La scienza del Professor van Helsing

Fondamenti biologici e tradizioni culturali dei rimedi per sopravvivere ai vampiri

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  • 26-07-2013
  • di Matteo Borrini
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©fdupain deviant art
Quando si deve combattere è essenziale conoscere il nemico: questo vale sia in battaglia, sia in medicina... e così anche quando l’avversario è un essere soprannaturale, un’epidemia mostruosamente irreale.

Ecco quindi che si rende necessario comprendere la figura del vampiro nella sua essenza, costituita, a differenza di qualsiasi altra creatura liminale partorita dalla mente umana, dalla corporeità[1]: nessun fantasma, poltergeist o altro spirito, infatti, è così materiale quanto i membri della famiglia Dracula.

Pur in Islanda, ove i fantasmi[2] possiedono una notevole materialità anche lesiva nei confronti dei viventi quasi assumendo le caratteristiche del poltergeist, essi mai sono dotati di un proprio corpo, né tantomeno si muovono sotto forma di redivivi.

Questo essere cadavere rianimato senz’anima è certamente la forza del vampiro, ma ne costituisce anche la schiavitù costringendolo concretamente a nutrirsi. E non solo: proprio la fisicità del vampiro offre all’illustre vampirologo Stokeriano prof. Abraham van Helsing, e a tutti i suoi epigoni, terreno fertile per individuare rimedi più o meno efficaci per ricacciare, questa volta per sempre, il vampiro nella sua bara.

Senza soffermarsi su temi già trattati[3], è comunque non superfluo ricordare come sia proprio il cadavere in decomposizione che, mal interpretato alla luce di scarse conoscenze tanatologiche, viene concepito come non decomposto e quindi «in condizione di vampirismo» secondo quanto suggerito dai membri della Royal Prussian Society of Science che scrissero nel 1732 il Visum et Repertum[4], rendiconto di un vera e propria inchiesta sui fenomeni di vampirismo in Serbia.

Fenomenologia della vampirizzazione


Primaria strategia per contrastare i vampiri è certamente evitare che essi proliferino, tenendo presente che la vampirizzazione può avvenire in due modi che potremmo definire esogeni ed endogeni.

La vampirizzazione esogena è causata o da un altro vampiro, per cui è definibile come “da contagio”, o da un altro uomo attraverso malefici o fatture, presentandosi quindi come etero-indotta. La vampirizzazione endogena, invece, è strettamente connessa al soggetto stesso che si tramuta in vampiro per il proprio modus vivendi oppure per peculiari caratteristiche fisiche, spesso connotate come deformità, o di nascita, come venire al mondo avvolti nel sacco amniotico (c.d. “nascere con la camicia”) o essere figli illegittimi di due figli illegittimi.

È palese che se non ci si può sottrarre alla predisposizione (che chiameremo vampirizzazione endogena sine culpa), possono invece essere evitati quei comportamenti che fanno incorrere nella scomunica ecclesiastica (conditio che facilita la metamorfosi in non-morti dopo il trapasso), così come l’esercizio delle arti magiche, che renderebbero concreto il rischio di mutarsi vampiri (vampirizzazione endogena cum dolo).

Come profilassi contro la vampirizzazione esogena si può invece far ricorso a differenti mezzi, che vanno dall’impiego apotropaico di oggetti e sostanze, che si prefigurano quasi come amuleti, alla messa in essere di comportamenti preventivi e di scongiuro: usanze che celano profondi rimandi culturali e pratici rimedi, offrendo uno spaccato della società che generò la figura del vampiro.

La croce e la fiamma


Parlare di vampiri può comunque essere complesso perché, sebbene concorrano le caratteristiche di cui sopra a definire un revenant, prima tra tutte la corporeità, le specie sono molteplici e possono incontrarsi anche fuori dal Vecchio Continente. Per brevità di trattazione, si analizzerà quindi solo la vampirofauna europea, rimandando al futuro approfondimenti transcontinentali.

Ciò premesso, appare chiaro perché sui vampiri, quantomeno nostrani, il Crocifisso sia sempre stato considerato un rimedio efficace, essendo la fede cristiana (e non solamente cattolica) parte integrante della tradizione europea.

