Serendipità

LÂ’importanza del caso e (soprattutto) delle conoscenze nella ricerca scientifica

  • In Articoli
  • 23-07-2012
  • di Romolo G. Capuano
Nel film Serendipity (2001) diretto da Peter Chelsom, la protagonista Sara Thomas (Kate Beckinsale), in uno dei momenti più celebri del film, fornisce una definizione del termine “serendipità”: «Una delle mie parole preferite [...] ha il suono giusto, per quello che esprime [...] fortunato incidente [...] salvo che secondo me non esistono gli incidenti... c’è sempre il destino dietro» (la clip con la frase è visibile all’indirizzo www.youtube.com/watch?v=4o_bb2tOenw ).
Questo film ha avuto un enorme impatto a livello di immaginario collettivo, favorendo l’assimilazione del termine serendipità a quello di caso, fortuna e simili. Il tutto sottende una visione del mondo in base alla quale le coincidenze, la casualità non esistono: tutto quello che ci accade è preordinato dal destino. Se si verificano coincidenze straordinarie nella vita, queste sono in realtà dei messaggi che la sorte ci invia e che dobbiamo imparare a interpretare se vogliamo che la nostra vita migliori. Lo dimostra la vicenda della protagonista del film che, solo dopo aver ascoltato la voce del destino, riuscirà a trovare il vero amore.
Ma serendipità significa davvero questo?

Inevitabili etimologie


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Horace Walpole - ©Wikipedia
Il termine serendipità fu coniato dallo scrittore Horace Walpole (1717-1797), noto in Italia soprattutto per il romanzo gotico Il castello di Otranto, in una lettera scritta il 28 gennaio 1754 e destinata al cugino Horace Mann. Nella lettera Walpole dichiarava di aver concepito il neologismo dopo aver letto la novella I tre principi di Serendippo (Serendippo era il nome dell’attuale Sri Lanka, l’antica Ceylon) di Cristoforo Armeno (ma Walpole non sapeva chi fosse l’autore) in cui i protagonisti sono tre nobili che «durante il loro viaggio continuavano a fare scoperte, grazie al caso e alla loro sagacia, di cose che non stavano cercando»[1]. In realtà le scoperte dei tre erano dovute esclusivamente alla sagacia e non erano compiute mentre cercavano altro, come vuole la definizione attuale. Il termine però nacque ufficialmente con questa lettera, anche se dovettero passare ancora molti anni prima che acquistasse popolarità (in Italia entra in uso nel 1973)[2]. Oggi Serendipity è il nome di linee di crociere, borse di studio, agenzie di viaggio, organizzazioni di marketing, fabbriche, film, case editrici, marchi di vario genere, perfino un ranch in Australia e un campo nudista alla periferia di Atlanta[3]. Il nome è diffuso presso medici, scienziati, sociologi della conoscenza, urbanisti, creativi. Ma anche tra persone comuni. Insomma, non è più appannaggio di due uomini colti che si scambiano impressioni private sulle loro vite.

Come funziona la serendipità


Alla base della serendipità, c’è il meccanismo dell’abduzione. L’abduzione è una forma logica ancora relativamente poco nota rispetto alla deduzione. E questo nonostante sia molto adoperata non solo nell’ambito della vita quotidiana, ma anche in quello della fiction poliziesca e della scienza.
Sherlock Holmes, ad esempio, sbagliava parlando di deduzione. Perché il suo ragionamento è di tipo abduttivo.

Facciamo un po’ di chiarezza


La deduzione è quella forma di ragionamento logico che da due premesse valide fa discendere una conclusione altrettanto valida. Ne è un classico esempio il seguente sillogismo, ricavato dagli scritti del filosofo Charles Sanders Peirce che all’abduzione dedicò molte riflessioni:
1) tutte le ferite gravi da coltello producono emorragia;
2) questa era una ferita grave da coltello;
3) si ebbe emorragia.
Nell’abduzione, invece, una delle premesse non è certa, ma ha solo un certo grado di probabilità.

Facciamo un esempio, anche questo ricavato da Peirce:
1) tutte le ferite gravi da coltello producono emorragia;
2) si ebbe emorragia;
3) questa era una ferita grave da coltello.
In questo caso, la conclusione è solo una congettura sulla realtà e deve essere convalidata empiricamente[4].

