Nel blu, dipinto di blu

  • In Articoli
  • 20-11-2013
  • di Stefania de Vito, Stuart Ritchie e Sergio Della Sala
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Figura 1. Sea Pink, opera realizzata nel 2011 da Marc Moser. Photo: Rainer Bolliger © copyright by Marc Moser
L’idea che disturbi della lettura, come la dislessia, si possano trattare con lenti o fogli di lettura colorati si è diffusa a macchia d’olio (Figura 1). Complici la disinformazione e la tendenza a cercare facili rimedi per problemi complessi. All’Università di Edimburgo è persino legittimo richiedere di svolgere un esame usando un foglio colorato. E cresce l’indignazione. Un comunicato stampa sul sito dell’AID (Associazione Italiana Dislessia) denuncia la messa in onda nella prima serata di Rai Uno del film A fari spenti nella notte, in cui la dislessia viene presentata come «una malattia dalla quale si può [...] guarire indossando particolari lenti colorate». Come spiegano la parola stessa e Woody Allen («Mary Tailor è dislessica, vuol dire che si mette il tampax nel naso», in Harry a pezzi), la dislessia si manifesta nella difficoltà di leggere correttamente. È un disturbo specifico di apprendimento, che affligge il cinque per cento della popolazione e comprende una gamma eterogenea di compromissioni (BOX 1).

Secondo l’Americana Helen Irlen (http://irlen.com/index.php ), lo stress visivo è una delle principali cause di problemi di lettura. Questo disturbo, definito anche come sindrome di Irlen, o sindrome da sensibilità scotopica, si tradurrebbe in una spiccata sensibilità alla luce, difficoltà a leggere testi con contrasti molto forti, distorsioni percettive, movimenti illusori sulla pagina, scarso riconoscimento, incapacità di mantenere l’attenzione, affaticamento degli occhi, agitazione e mal di testa. La signora Irlen ritiene che questi sintomi possano essere alleviati con un bel paio di lenti dal colore giusto. «I miei occhi sono molto sensibili alla luce. Se qualcuno mi scatta una fotografia, vedo il flash per tutto il giorno. Il mio occhio destro si gonfia. Quindi indosso le lenti colorate un po’ per vanità, un po’ per privacy e un po’ per sensibilità (alla luce, ndr)». Parola di Paul David Hewson, in arte Bono, che spiega perché non si separa mai dai suoi filtri colorati in un’intervista pubblicata sulla rivista “Rolling Stones” (Figura 3). Il celebre cantante degli U2 è solo una dei milioni di persone (bambini e adulti) nel mondo che ricorrono all’uso di lenti con filtri colorati per trattare i sintomi dello stress visivo. Tuttavia, lo stress visivo è un’entità diagnostica molto controversa, non riconosciuta dall’Associazione Americana di Optometria, né dal Collegio Reale degli Oftalmologi in Gran Bretagna. Non ci sono basi neuroscientifiche che sostengano l’uso di questi occhiali, né dati sperimentali in grado di comprovarne l’efficacia.

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Figura 3. Il cantante Bono che indossa i suoi occhiali colorati

Placebo esosi


Sin dall’antico Egitto, i colori sono variamente adoperati per presunte proprietà terapeutiche. Collins nel suo libro La follia di Banvard: tredici storie di uomini e donne che non hanno cambiato il mondo racconta la storia di Augustus James Pleasonton, spesso indicato come il padre della cromoterapia. Pleasonton era un militare americano che nel XIX secolo divenne famoso perché sosteneva di poter curare diverse patologie, nonché accelerare la crescita delle piante, filtrando la luce solare attraverso vetri blu (Figura 4, il suo libro del 1876, naturalmente con copertina blu). E ancora nel 1878 Edwin D. Babbitt, noto come il Profeta dei Colori, dava vita alla tradizione, tuttora vigente, di adozione del colore come panacea . È la cromoterapia, il cui scopo principale, comune a molte terapie a-scientifiche, è il bilanciamento di non meglio specificate “energie”.