Poca presa hanno le perplessità di de’ Rossignoli[5] circa l’ateismo di un possibile nosferatu: all’epoca in cui la maggior parte dei fenomeni vampirici è riportata (XI-XII e successivamente XVI-XVIII secolo) la fede in Cristo era largamente, per non dire quasi universalmente, diffusa in tutta Europa, soprattutto nelle classi medio-basse e nei contesti rurali dove la credenza nel vampiro fu maggiormente diffusa. A dimostrazione dell’efficacia della fede, e non strettamente della Croce, si veda il positivo risultato ottenuto nel 1196 dal vescovo di Lincol (Inghilterra), che pose una lettera di assoluzione sul cadavere riesumato di un revenant.

Quanto individuato per il Crocifisso dicasi circa l’uso delle icone diffuso nei luoghi di matrice ortodossa.

Presumibilmente per il ricordato legame con il substrato cristiano, un raccomandato metodo di annichilimento del vampiro fu la cremazione. Il cadavere animato, che non muore ma risorge senza divina autorizzazione prima della fine dei tempi, è in atetesi con i sentimenti di pietas verso defunti e la dottrina della resurrezione dei corpi: ecco allora che, per punire chi si pone agli antipodi, è d’uopo un contrappasso costituito proprio dalla cremazione, esplicitamente osteggiata dalla Chiesa almeno fino al Concilio Vaticano II[6].

Sebbene l’uso del fuoco come mezzo punitivo e purificatorio trovi un suo collegamento con i roghi inquisitori, che precedettero nell’immediato le epidemie di vampirismo, la base scientificamente pratica che generò tale costume fu certamente la combustione quale rapido ed efficace strumento igienico-sanitario per l’eliminazione di un cadavere in decomposizione che incarnava, è il caso di dirlo, l’essenza stessa del vampiro, ovvero l’essere in corpore.

Non tutti i vampiri, però, periscono tra le fiamme: piuttosto ignifugo è infatti il kukuthi albanese, contro il quale invece è efficace l’intervento di un lupo, che deve divorarne le gambe facendo così cadere la creatura nella sua tomba. Un evidente legame con l’attività degli animali necrofagi di cui si dirà in seguito.

Il ricorso al fuoco, però, è riportato anche come repellente per i revenants che causano epidemie di uomini e bestiame, un diretto corrispettivo della prassi, in uso anche nei lazzaretti di quarantena, di accendere falò d’erbe aromatiche per dissipare i miasmi pestiferi (spurgo) in conformità con le teorie galeniche degli umori.

Non va dimenticato, peraltro, lo stretto legame tra pestilenze e vampirismo: era proprio durante l’escavazione di fosse comuni tipiche di questi drammatici momenti storici che ci si poteva imbattere in cadaveri non ancora completamente scheletrizzati, e che proprio per il loro aspetto inesplicabilmente mostruoso divenivano spiegazioni di un pregresso macrofenomeno altrettanto inspiegabile, in accordo al vecchio principio per cui post hoc, ergo propter hoc[7].

Zampironi ante litteram


Tra i rimedi olfattivi che collegano la scienza del Professor van Helsing all’antica farmacopea possiamo collocare la repulsione per l’aglio (Allium sativum) dimostrata dai vampiri, pianta quest’ultima utilizzata come scongiuro in tutta l’area est-europea.

L’odore è notoriamente pungente e ben si prestava per l’antica medicina, basata sul principio del contraria contraris curant[8], a un “chiodo scaccia chiodo” sensoriale per allontanare l’aria insalubre e pestifera attribuita da alcuni proprio ai risurgenti masticatori di sudario e all’azione demoniaca[9].

A dimostrazione del principio per cui più un odore è penetrante maggiore è la sua efficacia contro i miasi infettivi, si ricorderà l’uso durante la peste polacca del 1634 di ammorbare l’aria con carogne d’animali, o quello di annusare urina di caprone suggerito dal medico tolosano Emmanuel Alvarus[10] per l’epidemia francese.

Rilevante ancora che la medicina tradizionale (Avicenna) utilizzava contro l’ossiuriasi e i vermi intestinali proprio l’aglio quale sostanza elminticida; fu forse l’assimilazione del vampiro ematofago a un parassita come l’ossiuro (Enterobius vermicularis) che favorì questa tradizione[11].

