Luis Jacolliot, esploratore di misteri

  • In Articoli
  • 06-12-2014
  • di Felice Pozzo
image
La leggendaria città di Agarthi
©Jeremy Vickery
Se esiste un libro che ha fatto scuola nella letteratura esoterica e del cosiddetto realismo fantastico, si tratta senza dubbio di Le matin des magiciens (Gallimard, 1960) di Louis Pauwles e Jacques Bergier, tradotto in Italia nel 1963 e ristampato innumerevoli volte.
Pauwels amava qualificarsi «occultista e surrealista», mentre Bergier è stato definito «mitografo della scienza che nei confronti della stessa ha sempre tenuto un atteggiamento distaccato e anticonformista».
Nel loro libro i due autori citano a più riprese Louis Jacolliot e nel presentarlo precisano: «Egli scrisse un'opera di considerevole anticipazione, paragonabile, se non superiore, a quella di Jules Verne. Ha lasciato inoltre parecchie opere dedicate ai grandi segreti dell'umanità. Quest'opera straordinaria è stata saccheggiata dalla maggior parte degli occultisti, profeti e taumaturghi».
Aggiungono molte altre cose: ad esempio che a lui si deve, in origine, l'idea del vril, «l'enorme energia di cui non utilizziamo che una infima parte nella vita ordinaria, il nerbo della nostra possibile divinità». Il vocabolo vril, di pura fantasia, è attribuibile a Edward Bulwer-Lytton (1803-1873), che ne scrive nel romanzo The Coming Race (1871), tradotto in Italia nel 1898 con il titolo La razza futura e ristampato nel 1980 con il titolo La razza ventura.
In esso Bulwer-Lytton descrive un vasto mondo sotterraneo in cui vivono umani dotati di vita psichica evoluta, padroni del vril, appunto, e pronti a regnare sulla superficie della terra. Secondo gli studiosi Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco si tratta di una simbologia della «forza interiore conquistata con la purificazione del proprio intimo», espressa seguendo gli insegnamenti dell'esoterista Alphonse Louis Constant (1811-1878), meglio noto come Eliphas Lévi.
Che «l'idea» del vril sia riconducibile a Jacolliot è tuttavia ipotesi rimasta priva di riscontri.
Alec Maclellan, nel suo The Lost Worl of Agharti (1996), tradotto in Italia nel 1998 con il titolo Agharti il mondo sotterraneo e ristampato nel 2001 con il titolo Da Atlantide a Shamballah, cita a questo proposito un volume di Jacolliot, Phénomènes et Manifestations, che fa risalire al 1877, sei anni dopo The Coming Race, dove sarebbe descritta l'evocazione effettuata da un fachiro d'un probabile spirito del popolo di Asgartha, un mondo scomparso che, secondo Maclellan, Jacolliot riteneva ubicato «da qualche parte sotto il cuore dell'Asia». Segue una citazione, preceduta dalla frase «Più tardi [Jacolliot] scrisse», senza indicazione di data e titolo, dove si legge l'affermazione di un «dotto bramino» secondo cui le scoperte scientifiche sino ad allora effettuate dagli occidentali non potevano minimamente competere con quanto ottenuto dagli studi indù: «Per più di ventimila anni abbiamo studiato le forze sottili della natura, ne abbiamo scoperto le leggi, e facendole agire da sole o in sintonia con la materia otteniamo fenomeni ancor più stupefacenti dei vostri». Tutto qui.

Jacolliot - cerimonie segrete


di Felice Pozzo

Avvalendosi delle sue conoscenze in India, Jacolliot poté assistere a cerimonie religiose inaccessibili ai profani. Nel libro Voyage au pays des perles (1874), ad esempio, scrive di come, con la complicità del bramino Souprany Chetty, abbia potuto assistere di nascosto alla Sakty-poudja (festa della natura fecondata) nel tempio di Kandah-Swany. Dopo aver raggiunto di notte l'edificio travestito da malabaro, fu accompagnato in un passaggio nascosto tra le zampe di un enorme elefante di granito, da cui si dipartiva un tortuoso corridoio che consentiva di raggiungere una cripta situata nel buio tra le sculture e i bassorilievi di una delle pareti sotterranee del tempio. Poté così descrivere, nei limiti consentiti dalla decenza, una festa orgiastica in cui bajadere, fachiri e bramini, sotto l'effetto di liquori e oppio, compivano un rito che, spiega Jacolliot (sempre intento a dimostrare l'influenza dell'India sul resto del mondo sin dai tempi più antichi), era accostabile ai misteri eleusini in onore della dea Demetra (Ceres, Cerere); ai riti che avvenivano nei templi di Bacco, Giove e Venere in Grecia; di Mitra presso i maghi della Persia o di Osiride in Egitto.
Piace ricordare come Emilio Salgari abbia saccheggiato queste pagine per descrivere, nel romanzo La Montagna di Luce (1902), le avventure notturne di Bandhara nella pagoda in cui si festeggia la demonessa Holika e di come si sia nascosto in una nicchia formata dalle proboscidi di due teste d'elefante scolpite, per spiare.
Salgari si è auto-censurato ancor più di Jacolliot, nella sua descrizione, che è comunque allusiva a sufficienza per la presenza, più volte evidenziata, di bajadere e di abbondanti libagioni di liquori drogati. Superfluo precisare che la festa dell'Holi, ispirata alla demonessa citata e celebrata ancora ai giorni nostri, è assolutamente diversa e del tutto innocua.