La serendipità funziona in maniera abduttiva. Pietro Dri indica nel noto principio di Archimede[1], derivato da un caso evidente di serendipità, un esempio illuminante di abduzione. Archimede, matematico del III secolo a.C., era stato incaricato dal tiranno Gerone II di appurare l’autenticità di una corona d’oro consegnatagli da un orafo. Archimede sapeva che, per ottemperare l’incarico, il modo migliore sarebbe stato quello di confrontare la densità del materiale utilizzato per forgiare la corona con quella dell’oro, che ha una densità molto superiore rispetto ad altri metalli comuni.
Era il problema della misurazione del volume di un solido, oggi ben noto. Immerso in questi pensieri, secondo il racconto di Marco Vitruvio Pollione riportato nel De Architectura, si immerse in una vasca dei bagni di Siracusa e, nel movimento, fece trasbordare dell’acqua.
Leggenda vuole che da questo episodio puramente casuale scaturì un’idea geniale: la quantità di acqua fuoriuscita doveva essere uguale al volume del corpo immerso.
Quindi, per valutare il volume della corona era sufficiente immergerla in un contenitore e misurare il volume di acqua fuoriuscita. Eureka! Con tanto di balzo fuori dalla vasca e corsa nudo per le strade di Siracusa.
L’episodio, per quanto avvolto nella leggenda, è un chiaro esempio di serendipità abduttiva. Archimede osserva un fatto certo - la fuoriuscita dell’acqua - che è la prima premessa del suo ragionamento. Ipotizza che l’acqua uscita sia uguale al volume del corpo immerso, seconda premessa solo probabile. Conclude che se la corona è veramente d’oro, una volta immersa, farà uscire un volume d’acqua pari al suo. La conclusione è solo probabile e andrà ulteriormente verificata.
L’abduzione è lo strumento principale di ragionamento di Sherlock Holmes, sebbene il detective si ostini a parlare di deduzione. Un esempio molto noto di abduzione holmesiana si ha quando il detective incontra per la prima volta quello che diverrà il suo più fedele compagno, Watson, indovinando che è stato in Afghanistan. Di fronte alla sorpresa di Watson, Sherlock Holmes mette a nudo il suo pensiero:

Quest’uomo ha qualcosa del medico, ma anche qualcosa del militare. Evidentemente, un medico militare. È reduce dai tropici, poiché ha il viso molto scuro ma quello non è il suo colorito naturale dato che ha i polsi chiari. Ha subito privazioni e malattie, come dimostra il suo viso emaciato. Inoltre, è stato ferito al braccio sinistro. Lo tiene in una posizione rigida e poco naturale. In quale paese dei tropici un medico dell’esercito britannico può essere stato costretto a sopportare dure fatiche e privazioni, e aver riportato una ferita a un braccio? Nell’Afghanistan, naturalmente[4].

Holmes non costruisce la sua conoscenza a partire da dati certi, ma solo da dati probabili. Nella vita reale, questa forma di ragionamento presterebbe il fianco a notevoli critiche - ad esempio in ambito giudiziario - e riesce sorprendentemente bene solo perché Holmes è un personaggio fittizio nei cui riguardi il creatore si dimostra molto indulgente.
A ciò contribuisce anche il fatto che, all’epoca di Conan Doyle, i comportamenti erano forse più facilmente classificabili in termini di genere, classi sociali e appropriatezza, essendo quella dell’epoca una società più rigidamente strutturata e meno dinamica dell’attuale.


Sì, ma che cos’è la serendipità?