Non va dimenticato, infine, che per Aristotele, Teofrasto e Lucrezio il profumo originatosi da suffumigi di specifiche essenze allontanava la peste[12], così come Avicenna nel Liber canonis medicinae (XI sec.) e Marsilio Ficino (XIII) facevano ricorso agli euodia[13] quali mezzi curativi e purificatori. Siamo agli albori dell’aromaterapia (sic!), e le strade si aprono agli speziali che aggiunsero sostanze sempre maggiormente ricercate e costose (pietre, coralli, perle, e chi più ne ha ne metta) ai loro preparati per renderli più cari e preziosi... ma non certo più efficaci!

Tanatofobia


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©Cristina Visentin
Considerando che in qualche modo il risurgente deve uscire dalla sua tomba, un rimedio tanto antico quante efficace sembra fosse quello di costruire tumuli di pietre sopra le fosse sepolcrali. Sicuramente questo fu un modo, fin dalla più remota antichità, per sigillare le semplici fosse terragne preservando il corpo da spiacevoli fortuite riesumazioni a opera di animali necrofagi; pietre che divennero tumuli, tumuli che si tramutarono in steli, steli che si evolsero poi nelle lapidi ancor oggi usate.

Il ricorso a massi da porsi sul cadavere nacque in epoca preistorica, quando vivi e defunti condividevano lo stesso spazio all’interno di grotte e ripari, e finì con l’ammantarsi di un’aura cultuale, delineandosi quale evidenza di tanatofobia, ovvero di paura di ritorno irrelativo del morto[14]. Come spesso accade, infatti, dietro i precetti religiosi e le credenze si cela un risvolto pratico e utilitaristico, ma questo non autorizza a trasportare in epoche remote la figura del vampiro, riconoscendola in ogni contesto archeologico in cui siano presenti pietre a “bloccare” un corpo nella propria fossa. Il vampiro, infatti, è una realtà folklorica ben delineata, sia geograficamente che cronologicamente: il resto è utilitaristica tanatofobia.

Su questa stessa linea interpretativa possiamo collocare la tradizione russa che prescriveva di avvolgere la bara con corteccia di betulla, spalmandola di pece e calce[15]. Come le pietre, ciò impediva agli animali attratti dall’odore della decomposizione di disseppellire il corpo inumato a pochi centimetri dal piano di calpestio, lasciando tracce (terra smossa e orme) che venivano interpretate quali evidente testimonianza della riemersione del vampiro e della sua trasfigurazione bestiale. Non è raro, infatti, che i revenants prendessero le sembianze di lupi, ma le orme che ispirarono tali superstizioni possono realisticamente essere attribuite a cani randagi, certamente famelici e non rari nell’Europa rurale post-rinascimentale.

Sempre per fissare nella sua tomba il non-morto, turpe pratica è quella ricordata nel Liber decretorum di Bucardo di Worms, che cita gli ordinamenti di giustizia tra X e XI secolo, in cui si prevedeva di impalare nella fossa la donna morta di parto e il suo piccolo ancora in grembo, onde evitare che quest’ultimo, per la troppa voglia di vivere e una nostalgia per il quid vitale, si tramutasse in vampiro[16].

Altra manipolazione del cadavere quella praticata in Istria, ove si tagliavano i tendini del ginocchio per evitare che i cadaveri se ne andassero passeggiando nel mondo dei vivi.

Meglio un morto in casa che... un non-morto alla porta


Se rappresenta un problema che il vampiro lasci la sua abituale dimora, la bara, certo non è da meno il fatto che questi possa avvicinarsi alle case dei suoi ex concittadini. È vero che il nosferatu sembra non entrare se non con previo invito, ma la sua buona educazione (attestata maggiormente nei romanzi che nelle tradizioni) può essere attribuita più a una visione religiosa che non a un reale impedimento. L’invito al vampiro ricorda infatti la necessità di piena consapevolezza e deliberato consenso[17] per commettere peccato mortale, ricollegando così ancora una volta il risurgente alla sfera religiosa e cristiana.

