Sherlock Holmes, Karl Popper e il garage di Carl Sagan: pregi e limiti del falsificazionismo

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©Dynamosquito
- Ma come avrebbe fatto a entrare? - obiettai. - La porta era chiusa a chiave e la finestra è inaccessibile. Forse attraverso la cappa di quel camino?
- Ha una bocca troppo piccola; ho già dovuto scartare questa eventualità.
- E allora da dove è venuto, secondo lei? - incalzai.
- Lei non vuol mettere in pratica i miei consigli - mi replicò Sherlock Holmes scuotendo il capo.
- Quante volte le ho detto che, dopo avere eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, è per forza la verità? Sappiamo che costui non è passato né per la porta, né per la finestra, né per la cappa del camino. Sappiamo pure che non poteva essere nascosto nella stanza, dove non vi era possibilità di nascondersi. E allora, da dove è venuto?
- Attraverso il buco del tetto! - gridai trionfante.
- Si capisce. Non può che essere venuto di lì. Se vuole avere la cortesia di reggermi la lampada, porteremo ora la nostra indagine allo sgabuzzino in alto... la stanzetta segreta dove è stato ritrovato il famoso tesoro.

Si tratta, come molti avranno indovinato, di un brano tratto da Il segno dei Quattro del 1890, secondo romanzo di Arthur Conan Doyle di cui è protagonista Sherlock Holmes. Il modo di ragionare di Holmes, «dopo avere eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, è per forza la verità» rispecchia un modo di ragionare un po’ antiquato ma a volte valido, il “ragionamento per esclusione”: se riesco a escludere tutte le possibilità meno una, quella deve essere la soluzione del mistero. C’è però un problema: non sempre ci troviamo di fronte a problemi con un numero limitato di soluzioni da prendere in considerazione. Se le possibili soluzioni di un problema sono infinite, comprese magari molte che neanche riusciamo a immaginarle, come possiamo essere certi di averle escluse tutte?

Quando negli anni Trenta del Novecento il filosofo di origine austriaca Karl Popper stava ragionando sul “problema della demarcazione”, ossia su come distinguere tra le teorie scientifiche e quelle che non lo sono, si trovò di fronte a un problema analogo. Fino ad allora la principale idea corrente era quella formalizzata dai filosofi del “Circolo di Vienna”: le affermazioni scientifiche si distinguono da quelle metafisiche per essere in qualche modo verificabili sperimentalmente, almeno in linea di principio. Perciò “questa mela ha una massa di duecento grammi” è un’affermazione scientifica, “Dio è amore” no.

Oltre alle affermazioni scientifiche e metafisiche, Popper introduce una terza categoria, quella delle affermazioni “pseudoscientifiche”: teorie e ipotesi che non sono scientifiche ma, per un verso o per l’altro, imitano il linguaggio e i modi della scienza (la definizione precisa e rigorosa di “pseudoscienza” è un affare piuttosto complicato e ne riparleremo). Poi riprende il problema dell’induzione già posto da Hume nel XVIII secolo: non esiste una regola logica che permetta con certezza di trarre da un numero finito di osservazioni una conclusione generale valida in un numero infinito di casi. Se osservo il Sole sorgere ogni giorno, posso intuitivamente concludere che lo farà anche domani, ma non potrò mai esserne rigorosamente certo. Quindi, conclude Popper, nel descrivere la scienza l’accento non deve essere tanto sui ragionamenti induttivi (quelli grazie ai quali dalle osservazioni arrivo alle leggi generali) ma su quelli deduttivi: dalle leggi formulate posso prevedere fatti osservabili, che mi serviranno per mettere alla prova la teoria. L’idea centrale è che è fin troppo facile cercare una conferma sperimentale alle proprie teorie: se la teoria non è proprio insensata, sono capaci tutti a confermarla così.

Per esempio, è possibile corroborare la teoria che i cerchi nel grano siano fatti da esseri umani facendone uno noi. Fatto questo, potremmo andare avanti all’infinito a farne tanti altri grossi, piccoli, larghi e stretti, ma è chiaro che questo non servirebbe a rafforzare ulteriormente la nostra teoria. Al contrario, per Popper lo scienziato dovrebbe “sfidare” continuamente la sua teoria con esperimenti “rischiosi” che possano davvero smentirla, gli unici che possono confermarla efficacemente. Portando questa considerazione alle sue logiche conseguenze nasce l’idea del “falsificazionismo”: per quello che abbiamo detto prima su induzione e deduzione, qualsiasi numero di prove a favore non potrà mai “verificare” definitivamente una teoria, mentre in linea di principio una sola prova contraria può bastare a “falsificarla”. Basta un cerchio fatto inequivocabilmente dagli alieni (magari perché li abbiamo beccati sul fatto) per smentire definitivamente e senza rimedio la nostra teoria dell’origine umana.

