La fine del mondo, quella del 1960

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  • 25-01-2012
  • di Paola Dassori
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Nell’estate del 1960 ci fu l’ennesimo annuncio di una imminente fine del mondo, stavolta in chiave decisamente moderna: invece della trita e ritrita pioggia di fuoco e di zolfo, ormai obsoleta, una catena di esplosioni atomiche incontrollabili avrebbe posto fine alla razza umana il giorno 14 luglio, lasciando in vita solamente 12.000 eletti.

Il menagramo di turno era “Emman il consolatore”, capo carismatico della “Comunità Massiccio Bianco”, in realtà un pediatra milanese trentottenne di nome Elio Bianca, il cui viso gioviale e la cui barbetta da alpino non si accordavano troppo colle sue fosche previsioni. Insieme coi suoi adepti, tra cui spiccava Py-a-Dassi, autentico sacerdote tibetano, già da anni trascorreva le vacanze estive in un rifugio alpino a più di duemila metri di quota presso Courmayeur, da loro ribattezzato Pavillon Gehovonise, nome che nella «lingua monotematica olosemantica» dell’Essere Supremo significava “tenda di Dio”.

Questo strano linguaggio era stato insegnato a Emman dall’Essere Supremo, cioè il Logos, la Sapienza divina in persona, con cui regolarmente dialogava ogni giorno ad ora fissa; dopo averli ascoltati, egli ripeteva i messaggi ricevuti al magnetofono da cui venivano trascritti pazientemente a macchina da sua madre, sorella Wamthar, che con questo materiale aveva già composto un libro di tredicimila cartelle.

L’infaticabile dattilografa trascriveva anche tragedie e poesie che Pascoli, Leopardi e D’Annunzio dettavano ogni tanto, dall’aldilà. Bisogna ammettere a questo proposito che, se ci fosse stato qualcuno disposto a crederci, leggendole avrebbe senz’altro cambiato idea: come pensare che D’Annunzio, per esempio, anche se rimbambito dai tormenti del Purgatorio, accettasse di dettare versi brutti come: Trenta uomini dinnanzi - nella forte insurrezione - sia colui che la propone - quel che in testa solo avanzi?

Ricevuto il messaggio relativo alla fine del mondo, Emman e i suoi adepti si recarono al Pavillon ed iniziarono dei lavori difensivi: le porte interne furono rinforzate e si costruirono tre «camere di decompressione», cioè tre sgabuzzini comunicanti nei quali entrare uno per volta per «abituarsi gradatamente al nuovo clima post-apocalittico».

L’annuncio del finimondo era stato diramato da Emman una prima volta nel 1958. Via via che la data fatidica si avvicinava, l’opinione pubblica cominciò ad interessarsene sempre più, e quando ai primi di luglio 1960 la comunità si ritirò nel Pavillon, gli italiani si divisero tra coloro che consideravano la cosa semplicemente una barzelletta, e quelli che, pur alzando le spalle, sentivano un leggero brivido. Ci fu chi tirò in ballo persino il Terzo Segreto di Fatima (poteva mancare?)

Dal canto suo Emman mise le mani avanti: il 10 luglio concesse un’intervista all’inviato di “Oggi” nella quale avanzava l’ipotesi che l’Apocalisse potesse non avvenire e che le rivelazioni ricevute fossero soltanto una specie di avvertimento. In questo caso avrebbe sopportato dileggio, beffe ed umiliazioni con animo sereno, come una prova alla quale l’Essere Supremo aveva voluto sottoporlo.

Era però certo del contrario: secondo lui nella Bibbia stava scritto che solo l’alta Val D’Aosta si sarebbe salvata. Peraltro, quando l’inviato di “Oggi” gli disse il nome dell’albergo in cui alloggiava, gli raccomandò di cambiarlo, in quanto quell’edificio si trovava proprio sotto uno dei monti che sarebbero sicuramente crollati.

Ovviamente, quando il 14 luglio passò e non successe nulla, un coro di risate e di sarcasmo percorse l’Italia intera: e in questo Emman, alias Elio Bianca, fu veramente buon profeta per la prima (e unica) volta.