Ciò premesso, è comunque sconsigliabile l’uso di allarmi alle porte e di volumetrici, anche se gli ematofagi sono dotati fisicamente di un corpo. Sembra invece sufficiente dipingere in blu stipiti di porte e finestre, quantomeno secondo la tradizione greca, che rimanda alle Sacre Scritture dove nell’Esodo (12:13) si legge «E quel sangue vi servirà di segno sulle case dove sarete; e quand’io vedrò il sangue passerò oltre, e non vi sarà piaga su voi per distruggervi, quando percoterò il paese d’Egitto». Un riferimento quindi al sangue d’agnello con cui gli israeliti segnarono i propri stipiti nella notte che vide l’Angelo del Signore falcidiare i primogeniti egiziani.

Medesimo modello si riscontra per l’uso valacco di cospargersi col grasso di un maiale ucciso per la festa di Sant’Ignazio Martire di Antiochia (17 ottobre).

Al potere magico dei numeri e alla difficoltà nell’apprenderli, cosa assai comune nei contesti rurali dell’epoca, può essere ricondotto l’abbandono di una scopa di saggina, di un mucchio di semi o di un cane ucciso all’uopo (tradizione abruzzese) vicino all’uscio. Sembra infatti che il vampiro avrebbe passato tutta la notte a contare ramoscelli, semi o peli senza attaccare gli abitanti.

Fiat lux?


Con buona pace degli ultimi epigoni di Dracula, che colpiti dal sole sbrilluccicano «come diamanti[18]», la luce uccide il vampiro tra urla e sofferenze solo quando è in celluloide... forse per problemi di fotosensibilità della pellicola cinematografica. Il vampiro letterario, infatti, già con Carmilla, si limita a rimanere inerte – se non a dormire – nella propria bara, mentre contro il vampiro folklorico, che realmente interessa questo lavoro, la luce non sembra sortire alcun effetto annichilente.

Si riscontra talvolta una predilezione per agire nelle ore notturne, seppur non per tutti i non-morti, che può ricondursi al rifuggire le ore diurne quali emblema di Cristo luce del mondo[19]. Dall’altro lato, però, i cadaveri interpretati come affetti da vampirismo erano disseppelliti (intenzionalmente o no) durante il giorno quando, per ovvie ragioni di praticità, si scavano nuove fosse: poiché allora i revenants venivano rinvenuti nella propria bara apparentemente quieti ma satolli, sillogisticamente il loro pasto ematico non poteva che essere accorso nottetempo.

Non è improbabile ricostruire un certo nesso anche tra l’azione mortifera del vampiro e la notte: sembra infatti sia più usuale che il decesso occorra durante la notte quando possono insorgere Disturbi Respiratori del Sonno (DRS), soprattutto in soggetti affetti da patologie cardiorespiratorie. Le epidemie di tubercolosi e peste (si pensi alla variante polmonare) furono le principali cause di mortalità durante il periodo del vampirismo, nonché la ragione, come già detto, delle riesumazioni conditio sine qua non per la nascita di tali superstizioni.

Inoltre queste due patologie ben si ricollegano all’azione del vampiro che non si esplica mediante il morso, finzione letteraria come surrogato dell’atto sessuale in romanzi con connotazioni sia erotiche che sociali (Dracula di Stoker in primis). Nel folklore, infatti, il revenant attacca stringendo al collo e al petto, dando sensazioni di soffocamento e lasciando segni quali ecchimosi e porpora, facilmente riscontrabili come elementi diagnostici nelle ricordate affezioni.

Chi di dente ferisce, di paletto perisce

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©Cristina Visentin
L’idea che il vampiro succhi il sangue, come esplicitato altrove[20],[21], si generò dall’occasionale osservazione dei liquami putrefattivi, che hanno colore confondibile con il sangue, portati alle labbra dai gas cadaverici nei corpi in stadio enfisematoso. Conseguenza della sua dieta ematofaga era riconosciuta anche nel corpo rigonfio come un otre colmo di sangue (colliquazione degli organi interni N.d.A.).

In modo semplicistico si riteneva sufficiente impedire questi fenomeni piantando chiodi nella bocca, riempiendo la cavità orale (e talvolta anche quelle nasali e oculari) con aglio o altri ritrovati. In questo modo si poteva bloccare l’attività nutrizionale del vampiro, uccidendolo per inedia.