Stabilita l’origine del termine serendipità, occupiamoci ora di cosa è.
Il termine serendipità descrive la facoltà di fare scoperte inattese, mentre si sta cercando altro. In realtà, la definizione del termine non è per nulla pacifica. Nel corso del tempo, esso è venuto a significare “fortuna di imbattersi proprio in ciò che si cerca in un dato momento”; “sagacia accidentale”; “abilità naturale”; “caso fortunato”[3]. Nel linguaggio quotidiano, è praticamente sinonimo di “caso” e “scoprire per serendipità” equivale a “scoprire per caso”. Col tempo, l’oscillazione tra caso e preparazione si è stabilizzata a favore del caso, almeno a giudicare dal modo in cui il termine viene comunemente inteso. D’altronde anche alcuni famosi scienziati hanno sottolineato il ruolo della sorte nella scoperta scientifica. Il biologo francese Charles Richet era convinto che, in qualsiasi scoperta «il nostro ruolo scienziati personale conta molto poco, così poco da ammontare a zero. Sarà una professione di fede alquanto umiliante, dato che attribuisco un ruolo considerevole al caso»[3] e ricordiamo che per lo scrittore Arthur Koestler, gli scopritori sono come sonnambuli che ottengono le loro scoperte per caso senza rendersene conto[5].
Questa deriva semantica ha avuto conseguenze devastanti, legittimando l’idea che nella scienza, come nella vita, molto dipende dalla fortuna e che quindi non è necessario impegnarsi più di tanto: se la sorte ci sorriderà, avremo l’intuizione brillante o faremo la scoperta giusta.
A questa distorsione contribuisce anche l’aneddotica che si è accumulata in tema di serendipità: storie celebri, raccontate più volte, che nel passaggio da una fonte all’altra si sono estremamente semplificate, portando in primo piano gli aspetti sensazionali a scapito di quelli scientifici. Ecco alcune di queste storie raccontate in maniera acritica. Molte sono tratte da internet o da testi di divulgazione e sono riportate senza alcuna alterazione. Altre sono state volutamente rese in modo oleografico per far risaltare la loro dimensione “mitologica” (la maggior parte sono ricavate da Dri. Le modifiche e semplificazioni introdotte sono dovute esclusivamente a me). La più nota è probabilmente quella di Newton
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Sir Isaac Newton - ©Wikipedia
che, così dice la leggenda, scoprì la legge della gravità nel 1665 dopo aver osservato una mela staccarsi da un albero e cadere per terra.
Alla fine del Settecento, Joseph Priestley scoprì l’ossigeno osservando il comportamento della fiamma di una candela, alimentata appunto da ossigeno. «Se io non avessi avuto quella candela davanti», commentò Priestley, «probabilmente non avrei mai fatto quella prova che mi consentì di scoprire la nuova aria»[1]. Joseph Priestley fu anche l’inventore del gas esilarante, protagonista della storia seguente.
Il protossido d’azoto - il gas esilarante, appunto - era stato usato per diversi anni a scopi ludici in occasione di spettacoli pubblici. Qui gli spettatori erano invitati a sottoporsi agli effetti del gas che di solito favoriva un divertente mutamento del tono dell’umore. Nel 1844, nel corso di uno di questi spettacoli, al quale partecipavano il dentista Horace Wells e l’amico Samuel Cooley, lo stesso Cooley fu invitato a sottoporsi all’azione del gas. Purtroppo, su di lui l’effetto non fu piacevole.
L’uomo divenne violento e fu coinvolto in una rissa dopo la quale fu invitato a sedersi accanto all’amico dentista. Dopo poco uno spettatore seduto dietro di lui gli fece notare che perdeva molto sangue da una grossa ferita riportata alla gamba durante la rissa. Straordinariamente Cooley non si era accorto di niente! Wells fu pronto ad attribuire la cosa all’effetto del gas ed ebbe l’idea di provarne gli effetti in ambito medico. Così sottopose se stesso a una dose della sostanza, adoperata come analgesico, e, chiamato un collega dentista, gli chiese di estrargli un molare che gli dava fastidio. Incredibilmente, l’operazione riuscì senza che Wells avvertisse alcun dolore! Purtroppo una successiva dimostrazione pubblica, condotta di fronte a nomi importanti della medicina, fallì, probabilmente perché Wells non padroneggiava ancora bene modi e tempi della somministrazione del gas. L’episodio fu fatale per il dentista che, umiliato per l’incidente, tentò in ogni modo di recuperare la reputazione perduta. Con scarso successo però dal momento che si tolse la vita.
