Di falci e di scheletri nella Polonia della prima età moderna

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Tomba 49/2012, una donna di 30/39 con una falce sul collo ©Gregoricka et al., 2014 http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0113564.g001, CC BY 4.0
Drawsko è un piccolo villaggio rurale di origine medievale nel voivodato della Grande Polonia (Polonia nord-occidentale). A partire dal 2008, un’area cimiteriale ormai abbandonata che si trova a qualche distanza dal centro abitato è oggetto di una serie di campagne di scavo gestite dall’International Slavia Field School in Mortuary Archaeology[1]. Queste hanno coinvolto archeologi locali coordinati da Elzbieta Gajda del museo di Czarnkow (ad una cinquantina di kilometri da Drawsko) e diversi bioarcheologi attivi in università statunitensi, o canadesi, come Tracy K. Betsinger della State University of New York at Oneonta, Lesley A. Gregoricka della University of South Alabama, Marek Polcjn della Lakehead University, Amanda Blackburn e Amy B. Scott della University of Manitoba.

Un cimitero abbandonato è un sito che, per gli studiosi, presenta un certo interesse: la sua indagine attraverso le tecniche archeologiche, antropologiche e bio-molecolari può fornire importanti dati sulla popolazione che l’ha utilizzato, sulle sue pratiche religiose e in generale sulla sua cultura. In questo caso, il sepolcreto, che è stato attribuito - grazie ad alcune monete - al sedicesimo/diciassettesimo secolo della nostra era, ha già restituito oltre 250 tombe risalenti ad un periodo particolarmente interessante della storia della zona: quando, da un lato, nell’area fino ad allora scarsamente popolata si svilupparono diversi villaggi all’interno di un sistema economico ancora feudale, e dall’altro, come nel resto dell’Europa cattolica, furono introdotte le riforme religiose sancite dal Concilio di Trento.

Ci ritroviamo però a parlare del sito di Drawsko 1 (come è noto in letteratura) su Query perché fra le sepolture rinvenute ve ne sono sei che gli studiosi hanno classificato deviant burials (sepolture anomale): presentano cioè “caratteristiche diverse dalle altre rinvenute nello stesso contesto, o difformi da quelle in uso nel periodo e nel luogo di rinvenimento”[2]. Queste tombe sono state presentate in tre articoli apparsi su riviste internazionali fra il 2014 e il 2015 e, attraverso questi, abbiamo la possibilità di riassumere quanto per ora è stato possibile determinare[3]. Una premessa però è necessaria per evitare eventuali confusioni: i tempi del processo di peer review e della successiva cura editoriale, diversi da rivista a rivista, hanno portato alla sovrapposizione di articoli scritti in momenti diversi, o piuttosto, alla pubblicazione distanziata di articoli scritti nello stesso periodo: il primo articolo, quello di Betsinger & Scott era stato inviato alla rivista che poi lo ha pubblicato nell’ottobre del 2014 già nel giugno dell’anno precedente; quando questo è apparso, gli altri due avevano appena iniziato il processo di revisione fra pari e sono stati pubblicati a distanza di oltre un anno fra la fine del novembre 2014 (grazie ai tempi veloci che sono una caratteristica di Plos One) e il dicembre 2015. Quanto avvenuto ha comportato che per due volte i media internazionali hanno raccolto la suggestione dei vampiri polacchi, senza spesso accorgersi che sostanzialmente si trattava delle stesse tombe (Gregoricka et al. le prendevano tutte in considerazione, mentre Polcjn e Gajda sceglievano di occuparsi solo delle cinque in cui era presente, come vedremo, un particolare attrezzo, la falce).

Vediamo allora le caratteristiche di queste sepolture devianti. In quattro casi, il defunto era stato seppellito con una falce di ferro all’altezza della gola: si tratta delle tombe 28/2008 (un maschio adulto), 24/2009 e 49/2012 (due femmine adulte) e 6/2012 (un’adolescente); un’altra tomba (60/2010) è invece relativa ad una donna più anziana, con la falce, questa volta, all’altezza delle pelvi e, sulla gola, invece, una pietra; infine, la tomba 29/2008 è relativa ad un soggetto di 12/15 dal sesso indeterminato con due pietre all’altezza della gola. Si può anche ricordare il fatto che a molti (se non, forse, a tutti) di questi defunti era stata inserita in bocca una moneta di rame: questa era però una pratica comune, documentata in un terzo delle tombe scavate a Drawsko.

E quali possono essere state le ragioni di queste falci e queste pietre? Fra le diverse ipotesi già presenti in letteratura, gli studiosi concordano sul fatto che, in questo caso, si tratti di pratiche apotropaiche, documentate anche in altre tombe dell’Europa centrale, che avevano il fine di allontanare influssi maligni e che le falci, nelle intenzioni di chi le ha poste, dovessero servire a trattenere il morto nella sua sepoltura. Data l’assenza di atti dissacratori nei confronti delle tombe o dei defunti stessi, nel loro articolo Polcjn e Gajda preferiscono però parlare di rituali genericamente anti-demoniaci, volti forse ad una pluralità di fini, compresa la volontà di proteggere l’anima degli scomparsi da forze maligne. Betsinger & Scott e Gregoricka et al. propongono invece che ci si trovi di fronte a pratiche specificatamente dirette a combattere una particolare figura folklorica, quella del vampiro, una categoria che in un contesto come quello slavo può essere utilizzata al posto di quella preferibile di revenant, il morto che ritorna per danneggiare i vivi, meno connotata dal punto di vista mediatico[4]. In tal caso le falci e le pietre avrebbero avuto, nell’immaginario, funzioni concrete: lacerare il corpo che tenta di uscire dalla tomba le prime, impedire che potesse mordere altri le seconde.