In un serio volume sulla dislessia del 1964, Critchley notò che bambini con difficoltà di lettura leggevano meglio su carta colorata. Nulla del genere fu replicato fino al 1980, quando Meares descrisse casi di bambini con problemi e distorsioni percettive durante la lettura, che sembravano beneficiare dell’uso di carta o filtri colorati. E così arriviamo con Helen Irlen alla formalizzazione della procedura di diagnosi dello stress visivo, all’adozione di un trattamento con lenti colorate personalizzato e alla fondazione dell’omonimo Istituto in California, che si sta rapidamente diffondendo anche in Europa (http://www.irlen.eu/indeling.htm ). Il sito dell’Istituto Irlen, disponibile in vari colori, mette a disposizione un breve questionario e test per individuare l’eventuale presenza di disturbi percettivi, oltre che una gamma di colori tra cui scegliere quello più consono. Sebbene alcuni dei sintomi presi in considerazione nel sito siano annoverati nel quadro di patologie ben definite, non c’è traccia di inviti a rivolgersi a un professionista. In Gran Bretagna il costo di una diagnosi unita al trattamento di stress visivo si aggira tra le 350 e le 450 sterline. Peraltro, nel 2001, in un articolo per l’International Dyslexia Association, Helveston denuncia che due dei suoi colleghi, che si erano sottoposti a una formazione dell’istituto di Irlen, furono esplicitamente istruiti a mirare al 50 per cento di diagnosi positive. Nei libri della Irlen si legge che «il metodo Irlen è stato sviluppato, rifinito e studiato per molti anni» (1991, p. 194). Ovviamente non è riportato alcun dettaglio in merito alle ricerche in questione (in che anno sono stati condotti gli studi? Da quali autori? Su quali riviste sono pubblicati? Quali sono i risultati?). Ciliegia marchiana sulla torta, nei manufatti della Irlen la natura dello stress visivo è quasi del tutto ignorata. Quasi, se si esclude la melensa affermazione che lo stress visivo potrebbe riflettere «un deficit strutturale del cervello che coinvolge il sistema nervoso» (1991, p. 57).

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Figura 4. Il testo originale di Pleasonton
Recentemente, studi condotti dai principali propugnatori dei filtri colorati hanno ottenuto risultati contrastanti, che insinuano il ragionevole dubbio che le lenti colorate non siano altro che un costoso placebo. Discrepanti sono i dati che riguardano non solo gli effetti dei filtri, ma anche il colore specifico da usare eventualmente nei trattamenti (per tutti lo stesso colore? E se sì, quale? Oppure ogni persona ha una tinta ottimale, come sostiene Irlen?). Inoltre, un punto cruciale sul quale questi ricercatori sono ancora in disaccordo concerne il trattamento dello stress visivo come forma distinta di dislessia.

BOX 1. Dislessia

La dislessia è stata descritta per la prima volta nel 1891 dal neurologo francese Dejerine (Figura 2), che dimostrò che la porzione posteriore sinistra del cervello svolge un ruolo cruciale nella lettura. Consiste nella difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, con problemi nella correttezza e nella rapidità della lettura. Si riscontra in bambini scolarizzati, di intelligenza normale, senza deficit sensoriali. Si può tradurre nell’incapacità di distinguere lettere simili per forma (m, n) o per suono (d, t), nell’inversione di lettere nell’ambito di una sillaba (“di” si legge “id”), nell’omissione di lettere o sillabe nell’ambito di una parola (“doni” invece di “domani”), nella sostituzione di intere parole nel corso di una prova di lettura (“auto” per “aereo”).

Può insorgere anche in conseguenza di un danno cerebrale focale, nella maggior parte dei casi a carico dell’emisfero sinistro, o di un danno cerebrale diffuso in adulti che prima della compromissione sapevano leggere normalmente. Clinicamente la dislessia si manifesta raramente come disturbo isolato. Il più delle volte è associata a un disturbo di scrittura o a più ampie difficoltà di elaborazione del linguaggio, o di coordinazione motoria.
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Figura 2. Il neurologo Jules Dejerine (1849-1917)