Una teoria scientifica ha valore se permette di prevedere fatti che altrimenti non ci aspetteremmo e per acquistare credito deve superare indenne continui assalti e tentativi di confutazione. Perciò, tutte le conoscenze scientifiche non possono che essere provvisorie: le teorie scientifiche possono essere corroborate temporaneamente quando superano gli esperimenti, ma deve sempre rimanere aperta la possibilità di confutarle.

Al contrario, se una teoria è formulata in modo tale che nessun controllo sperimentale potrà mai falsificarla, chi l’ha avanzata può usarla per suggerire qualsiasi altra conclusione senza possibilità di smentita. Come scrive lo stesso Popper, «l’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto».

Popper nota che questa è proprio la caratteristica delle teorie pseudoscientifiche: ogni volta che sono smentite dai fatti, i loro autori costruiscono “ipotesi ad hoc” soltanto per stiracchiarle e renderle compatibili con le nuove scoperte. Uno degli esempi di pseudoscienza che fa Popper è l’astrologia, ma questo atteggiamento si ritrova molto spesso in chi ha una tesi precostituita che non è disposto a mettere in gioco: è il famoso esempio del drago invisibile nel garage di Carl Sagan.

«Nel mio garage c’è un drago che sputa fuoco».
Supponiamo che io vi dica seriamente una cosa del genere. Senza dubbio voi vorreste verificarla, vedere il drago con i vostri occhi. Ne corso dei secoli ci sono state innumerevoli storie di draghi, ma nessuna vera prova. Che opportunità fantastica!
«Ce lo mostri», mi dite. Vi conduco nel mio garage. Voi guardate e vedete solo una scala, dei barattoli vuoti, un vecchio triciclo ma nessun drago.
«Dov’è il drago?» chiedete.
«Ah, è proprio qui», vi rispondo, facendo dei cenni vaghi. «Dimenticavo di dirvi che è un drago invisibile».
Voi proponete di spargere della farina sul pavimento del garage per renderne visibili le orme.
«Buona idea», dico io, «ma questo è un drago che si libra in aria».
Allora proponete di usare dei sensori infrarossi per scoprire il suo fuoco invisibile.
«Idea eccellente, se non fosse che il fuoco invisibile è anche privo di calore».
Voi proponete allora di dipingere il drago con della vernice spray per renderlo visibile.
«Purtroppo, però, è un drago incorporeo e la vernice non fa presa su di lui».
E così via. A ogni prova fisica che voi proponete, io ribatto adducendo una speciale spiegazione del perché essa non funzionerà.
Ora, qual è la differenza fra un drago volante invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco privo di calore e un drago inesistente?

Carl Sagan, Il mondo infestato
dai demoni. La scienza e
il nuovo oscurantismo,
Milano: Baldini&Castoldi (1996)


Nella discussione sull’astrologia, ma anche su altre pseudoscienze, l’infalsificabilità è diventata anche un astuto trucco per mettersi al sicuro dalle obiezioni. Correttamente poste, molte affermazioni astrologiche possono essere falsificabili e quindi scientifiche, almeno secondo il criterio di Popper. Attenzione però che se un’affermazione è “scientifica” non significa automaticamente che sia vera! Se dico di essere in grado di scoprire il carattere di una persona dal suo cielo di nascita, basta controllare se davvero le mie descrizioni del carattere di una persona corrispondono alla realtà. Supponendo di aver risolto tutte le complicazioni che una simile verifica comporta, se si conclude che in realtà le mie descrizioni non sono più azzeccate di quanto ci si possa aspettare dal caso, l’ipotesi è falsificata e si deve concludere che l’astrologo non è in grado di fare quello che dice. Ma spesso ci si sente rispondere qualcosa come «cosa volete sperimentare, non si può certo misurare l’anima»: l’astrologo rivendica orgogliosamente una infalsificabilità che sposta immediatamente l’astrologia nel campo della metafisica. È probabilmente anche questa ambiguità tra il metafisico e l’apparentemente scientifico e verificabile (e apparentemente magari anche verificato, per esempio a causa dell’effetto Forer di cui parlavamo la scorsa puntata) che ha permesso all’astrologia di attraversare quasi indenne la rivoluzione scientifica a cavallo tra il XVI del XVII secolo.

In realtà il criterio di demarcazione di Popper, per quanto abbia l’indubbio pregio di essere molto semplice ed efficace nei casi semplici, lo è forse fin troppo e, in particolare, non descrive realisticamente il lavoro scientifico: ne riparleremo.