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Alexander Fleming - ©Wikipedia
Celebre come l’episodio della mela di Newton è quello della scoperta della penicillina da parte di Alexander Fleming il 28 settembre 1928. La letteratura corrente fa notare che fu un episodio apparentemente insignificante, come la presenza di muffe nelle colture sulle quali lo scienziato conduceva i suoi studi, a consentirgli di isolare l’antibiotico chiamato penicillina che doveva renderlo famoso. Il contributo della sorte alla vicenda fu sottolineato dallo stesso Fleming il quale commentò che altri ricercatori avrebbero probabilmente gettato via le colture con la muffa: «Ci sono migliaia di differenti muffe e ci sono migliaia di batteri differenti, e che la sorte abbia messo la muffa giusta nel posto giusto è stato come vincere alla Irish Sweep»[1] (La Irish Sweep è una famosa lotteria irlandese abbinata alle corse dei cavalli).
Anche a proposito della scoperta del ruolo del pancreas nel diabete si è scritto molto in termini di serendipità. Alla fine dell’Ottocento, i ricercatori Joseph von Mering e Oskar Minkowski, che stavano studiando le funzionalità digestive dell’organo, prelevarono il pancreas di un cane. Il giorno dopo, la loro attenzione fu attirata da un nugolo di mosche depositato sulle urine dell’animale. Analizzate le urine, scoprirono che queste contenevano molto zucchero, proprio come quelle di un diabetico. Di qui un’ipotesi geniale: la sottrazione del pancreas aveva reso il cane diabetico. Dunque il cattivo funzionamento del pancreas, e in particolare della sua secrezione endocrina, poteva essere responsabile della malattia.
Un caso di serendipità di forma quasi newtoniana è l’invenzione del Velcro da parte di George de Mestral agli inizi degli anni cinquanta del Novecento.
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Velcro - ©Wikipedia
Un giorno, dopo aver fatto una passeggiata nei campi della sua Svizzera, de Mestral si rese conto che sulla sua giacca erano rimasti attaccati molti fiori di bardana. Invece di spazzarli via, de Mestral ebbe la curiosità di conoscere meglio il comportamento così ostinatamente “appiccicoso” di quei fiori. Ne esaminò alcuni al microscopio e scoprì così che la loro adesività era dovuta a piccoli uncini, che si incastravano nel tessuto della giacca. Nacque allora l’idea del Velcro, che ha la caratteristica di aprirsi con facilità e di poter rimanere chiuso quando necessario.
Esempi altrettanto noti di serendipità sono: il pap test, scoperto accidentalmente da George Nicholas Papanicolaou negli anni venti del XX secolo; il nylon, scoperta di Wallace Hume Carothers degli anni trenta; il teflon, oggi adoperato per le pentole, e scoperto accidentalmente dal chimico Roy Plunkett nello stesso periodo, mentre conduceva uno studio su un gas refrigerante per i frigoriferi; le sulfaniluree, farmaci usati per la cura del diabete, scoperti da Marcel Janbon in piena seconda guerra mondiale mentre cercava qualcosa contro il batterio del tifo; il telaio per la tessitura delle calze da donna inventato da William Lee nel 1589, il filatoio meccanico di James Hargreaves, ideato nel 1764 e via dicendo[3]. Più recentemente, sono attribuiti al caso farmaci come il minoxidil, oggi noto per le sue proprietà che favoriscono la crescita dei capelli, che inizialmente era stato messo in commercio come antipertensivo. Secondo una versione, anche il Viagra sarebbe stato scoperto per serendipità.
La Pfizer Corporation stava investigando le doti di un farmaco denominato sildenafil citrato che si sperava potesse aumentare il flusso sanguigno verso il cuore e costituire dunque un rimedio per l’angina. Il farmaco non produsse gli effetti attesi, ma produsse un effetto collaterale. I soggetti sperimentali riferivano di avere delle erezioni tanto che, secondo la Pfizer, alcuni di loro rifiutavano di riconsegnare le pillole. Da lì partì la ricerca che condusse alla scoperta del Viagra[6].
Che cosa c’è in queste storie che non va? Si badi che si tratta di storie celebri, ripetute in occasione di incontri pubblici, trasmissioni televisive a quiz, esibizioni di conoscenze sul mondo. Alcune, come la storia di Newton, sono entrate a far parte della mitologia della scienza e sono considerate intoccabili. Eppure, nella loro formulazione più nota, sono quasi invariabilmente false.