L’ormai noto ritrovamento della cosiddetta “vampira di Venezia[22]” dimostra l’uso di questa pratica, riporta da Rohr[23] e Calmet[24] per eliminare una peculiare specie di vampiro, il nachzehrer o masticatore di sudario. Questa larva di vampiro avrebbe divorato il proprio sudario nella tomba, effetto reso dallo sprofondare del sudario nella bocca del cadavere, ove si decomponeva più rapidamente grazie all’alta concentrazione di batteri[25],[26]. Per il nachzehrer il metodo proposto era particolarmente efficace poiché la tradizione imputava alla loro “orribile manducazione[27]” il diffondersi delle epidemie.

Sulla stessa linea trova spiegazione il ricorso alla pratica dell’impalamento, forse la più nota anche cinematograficamente. Essa ebbe presumibilmente inizio per accertare le ragioni di un ventre inspiegabilmente enfiato, e divenne poi mezzo per ridurre alla “normalità” il pingue succhiasangue con l’idea anche di far fuoriuscire l’anima imprigionata che continuava a vitalizzarne il corpo.

L’efficacia dei tale soluzione fu forse ispirata dall’urlo di dolore, più verosimilmente un sospiro di rassegnazione, che avrebbero emesso i cadaveri al momento della trafittura, episodio più volte riportato dalle fonti antiche ma che può essere scientificamente spiegato con la rumorosa fuoriuscita proprio dei gas putrefattivi. Significativo quanto nota Barber[28] circa il fatto che il gemito del vampiro è caratteristico solo dell’impalamento e non si ode quando tale creatura viene sezionata o decapitata (altro metodo efficace per porre fine al non-morto), proprio a causa delle differenti modalità e velocità con cui i gas sono fatti fuoriuscire.

Buona norma, quando si buca un cadavere in stato enfisematoso, è far attenzione agli schizzi dei liquami in esso contenuti, come ben sanno gli odierni tecnici di sala settoria, ma come era noto anche ai vampirologi più o meno improvvisati dell’est-Europa che usavano coprire con una pelle o un po’ di terriccio il revenant prima del trattamento. Ovviamente ai loro occhi lo spruzzo era attribuito alla circolazione sanguigna del vampiro e non certo alla pressione dei gas di cui ignoravano l’esistenza.

Variante del piolo furono i chiodi, usati per fissare al fondo della cassa il corpo o, più realisticamente, le vesti funebri; sebbene l’uso di tale oggetto come mezzo apotropaico sia noto fin dall’epoca romana[29]. Si potrebbe ipotizzare un rimando ai simboli della Passione di Cristo, come per l’usanza di disporre nella bara, soprattutto a livello del capo, rovi e spine. Quest’ultimo ritrovato contro il risurgente, ovvero il ricorso a rami di rosa, potrebbe ricollegarsi anche a Maria in quanto Rosa Mistica come recitano le invocazioni alla Vergine a partire dal XII secolo. Funzione più ragionevolmente pratica di questa tradizione potrebbe intuitivamente essere riconosciuta nella protezione del cadavere, come già ricordato, dagli animali necrofagi.

Per concludere questa breve trattazione circa i rimedi contro Nosferatu & C., ancora una precisazione circa il paletto, il più classico strumento che non può mancare nella valigetta di ogni van Helsing. Non è superfluo ricordare, anche a suffragio dell’interpretazione “gassosa”, come fosse importante perlopiù l’atto della trafittura in sé piuttosto che il materiale usato. Il frassino fu certamente adottato, e questo può trovare riscontro nel largo uso che si faceva di tale varietà vegetale per le sue proprietà di elasticità e resistenza che lo rendevano utile per manici di strumenti (anche agricoli) oltre che per armi quali le frecce e le lance. Altre volte si adottarono il pioppo tremolo, il biancospino[30], o il ginepro, quest’ultimo scelto per il suo odore resinoso anche per suffumigi, il che rimanda ai già esposti rimedi olfattivi.

A proposito di materiali, una tirata di orecchie andrebbe rivolta a tutti quei registi che sbandierano l’uso dell’argento contro i figli di Dracula, estendendo in modo arbitrario anche ai vampiri l’allergia sofferta dai lupi mannari per questo metallo. Un po’ come pretendere di uccidere l’Uomo Ragno con la criptonite.

Ma il grande schermo ha visto ben più atroci travisazioni della figura del vampiro, nonostante nel 1922, con pochi mezzi ed arte sublime, Friedrich Wilhelm Murnau rese così drammaticamente esplicito il collegamento tra il revenant e la peste.