Rispetto a quanto appena visto, una questione diversa è perché proprio quei sei (per ora) defunti sono stati oggetto di quel tipo di rituali. Non siamo in grado di saperlo con certezza. Le sepolture anomale sono state trovate in parti diverse dello scavo, senza che vi fossero distinzioni fra queste e le tombe che non presentavano caratteristiche devianti, diversamente da quanto accadeva, in altri contesti, per coloro che erano morti irregolarmente, come i suicidi. Le analisi di tipo bio-archeologico non sono state in grado di individuare differenze significative fra la salute degli individui “devianti” e quelli invece “normali”, quantomeno per quanto riguarda le malattie in grado di lasciare traccia sugli scheletri. Anche l’analisi dei rapporti isotopici dello stronzio, una tecnica che (come abbiamo visto su Query 14) è utilizzata per stimare per quanto tempo un essere vivente si è alimentato in una determinata area, non ha permesso di differenziare questi scheletri dalla maggioranza degli altri recuperati nel cimitero, indebolendo quindi la possibilità che ci si trovi di fronte a valutazioni di tipo xenofobo.

È quindi necessario ricorrere ad ipotesi diverse, di tipo culturale: potremmo trovarci di fronte a persone che sono morte in un modo ritenuto deviante, come, ad esempio annegamenti; oppure a defunti esercitanti particolari mestieri, come quello dei guaritori, che si ritenevano in un qualche rapporto con forze non naturali; oppure, ancora, dobbiamo accettare il fatto che potrebbero esserci state una serie di ragioni che non siamo più in grado di identificare.

Dicevamo dell’interesse mediatico: limitandoci alla prima occasione in cui si è manifestato, nel 2014, si deve segnalare che allora passò il messaggio che le sei sepolture fossero relative alle prime vittime di una qualche epidemia (forse colera), in quanto tali considerate a rischio “di ritorno”. C’è da dire che, pur con qualche stranezza (l’assenza di una chiesa di cui costituisca il camposanto e la distanza dallo stesso centro abitato) Drawsko 1 sembra essere un luogo di sepoltura utilizzato normalmente per un periodo di una certa durata, come fa intendere il numero di tombe fino ad ora scavate in rapporto alle piccole dimensioni del villaggio; non si tratterebbe quindi di un cimitero realizzato in una fase emergenziale. Questo non esclude che sia stato comunque utilizzato per raccogliere anche vittime di epidemia, ma i media hanno voluto enfatizzare quella che era solo una fra le ipotesi esaminate nell’articolo di Gregoricka et al., dove gli autori peraltro correttamente specificavano che non era chiaro se davvero era quanto avvenuto a Drawsko, perché il colera non lascia tracce rilevabili sugli scheletri.

Di Drawsko 1 si continuerà ancora a parlare: altre indagini scientifiche sembrano essere in programma sui resti già recuperati, mentre, quest’estate, gli archeologi torneranno a scavare in quel sito archeologico oggi a rischio a causa dello sviluppo urbanistico. Forse da qualcuna di queste attività sarà possibile ottenere una qualche risposta su chi erano quelle persone che forse furono ritenute, da morte, un rischio per la comunità dei vivi. Altrimenti, risposte potrebbero arrivare da studiosi abituati a frequentare la prima età moderna, quali gli storici delle idee, quelli delle mentalità e gli antropologi storici. Nel caso, ci ritorneremo su queste pagine.

Note


1) Il progetto ha un proprio sito web: http://www.slavia.org/index.php
2) Minozzi, S. & Canci, A. 2015. Archeologia dei resti umani [Nuova edizione]. Roma, Carocci, p. 80
3) Betsinger, T. K. & Scott, A. B. 2014. Governing from the Grave: Vampire Burials and Social Order in Post-medieval Poland. “Cambridge Archaeological Journal” vol. 24, n. 3, pp. 467-476, doi: 10.1017/S0959774314000754; Gregoricka, L. A. et al. 2014. Apotropaic Practices and the Undead: A Biogeochemical Assessment of Deviant Burials in Post-Medieval Poland. “PLoS ONE” vol. 9, n. 11, e113564; doi: 10.1371/journal.pone.0113564; open access all’url http://tinyurl.com/jp8rfmf; Polcyn, M. & Gajda, E. 2015. Buried with sickles: early modern interments from Drawsko, Poland. “Antiquity” vol. 89, n. 348, pp. 1373-1387; doi: 10.15184/aqy.2015.129
4) Sulla storia del folklore del vampiro si rimanda ad un bel volume di un filologo classico oggi all’Università di Torino: Braccini, T. 2011. Prima di Dracula. Bologna, Il Mulino.