Serendipity. Il film


Nel film Serendipity (2001) diretto da Peter Chelsom, la protagonista Sara Thomas (Kate Beckinsale) crede fortemente nel destino e nel potere delle coincidenze, piccoli messaggi che devono essere letti per scoprire che cosa ci riserva il futuro. Dopo aver incontrato casualmente Jonathan Trager (John Cusack), i due si perdono di vista.
Qualche anno dopo, già impegnati sentimentalmente, i due cominciano a pensare l’uno all’altra, imbattendosi in segni che rimandano al loro primo incontro. Jonathan (che in realtà non ha mai smesso di cercare la ragazza) sente dappertutto il nome Sara e trova addirittura il libro sul quale lei aveva scritto il suo numero di telefono prima di abbandonarlo, mentre Sara si imbatte nel cartellone del film preferito di Jonathan, nel suo chewing gum e si mette alla sua ricerca lasciandosi guidare dal caso; ricerca che naturalmente è coronata dal successo. I due, alla fine, lasciano i loro precedenti fidanzati e decidono di stare insieme.
Il film incoraggia una visione del mondo come fondamentalmente dominato dal destino, che dissemina i suoi preziosi indizi a chi sa leggerli. Il messaggio principale è che le nostre vite sono già decise e non abbiamo molta scelta. Dobbiamo però saper far tesoro delle coincidenze che ci capitano, se vogliamo che la nostra sia una vita felice. Questo messaggio è straordinariamente simile a quello espresso nel bestseller di James Redfield La profezia di Celestino (1993) che, non a caso, sin dalle prime pagine introduce l’idea che le coincidenze non sono mai mera casualità ma, anzi, la prima tappa di un percorso verso l’illuminazione.
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Forse qualcosa non va


1) Partiamo dall’archetipo di queste storie: l’episodio della mela di Newton. È fin troppo banale osservare che milioni prima di Newton avevano osservato mele staccarsi dagli alberi, senza che ciò conducesse alla formulazione della legge di gravità. Probabilmente lo stesso aveva fatto Newton in passato senza che ciò facesse sorgere in lui alcuna idea. Sono osservazioni ovvie ma dalle conseguenze rilevanti.
Nessun evento fortuito è in grado di generare da sé una scoperta scientifica o di altro tipo se a esso non corrisponde una mente sagace e preparata, vale a dire una mente in possesso di conoscenze non comuni, riflessioni e teorie elaborate nel tempo, nozioni acquisite con sforzo e disciplina. Addirittura, come abbiamo già notato, lo stesso individuo, considerato in momenti diversi della sua vita, può essere più o meno incline a una scoperta serendipitosa.
La banalità di queste osservazioni si estende praticamente a tutti gli autori qui presi in considerazione. Tantissimi hanno avuto di fronte una candela accesa senza trarne particolari illuminazioni. Fu l’interesse di Fleming per batteri e virus, cui aveva dedicato molte energie per diversi anni, a dare rilevanza a un episodio apparentemente insignificante come la presenza di muffe nelle colture sulle quali conduceva i suoi studi. Fu la sua particolare preparazione e acutezza d’ingegno a dare senso a un fatto che persone comuni e altri ricercatori avrebbero giudicato uno sgradevole intoppo sulla via della conoscenza.
Chi avrebbe mai dato credito a un gruppo di mosche su alcune gocce di urina se non ricercatori come von Mering e Minkowski già impegnati in studi di medicina?

2) Contrariamente alle versioni comuni che abbiamo descritto in precedenza, l’intuizione geniale non coincide mai con la genesi tout court della scoperta. In tutti i casi esaminati, sono occorsi molti sforzi, anni, ricerche - che spesso hanno interessato molti altri ricercatori oltre agli eroi putativi - per raggiungere l’obiettivo finale. Spesso la scoperta è avvenuta dopo alti e bassi, frustrazioni che sembravano sul punto di porre fine a tutto, superate solo dal duro lavoro quotidiano degli attori coinvolti. A volte addirittura gli “eroi” iniziali sono stati sostituiti da altri. Si pensi alla storia dell’insulina. Dovettero passare oltre trent’anni dalle prime formulazioni delle idee di von Mering e Minkowski, perché fosse scoperta l’insulina da Frederick Banting e John Macleod che, per questo, ricevettero anche il premio Nobel nel 1923. Inoltre, una volta scoperta, l’insulina dovette essere riprodotta, dosata, messa in circolazione. Tutti processi complessi che richiesero ulteriori sforzi e ricerche.
Stesso discorso per altre sostanze. Ci vollero anni affinché l’anestesiologia riuscisse a divenire quella disciplina indispensabile che oggi conosciamo. Dopo la morte tragica di Wells, la storia dell’anestesia chiama in scena due nuovi personaggi, William Green Morton, allievo di Wells, e il chirurgo John Collins Warren. I due diedero sostanza alle intuizioni di Wells, abbandonando però il protossido d’azoto per l’etere, e resero popolare l’idea che si potesse eseguire un intervento chirurgico senza provare dolore. Ma ci vollero molti anni di ricerche per poter parlare di anestesia nel significato moderno del termine[7].
Per non parlare della storia della penicillina. È noto che i primi tentativi di Fleming di usarla come antibiotico non andarono a buon fine. Anche perché lo scienziato scozzese non riuscì inizialmente a concentrarla per renderla più efficace. Furono altri due scienziati, che poi condivisero con Fleming il premio Nobel, a trovare una soluzione al problema, diversi anni dopo: il patologo Howard Florey e il biochimico Ernst Boris Chain. Ma nemmeno questo bastò: fu necessario unire le forze con decine di altri ricercatori negli Stati Uniti per riuscire a ottenere un farmaco purificato in grandi quantità e a basso costo. Un’impresa collettiva insomma, anche se per l’opinione pubblica l’unico inventore della penicillina fu Alexander Fleming.
Queste osservazioni sono importanti perché smontano il mito della creatività come lampo di genio che sorride a pochi talenti brillanti e che consente di disporre di invenzioni stupefacenti in modo improvviso e perfetto. In altre parole, se la serendipità ha spesso favorito l’intuizione, sono spesso occorsi anni di studi sistematici e predisposti secondo criteri scientifici per raffinare la trovata iniziale e renderla fruibile al grosso pubblico.

