsi a valutare se non ci siano errori metodologici evidenti, che le conclusioni discendano logicamente dalle premesse e che la descrizione del lavoro e dei risultati sia esauriente e formalmente corretta.

A questo punto il redattore della rivista legge il rapporto dei referee e, presa una decisione, la comunica agli autori insieme ai commenti e ai suggerimenti dei referee, sempre in forma anonima. Raramente un articolo è pubblicato così come è: molto spesso i referee suggeriscono modifiche al testo per renderlo più chiaro; a volte richiedono anche, come requisito per la pubblicazione, che vengano fatte verifiche o ulteriori prove sperimentali sul lavoro proposto, che potrebbero costare ulteriori mesi di duro lavoro per gli autori.

Cosa succede quando la rivista rifiuta un articolo? Non tutto è perduto: si può riprovare con una rivista meno prestigiosa. Solitamente i referee devono anche valutare se il lavoro è originale e quanto è innovativo e interessante. Una rivista considerata molto prestigiosa come Nature cercherà di pubblicare soprattutto lavori molto importanti e innovativi (e infatti pubblica solo il 5% degli articoli che riceve), mentre i refree di riviste minori accetteranno anche lavori di minore impatto. Neanche le riviste più scalcinate dovrebbero però accettare articoli qualitativamente scadenti, deboli, con errori vistosi o lacunosi…