Insomma, se l'affermazione di Pauwles e Bergier circa una ipotetica supremazia di Jacolliot rispetto a Verne è davvero opinabile, quella riguardante il vril è quasi insostenibile, per lo meno sino a nuove rivelazioni.
Non sarebbe una questione rilevante, se il vril non fosse stato abbinato, poiché una cosa tira l'altra, al mondo sotterraneo denominato Agharti e se tutte queste fantasie non avessero attirato l'attenzione di Hitler, non avessero influito sulla creazione della “Società tedesca del Vril” e persino sulla inqualificabile teoria della terra cava. Ma perché far entrare Jacolliot in questa faccenda?
É vero che egli ha più volte scritto di Asgartha (la Città del Sole), sede del potere sacerdotale di ignota ubicazione, caduta dopo una rivolta avvenuta diecimila anni prima della nostra era, secondo la datazione «fissata nel libro degli Zodiaci» indù.
Asgartha, ha scritto Jacolliot, era retta dal brahmatma, supremo capo religioso nominato dai bramini e manifestazione visibile della divinità sulla terra. Non si rileva peraltro alcuna affinità, se non fonetica, con Agharti.
L'ubicazione sotterranea di un centro iniziatico denominato con grafia leggermente diversa, Agarttha, è riconducibile invece all'opera Mission de l'Inde (1910) dell'occultista Joseph Alexandre Saint-Yves d'Alveydre (1842-1910), agli scritti di Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891) e, con la nuova grafia Agarthi, a Ferdinand Ossendowski (1876-1945), autore del libro allegorico Beats, Men and Gods (1924), tradotto in Italia l'anno successivo (Bestie, Uomini e Dei), che narra di un viaggio nell'Asia centrale compiuto intorno al 1920.
Come non bastasse, il ruolo di Jacolliot in questa storia basata interamente, come si è visto, su opere di fantasia scritte da altri, in bilico tra l'esoterismo e l'occultismo, è d'altronde ridimensionato da un'autorità nel settore, René Guénon (1886-1951), nel libro Le Roi du Monde (1927), riferito a una sorta di legislatore primordiale, dove si legge che prima di Saint-Yves d'Alveydre nessuno in Europa aveva menzionato Agarttha né il suo capo brahmatma, se non «uno scrittore di scarsa serietà, Louis Jacolliot, alla cui autorità non si può certo fare riferimento; da parte nostra», aggiunge Guénon, «pensiamo che egli avesse realmente inteso parlare di quelle cose durante un suo soggiorno in India, ma per manipolarle poi, come tutto il resto, alla sua maniera eminentemente fantasiosa».

Jacolliot e il fachirismo


di Felice Pozzo

Nei numerosi libri di Jacolliot, sia di viaggio, come Voyage au Pays des fakirs charmeurs (1881), sia di saggistica, come Le spiritisme dans le monde (1875), si leggono numerose pagine sulle facoltà paranormali dei fachiri, descritte come autentiche. In quanto ai magnetizzatori, spicca la descrizione del fachiro Chibh-Chondor e della esibizione alla quale l'autore poté assistere nella residenza del colonnello Maxwell a Jaffna, ricca di interventi su animali (in particolare serpenti) e persone. Si legge, ad esempio, di un giovane domestico addormentato all'istante con l'ipnosi e poi costretto ad obbedire a diversi ordini suo malgrado; di Jacolliot e del suo ospite impossibilitati a muovere le gambe; di una domestica analfabeta addormentata con il fluido magnetico, alla quale è ordinato di enunciare ad alta voce ciò che Jacolliot sta pensando, così che, con grande stupore dei presenti, recita in greco versi dell'Iliade.
Ancora più strabiliante apparve ai lettori dell'epoca la descrizione delle facoltà del fachiro Covindassamy, tanto più che Jacolliot, per evitare trucchi, pretendeva l'assoluta nudità dei soggetti, fatto salvo un esiguo perizoma, specie quando praticavano la levitazione o facevano germogliare istantaneamente semi di piante messi nella terra di un vaso o spostavano pesanti oggetti usando la forza del pensiero o eseguivano altre “diavolerie” del genere, in particolare le materializzazioni di oggetti.
Se Jacolliot fu in aspra polemica con le gerarchie ecclesiastiche per via delle sue teorie sul cristianesimo germinato dalla religione indù, quelle pagine appianarono in parte le dispute. Furono infatti giudicate interessanti in quanto dimostravano... l'esistenza del demonio. Così si legge, per lo meno, sul settimanale torinese “Silvio Pellico” nel 1895, edito dai cattolicissimi editori Speirani, dove le testimonianze di Jacolliot furono ritenute utili allo scopo. Altrettanto dicasi per quanto scrive un religioso, nascosto dietro lo pseudonimo “Frate Fuoco”, nel libro Occultismo e i suoi fenomeni (1940), edito dalla Pia Società San Paolo di Alba: le opere di Jacolliot vi sono definite «bellissime».
In Spiritismo (1900), uno dei più fortunati manuali Hoepli- a lungo considerati «un'enciclopedia permanente di scienze, lettere, arti e mestieri»- il professor Armando Pappalardo ha trattato l'argomento “fachirismo” (capitolo quarto) citando pressoché interamente le varie pagine di Jacolliot sull'argomento, così da consacrarlo esperto internazionale. Se si considera che questo manuale ha ottenuto la quinta edizione nel 1917, si comprende quale diffusione abbia ottenuto.
La presunta competenza del nostro autore è ancora riscontrabile nel settembre 1965 su “Atlante”, mensile dell'Istituto Geografico De Agostini di Novara, in un interessante articolo sui fachiri.