3) Altro elemento da sottolineare con forza è il fatto che le scoperte serendipitose non solo hanno richiesto tempo, sforzo e preparazione, ma anche disciplina e rispetto dei protocolli scientifici. In altre parole, l’idea che un individuo possa giungere a una scoperta rivoluzionaria senza rispettare i canoni della scienza è puramente fallace. Lo abbiamo già visto prima. Un’intuizione iniziale ha sempre bisogno di essere ulteriormente raffinata e condotta attraverso fasi prevedibili. Nessuna scoperta in campo scientifico potrebbe essere dichiarata senza aver soddisfatto determinati criteri metodologici e sostanziali.

La serendipità per Robert Merton


Il modello della serendipity si riferisce all’esperienza, abbastanza comune, che consiste nell’osservare un dato imprevisto, anomalo e strategico, che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria, o dell’ampliamento di una teoria già esistente. Ciascuno di tali elementi del modello può venir descritto facilmente. Prima di tutto, il dato è imprevisto. Una ricerca diretta alla verifica di una ipotesi, dà luogo a un sottoprodotto fortuito, a un’osservazione inattesa che ha incidenza rispetto a teorie che, all’inizio della ricerca, non erano in questione.
Secondariamente, l’osservazione è anomala, sorprendente, perché sembra incongruente rispetto alla teoria prevalente, o rispetto a fatti già stabiliti. In ambedue i casi, l’apparente incongruenza provoca curiosità; essa stimola il ricercatore a «trovare un senso al dato», a inquadrarlo in un più ampio orizzonte di conoscenze. Egli indaga più oltre. Egli effettua nuove e più fresche osservazioni. Egli trae inferenze dalle osservazioni, inferenze, che naturalmente dipendono in gran parte dal suo orientamento teorico generale. Più si immerge nei dati, più probabilità che egli si imbatta in una linea fruttuosa d’indagine. Nella fortunata circostanza che la sua nuova supposizione si dimostri giustificata, il dato anomalo finisce per portarlo a un ampliamento della teoria o a una teoria nuova. La curiosità stimolata dal dato anomalo viene temporaneamente appagata.
In terzo luogo, affermando che il fatto previsto deve essere strategico, cioè deve avere implicazioni che incidono sulla teoria generalizzata, ci riferiamo, naturalmente, più che al dato stesso, a ciò che l’osservatore aggiunge al dato. Com’è ovvio, il dato richiede un osservatore che sia sensibilizzato teoricamente, capace di scoprire l’universale nel particolare. Dopo tutto, gli uomini hanno osservato per secoli fatti «banali» come lapsus linguae o lapsus calami, sviste topografiche e amnesie, ma era necessaria la sensibilità teorica di un Freud per considerare questi fatti come dati strategici, grazie ai quali egli poteva ampliare la sua teoria della repressione e degli atti sintomatici.
Pertanto, il modello della serendipity implica il dato imprevisto, anomalo e strategico, che orienta il ricercatore a una nuova direzione dell’indagine, la quale amplia la teoria[8]
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Serendipità: che cosa significa e che cosa non significa