A ben pensarci, oggi Dracula e tutti i suoi colleghi avrebbero veramente di che rivoltarsi nella propria tomba...

Bibliografia


  • William di Newburg, Historia rerum anglicarum


Note

1) Horst G.C. 1821. Zauber-bibliothek; oder von Zauberei, Theurgie, und Mantik, Zauberern, Hexen, und Hexenprocessen, Dämonen, Gespenstern, und Geistererschein ungen. Vol III, Mainz
2) Bouvher, A. (a cura di) 1988. Racconti magici islandesi. Milano:Arcana
3) Borrini, M. 2011. Vampiri in obitorio, in: Polidoro, M. (a cura di) La scienza dei mostri. Un'indagine scientifica sulle creature dell'incubo. Quaderni del Cicap Vol. 14
4) Barber, P. 1988. Vampires, burial, and death: folklore and reality. Binghamton, NY: Yale University Press
5) De’ Rossignoli, E. 2009, Io credeo nei vampiri. Roma:Gargoyle Books
6) Istruzione Piam et constantem, Acta Apostolicae Sedis Anno LVI serie III Vol VI (1964)
7) Borrini, ibidem
8) Cosmacini, G., D’Agostino, A.W. 2008. La peste passato e presente. Milano:Editrice San Raffaele
9) Ranft, M. 1728. Dissertatio historico-critica de masticatione mortuorum. Leipzig: Breitkopf
10) Alvarus E., 1628 Sommaire des remedes tant préservatifs que curatifs de la peste &c. Toloze 12 v. Haller Bibl.Med. Pr. II
11) De’ Rossignoli, ibidem
12) Il termine profumo deriva proprio da per fumum ovvero attraverso il fumo
13) Dal Greco “buone fragranze”
14) De Martino, E. 1975. Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre al pianto di Maria. Torino: Bollati Boringhieri
15) Mansikka, V.J. 1922. Die Religion der Ostslaven. Helsinki
16) Corradi Musi, C. 1995. Vampiri europei e vampiri dell’area sciamanica. Soveria Mannelli (CZ): Rubettino Editore
17) Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia di Giovanni Paolo II all'episcopato al clero e ai fedeli circa la riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa oggi, San Pietro 2 dicembre 1984
18) Meyer, 2005
19) Si veda il canto Lumen Christi dopo l’accensione del cero pasquale durante la Liturgia della Luce (Lucernario) nella Veglia Pasquale, punto centrale del Triduo sacro
20) Borrini, M. 2008a. An exorcism against a vampire in Venice: anthropological and forensic study on an archeological burial of XVIth Century. “Bulletins et memories de la Societe d’Anthropologie de Paris”, n.s. 20:24.
21) Barber, ibidem
22) Borrini, M. 2008b. La scoperta di una sepoltura di “vampiro”: archeologia e antropologia forense analizzano la genesi di una leggenda. “Archivio Per L'antropologia e la Etnologia”, vol. CXXXVIII; p. 215-217
23) Rohr, P. 1679. Dissertatio historico-philosophica de masticatione mortuorum. Lipsia: Typis Michaelis Vogtii Lipsiae
24) Calmet, A., 1756. Dissertazioni sopra le apparizioni de’ spiriti e sopra I vampire, I redivivi d’Ungheria, di Moravia ec, Venezia: Simone Occhi
25) Borrini, M. 2008a. An exorcism against a vampire in Venice: anthropological and forensic study on an archeological burial of XVIth Century. “Bulletins et memories de la Societe d’Anthropologie de Paris”, n.s. 20:24.
26) Borrini, M., Rickards, O., Martinez Labarga, C., 2009. The Vampire of Venice: a real ancient ancestor of twilight investigated by modern forensic sciences. “Proceedings of the American Academy of Forensic Sciences”, Vol 17: 453
27) Rohor, ibidem
28) Barber, ibidem
29) Ceci, F. 2005. La deposizione della moneta nella tomba: continuità di un rito tra paganesimo e cristianesimo, “Histria Antiqua” (13)
30) Come durante l’epidemia di vampirismo causata nel 1725 da Peter Plogojowitz in Kisolova, Serbia: Bunson, M. 1993. The vampire enciclopedia. New York: Gramecy Books