Un bel salto, dagli elogi di Pauwles e Bergier! In realtà, a nostro avviso, Jacolliot si concentrò soprattutto sulla teoria secondo cui, in seguito all'antichissima diaspora dei reietti indù, la gran parte delle tradizioni, civiltà, religioni, lingue e filosofie del mondo, deriverebbero dall'India. Le sue ricerche, confluite in un numero impressionante di volumi, probabilmente non furono supportate da strumenti adeguati, ma sicuramente si collocano nella non sopita diatriba ottocentesca, accesa in quegli anni più in sede religiosa e filosofica piuttosto che in ambito scientifico. Egli tenne peraltro in considerazione testi di scienziati e orientalisti europei della scuola razionalista, tra cui l'astronomo Jean-Sylvain Bailly (1736-1793), che si occupò anche dei calcoli astronomici compiuti dagli antichi indiani e poi imitati ovunque, e il filosofo Victor Cousin (1792-1867), secondo cui «la storia della filosofia dell'India è il riassunto della storia filosofica del mondo».
Il fatto, poi, che la sua popolarità gli derivasse da un numero anche maggiore di libri di viaggio, di romanzi di avventure e persino di libri polizieschi, offuscò l'immagine che si era faticosamente creato. Dopo tutto non si può negare la validità di non poche sue faticose ricerche: ad esempio quella riferita alla traduzione del Manou ritenuto originale. Questo antico testo indù aveva già ottenuto importanti versioni basate su testi rintracciati nell'India del nord, ritenuti peraltro alterati dai bramini sotto la legge del Corano. Perciò Jacolliot rintracciò i manoscritti conservati nelle pagode di Vilnoor e Chelambrum, nel sud dell'India, e li tradusse sotto la guida di sapienti religiosi.
Nato a Charolle in Sâone et Loire nel 1837, morì a soli 53 anni a Saint-Thibault-des-Vignes, dove ricopriva la carica di sindaco, lasciando la moglie Marguerite Faye e due figli ancora piccoli.
Per un paio di anni, dal 1865, aveva svolto mansioni di magistrato a Pondichéry, capitale degli ormai esigui possedimenti francesi in India. Nel 1867 fu trasferito a Chandernagor, dove divenne presidente del tribunale e poi fu inviato con le stesse mansioni a Tahiti, nella Polinesia francese, per tornare in patria, già noto come scrittore, nel 1875. Durante dieci anni aveva trascorso le intere vacanze giudiziarie compiendo viaggi, escursioni, ricerche, studi, interviste. Risale al 1871 il suo prolungato viaggio in Nigeria, Benin, Camerun e Congo, svolto in gran parte con il viaggiatore americano Edward Adams: ne ricavò tre libri pubblicati tra il 1879 e il 1881; successivamente andò in Australia e descrisse quell'esperienza in due volumi apparsi nel 1884.
Ma il ciclo più importante della sua opera odeporica riguarda l'India e dintorni: sono dieci volumi più volte ristampati, che lo hanno reso a lungo famoso come esperto di fachirismo e hanno ispirato non pochi romanzieri di avventure, tra i quali il nostro Emilio Salgari (1862-1911), che attinse peraltro anche all'altra produzione di Jacolliot. É piuttosto sorprendente, ad esempio, verificare come nel romanzo Le due Tigri (1904), Salgari abbia inserito un dialogo dell'indiano Tremal-Naik intento a spiegare a Sandokan, che è invece credente di Allah, in cosa consista l'inferno indù: la descrizione è tratta di peso da un antico testo indù, il Padma-Pourana, così come è trascritto nel volume Manou- Moise- Mahomet (1876) di Jacolliot.
I fortunati editori di Jacolliot furono principalmente i parigini Dentu, Lacroix e Flammarion, per non dire del proficuo sodalizio con Georges Ducaux (1845-1914), che fondò nel 1870 la Librairie Illustrée, ceduta dopo vent'anni ai famosi editori Jules Tallandier e Georges Montgrédien.
In Italia molte sue opere del genere avventuroso sono state pubblicate dal milanese Sonzogno, sia (a puntate) sul prestigioso “Giornale illustrato dei viaggi e delle avventure di terra e di mare” (fondato nel 1878), sia in volume.