Serendipità non significa che ognuno di noi può diventare uno scienziato da un momento all’altro, pur in assenza di qualsiasi competenza o preparazione, né che le scoperte scientifiche sono affidate al caso. Come faceva osservare lo storico della scienza Dampier Whetham, «le grandi scoperte avvengono accidentalmente meno spesso di quanto la gente ami pensare»[3]. In un certo senso, la serendipità è la dimostrazione che il caso non esiste nella scienza e che solo una preparazione rigorosa e disciplinata può condurre alla scoperta.
Alcuni autori mettono in relazione la sopravvalutazione del caso all’inclinazione comune ad accogliere la fortuna e la superstizione nella vita perché «È sempre la scorciatoia, la via facile, la possibilità di evitare lo sforzo onesto, duro e prolungato a essere salutata con tanto entusiasmo dalla massa»[3].
Per quanto questa posizione, espressa nel 1941, possa apparire alquanto snob - e in effetti lo è - sappiamo tutti che il caso sembra essere particolarmente prediletto dagli individui: lo dimostra l’ostinazione quasi masochistica con la quale si gioca al superenalotto, si perseguono rituali superstiziosi perché dovrebbero favorire la fortuna e si seguono rubriche astrologiche che promettono di trasmettere facili conoscenze sulla propria sorte. Del resto, anche cognitivamente è più “economico” affidarsi a una qualsiasi forma di casualità fatalistica che dedicare sforzi ed energie al successo di un’impresa.
Il caso però è solo una componente della serendipità. Tutte le scoperte scientifiche avvenute per serendipità in realtà mostrano che il caso è solo un’occasione concessa alla mente sagace e preparata. Senza preparazione l’evento casuale sarebbe passato inosservato.
L’espressione “semplicemente fortunato” dovrebbe venir tradotta in “capace di trarre profitto dall’imprevisto”. La scienza è uno sforzo altamente programmato e organizzato, oltre che strutturato su metodologie rigorosamente elaborate. Su quest’aspetto, già nell’Ottocento, il filosofo della scienza William Whewell insisteva in maniera polemica.
Nessuna scoperta scientifica può, con qualche senso di giustizia, essere considerata come dovuta al caso [...] La comune passione per il meraviglioso e il desiderio volgare di abbassare i più eccelsi risultati del genio al nostro livello, può condurre gli uomini ad ascrivere tali risultati a qualsivoglia circostanza casuale che li accompagna; ma nessuno che consideri con obiettività la reale natura delle grandi scoperte, e i processi intellettuali che esse implicano, può sostenere seriamente l’opinione che esse siano l’effetto di circostanze fortuite [...] Tali circostanze fortuite non si verificano mai nel caso di uomini comuni. Migliaia di uomini, anche i più inquisitivi e riflessivi, hanno visto cadere dei corpi; ma chi, eccetto Newton, ha mai fatto seguire all’accidente tali conseguenze?[3]

L’invenzione del pap test: una storia non così semplice


L’invenzione del Pap test è comunemente ritenuta una scoperta avvenuta per serendipità. Alla fine della prima guerra mondiale il medico greco George Nicholas Papanicolaou lavorava alla Cornell University di New York dove studiava le modificazioni delle cellule della vagina sia negli animali sia nelle donne mestruate.
Tra queste, Papanicolaou ebbe modo di lavorare, per caso, su una malata con cancro alla cervice uterina. Ciò che lo colpì fu che le cellule estratte da questa donna presentavano un aspetto “mostruoso”.
Ecco dunque l’idea: l’estrazione delle cellule poteva essere utilizzata come test diagnostico per prevenire il cancro del collo dell’utero. Era nato il Pap test, che non a caso prende il nome dalle prime lettere del cognome del medico greco.
In realtà la storia è più complessa: Papanicolaou lavorava su cellule uterine dal 1917, ma fu solo nel 1925 che avvenne l’incontro con la donna malata di cancro.
Il medico, dunque, era già impegnato da tempo nei suoi studi e aveva già conseguito notevoli conoscenze sull’argomento. Il test per la diagnosi precoce del cervico-carcinoma fu presentato a un convegno scientifico nel 1928, dove però non attirò ampi consensi.
Gli studi sulla citologia cervico-vaginale furono ripresi da Papanicolaou molto più tardi, nel 1939, allorché si avvalse anche del contributo del patologo Herbert Traut. La prima pubblicazione scientifica sull’argomento risale al 1941 sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology.
Bisognò comunque aspettare la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta perché fossero intrapresi i primi studi di popolazione volti a saggiare l’efficacia del test. Al suo perfezionamento collaborò anche il ginecologo canadese, Ernest J. Ayre, che propose nel 1944 l’utilizzo dello speculum e dimostrò che la raccolta delle cellule dalla cervice mediante una spatola di legno aumentava notevolmente la sensibilità dell’esame. A questi seguirono altri contributi nel tempo, che hanno a mano a mano perfezionato lo strumento.
Insomma, una storia dalle molte pieghe, fatta di impasse, evoluzioni, contributi molteplici e prove continue. Siamo ben lontani dalla leggenda che vuole il Pap test una scoperta improvvisa, conseguita in maniera già perfetta e lineare.