A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu


Non è mai stato stabilito che il miglioramento della dislessia sia una specifica conseguenza del trattamento con filtri colorati. Se un lettore dislessico guarda un testo attraverso lenti colorate, con la convinzione che possano agevolare e potenziare la lettura, amplifica la sua motivazione a fare bene e le aspettative possono essere sufficienti a migliorare in qualche misura la lettura nel breve termine. I bambini sono particolarmente suscettibili all’effetto placebo. Quindi, la domanda non è se la lettura possa beneficiare di lenti di uno specifico colore, ma se la lettura possa beneficiare delle lenti colorate più di quanto beneficerebbe di lenti non colorate (o di un colore diverso da quello “prescritto”) senza che il lettore sappia quale paio abbia effetti terapeutici, onde evitare l’effetto placebo. Un tale studio è stato condotto recentemente (Ritchie et al., 2011) presso la scuola elementare “Newark” di Port Glasgow in Scozia su 61 bambini tra i sette e i dodici anni segnalati dalle maestre per presunti disturbi di apprendimento. L’esperimento si dipanava in tre sessioni. In una prima sessione, i bambini furono testati da Liz McKelvie, “terapista Irlen”, abilitata a “diagnosticare” l’omonima sindrome, che individuava i bambini con stress visivo e prescriveva a ognuno il colore ottimale per i lucidi trasparenti da sovrapporre ai fogli di lettura. I bambini, dunque, vennero suddivisi in due gruppi, “con” e “senza stress visivo”. Nella sessione successiva, veniva valutata l’abilità di lettura nei due gruppi di bambini in tre condizioni: con lucidi del colore specifico prescritto con il metodo Irlen (il colore “giusto”), con lucidi di un colore a caso non prescritto (il colore “sbagliato”) e con lucidi non colorati. In questa seconda sessione, i bambini e lo sperimentatore non sapevano a quale dei due gruppi fossero stati assegnati (metodo sperimentale del doppio-cieco). Infine, nella terza sessione, i bambini venivano valutati da un ortottista indipendente.

Il risultato più rilevante è rappresentato dall’assenza di qualsiasi effetto immediato determinato dai tre tipi di lucidi sulle prestazioni di tutti i gruppi di bambini. I lucidi colorati (del colore “giusto” e “sbagliato”) e non colorati non avevano alcun impatto non solo sulla velocità di lettura, ma nemmeno nella comprensione.

Un ulteriore elemento è stato scoperto per serendipity, ovvero per caso. Tre bambini sono stati esclusi dal gruppo “con stress visivo” perché già usavano lenti colorate. Questi tre bambini, che non potevano essere, per ovvi motivi, all’oscuro del gruppo di appartenenza, mostrarono un chiaro e consistente effetto quando usavano lucidi del colore “giusto”, ossia prescritto dalla procedura di Irlen. Quindi, gli unici bambini che leggevano meglio quando si servivano di lucidi colorati (del colore “giusto”) erano quelli consapevoli di avere una forma di stress visivo e convinti che le lenti colorate migliorassero la loro lettura. È molto probabile che questi tre bambini si siano lasciati suggestionare dalle loro credenze. Tanto è vero che la loro lettura beneficiava anche, ma in maniera meno evidente, dei lucidi del colore “sbagliato”, quello cioè scelto a caso, di solito attingendo a una tinta completamente opposta rispetto a quella consigliata da Irlen. Secondo la teoria di Irlen della personalizzazione del colore, la lente con la tinta ottimale (quella “giusta”) funzionerebbe perché filtrerebbe le tonalità di colore fastidiose per uno specifico individuo. Di conseguenza, una tinta opposta a quella prescritta dovrebbe addirittura peggiorare la situazione. Il comportamento di questi tre bambini evidenzia un forte effetto placebo per lenti colorate (n’importe quelles) e conferma l’importanza di una procedura in doppio-cieco.

L’esperimento è stato replicato a distanza di un anno dallo stesso gruppo di ricercatori sul medesimo gruppo di bambini. Alcuni di questi continuavano a usare i lucidi colorati per la lettura, altri non usavano alcun supporto, sebbene fosse stata loro diagnosticata la sindrome di Irlen, e una parte di loro non usava supporti, non avendo ricevuto quella diagnosi. In questo secondo esperimento i bambini erano in tutto 41. Ancora, dopo un anno, non è stata riscontrata alcuna differenza nella prestazione ai test di lettura dei tre gruppi. Tutti i bambini leggevano meglio rispetto all’anno precedente e la percentuale di miglioramento non differiva in relazione al gruppo di appartenenza (Ritchie et al., 2012).

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Figura 5. I lucidi colorati sono oggetti piacevoli che ispirano simpatia, sono stati anche usati per la pubblicità dell’ultimo tour dei Negramaro (a meno che siano tutti affetti dalla sindrome di Irlen)
Una rassegna sistematica sull’efficacia del meotdo Irlen nel trattamento dei difetti di lettura è stata condotta nel 2008 da Albon e colleghi per valutare «l’efficacia e il rapporto costo-efficacia dei filtri colorati per i problemi di lettura».