In realtà, la sopravvalutazione della fortuna serve anche un altro scopo, già segnalato. Quello di smitizzare il “genio” degli scienziati assegnando il loro successo a un banale colpo di fortuna. In questo modo, si coltiva l’illusione che basti una spallata della sorte per cambiare il proprio destino e, poiché la fortuna è cieca, e quindi democratica, chiunque è potenzialmente candidabile al ruolo di fortunato. Ma le cose non funzionano così. Lo dimostra il fatto che una scoperta serendipitosa non porta mai immediatamente a un’invenzione perfetta, come abbiamo visto prima.
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Stando così le cose, la definizione più appropriata di serendipità è probabilmente quella offerta dal sociologo Robert Merton. Per Merton la serendipità è un «modello consistente in un dato imprevisto, anomalo e strategico, che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente»[3]. Questa definizione sottolinea il ruolo eminente dell’osservatore nel processo serendipitoso e delle teorie sulle quali le osservazioni fanno leva: l’incidente non è colto nella sua dimensione “fatalistica” e “fortunata”, ma come elemento che espande la prospettiva teorica del ricercatore permettendole di migliorare o modificarsi in modo da divenire più produttiva. Niente colpi di fortuna, dunque. Ma nuovi dati per elaborare nuove idee.
È solo interpretando la serendipità in maniera non sensazionalistica ed eccessivamente aperta al ruolo di fattori “magicamente imponderabili” che si può evitare di attribuire alla stessa parola «il significato secondo cui nella ricerca ci si può tuffare fra i dati e afferrare le ipotesi che vi abbondano senza aver mai la minima necessità di pensare» (Roger Hilsman, esperto di tecniche dei servizi segreti governativi)[3]. Anzi. Se c’è una cosa che insegna la serendipità è che ogni scoperta è basata sul pensiero metodico e rigoroso. Con buona pace di Sara Thomas!

Bibliografia


1) Dri, P. 1994. Serendippo, come nasce una scoperta: la fortuna nella scienza. Roma: Editori Riuniti.
2) Mongai, M. 2007. Serendipità. Istruzioni per l'uso. Roma: Robin Edizioni.
3) Merton, R.K., Barber, E.G. 2002. Viaggi e avventure della Serendipity. Bologna: Il Mulino.
4) Eco, U., Sebeok, T.A. (a cura di). 2004. Il segno dei tre Holmes, Dupin, Peirce. Milano: Bompiani.
5) Taleb, N.N. 2008. Il cigno nero. Come l'improbabile governa la nostra vita. Milano: Il Saggiatore.
6) McLaren, A. 2009. Storia dell’impotenza. Bologna: Odoya.
7) Cagliano, S. 1994. Dieci farmaci che sconvolsero il mondo. Roma - Bari: Laterza.
8) Merton, R.K. 1983. “L’influenza della ricerca empirica in sociologia”. Teoria e struttura sociale. Vol. I. Bologna: Il Mulino.
- Della Croce, M. 2004. “Medicine per caso”. Quark, 37: pp. 120-124.

- Eco, U. 1999. Serendipities. Language and lunacy. San Diego-New York: Harvest Book-Harcourt Brace & Company.

- Eco, U. 2003. “La forza del falso”. Sulla letteratura. Milano: Bompiani, pp. 292-322.

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- Tansella, M. 2010. “Terapie per caso”. L'espresso, 26.8. 10, p. 139.

- Romolo G. Capuano, sociologo, dottore in criminologia, ha pubblicato diversi libri. Il più recente è: Bizzarre illusioni. Lo strano mondo della pareidolia e i suoi segreti. Mimesis, Milano.nota