Albon e colleghi enfatizzano la scarsa qualità degli studi passati in rassegna e concludono che non esiste ancora prova convincente che i filtri colorati agevolino la lettura in casi di dislessia o altre difficoltà nel leggere. Infine, gli autori esprimono la necessità di studi meglio impostati soprattutto nella pianificazione del trattamento di controllo. La tecnica del doppio-cieco (i.e., né lo sperimentatore, né il partecipante sanno quale sia la condizione di controllo e quale quella sperimentale d’interesse) è cruciale in questo tipo di esperimenti, per essere certi che i risultati non siano determinati dalle aspettative di chi conduce l’esperimento o da quelle di chi viene testato.

Intervistato dalla BBC, John Stein, presidente del Dyslexia Research Trust (organizzazione benefica che ha sede presso l’Università di Oxford e si occupa di studiare nuovi approcci efficaci ai problemi di lettura), sostenne che i trattamenti che si avvalgono di lenti colorate sono controversi perché le persone sono restie all’idea che una risposta alla dislessia possa essere così semplice (Figura 5). Il trattamento è invece controverso perché effettivamente mancano dati empirici in grado di dimostrarne l’efficacia. Ed è soltanto la sua semplicità naïf che lo rende così attraente e resistente alle critiche. Inoltre, i neuroscienziati devono prestare particolarmente attenzione ai trattamenti che promuovono. Quando gode dell’avallo delle neuroscienze, infatti, un trattamento acquista ulteriore credibilità in particolare agli occhi dei non-esperti. Non c’è alcuna buona ragione neuroscientifica che giustifichi l’uso di filtri colorati per agevolare la lettura. Al contrario, fortunatamente esistono trattamenti realmente efficaci per il trattamento della dislessia. Nessuno di questi è così banale come i lucidi colorati, ma del resto la dislessia è un fenomeno molto complesso. Problemi sensoriali possono contribuire in alcuni casi. Dunque, soprattutto se si esperiscono distorsioni visive, una valutazione della vista è fondamentale. Tuttavia, molti sono concordi nel ritenere che la maggior parte delle persone affette da vera dislessia abbiano problemi cognitivi nell’elaborazione del linguaggio e gli interventi più promettenti sono indirizzati proprio a rimediare a questa difficoltà. Insegnare a riconoscere i singoli fonemi produce significativi miglioramenti di lunga durata. Questi interventi si basano spesso su una terapia intensiva personalizzata. Non esistono scorciatoie né formule magiche. La nostra comprensione del fenomeno della dislessia progredisce su vari fronti, dai fattori cognitivi che influenzano la lettura, alle misure diagnostiche predittive che analizzano le funzioni cerebrali e i fattori di rischio genetici, alimentando un motivato ottimismo. Tali avanzamenti nella conoscenza possono raffinare l’efficacia dei trattamenti ed essere indirizzati ai bambini più vulnerabili in stadi precoci di sviluppo. Occorrono una prudenza estrema e conoscenze specifiche per vagliare con spirito critico le informazioni che si trovano navigando sul web. Una consapevolezza pubblica più ampia della natura e del valore delle evidenze scientifiche faciliterebbe senza dubbio valutazioni informate dei prodotti terapeutici che usiamo.

Per saperne di più


  • Albon E., Adi Y. e Hyde C. 2008. The Effectiveness and Cost-effectiveness of Coloured Filters for Reading Disability: A Systematic Review. Birmingham: University of Birmingham Department of Public Health and Epidemiology.
  • McIntosh, R.D. e Ritchie, S.J. 2012. Rose-tinted? The use of coloured filters to treat reading difficulties. In Neuroscience in Education, Eds. Sergio Della Sala e Mike Anderson, pp. 230-244, Oxford University Press.
  • Ritchie, S.J., Della Sala, S. e McIntosh, R.D. 2011. Irlen colored overlays do not alleviate reading difficulties. “Paediatrics”, 128, pp. 932-938.
  • Ritchie, S.J., Della Sala, S. e McIntosh, R.D. 2012. Irlen Colored Filters in the Classroom: A 1-Year Follow-Up. “Mind, Brain, and Education” 6, pp. 74-80.