Il mistero del lago degli scheletri

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  • 21-11-2019
  • di Roberto Labanti
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Scheletri umani presso il lago Roopkund. ©Schwiki commons.wikimedia.org
Nell’Uttarakhand, uno dei dieci stati nella regione indiana della catena montuosa dell’Himalaya, a un’altezza intorno ai 5000 m sul livello del mare, ai piedi del massiccio di Trisul, si trova un lago glaciale chiamato Roopkund, forse più conosciuto come “lago della morte” o “lago degli scheletri”. Il perché di un nome così dark ce lo ha spiegato Sonia Ciampoli nel suo Misteri svelati (2017): «sotto la coltre di ghiaccio che ricopre per quasi tutto l’anno il lago [...], sono visibili centinaia di scheletri umani»[1].

La presenza di resti umani era certamente nota agli abitanti della zona che, nella loro tradizione, paiono aver sviluppato una serie di racconti in grado di spiegarne l’origine e, allo stesso tempo, di rendere il lago un qualcosa da evitare. Agli inizi del Novecento sembra che gli scheletri siano stati notati da escursionisti europei e da persone impegnate in pellegrinaggi religiosi[2]. È solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, però, che la notizia dell’esistenza di un “lago della morte” raggiunse, almeno due volte e in modo indipendente, l’Occidente attraverso lanci di agenzie di stampa[3]. Era nato il mistero del Roopkund, un sito archeologico che oggi si presenta estremamente disturbato sia per cause naturali (frane) sia perché gli scheletri sono stati manipolati da persone di passaggio che, spesso, hanno anche rimosso elementi dell’abbigliamento e altri manufatti.

Lo scorso 20 agosto, sulla rivista peer-reviewed Nature Communications, un team guidato dal paleo-genetista David Reich dell’Harvard Medical School di Boston ha pubblicato Ancient DNA from the skeletons of Roopkund Lake reveals Mediterranean migrants in India, un articolo open access che presenta alla comunità scientifica internazionale una serie di dati sugli scheletri ricavati da indagini di tipo bio-archeologico (in particolare DNA antico, isotopi stabili, datazione radiometrica 14C e analisi osteologica) che, in qualche caso, hanno restituito risultati sorprendenti, come quello che già emerge nel titolo[4].

La storia di questo articolo ha inizio una quindicina di anni fa, nel 2004, quando il National Geographic realizzò un documentario dedicato al Roopkund. In tale occasione, un’équipe di studiosi di diverse discipline sottopose gli scheletri del lago a una prima serie di analisi scientifiche. Fra questi c’erano l’antropologo fisico Subhash Walimbe del Deccan College Post-Graduate and Research Institute di Pune, in India (il cui rapporto preparato all’epoca è oggi disponibile, riveduto, fra il materiale supplementare dell’articolo) e il genetista Lalji Singh (1947-2017) del CCMB. Lo studio attuale prende le mosse proprio dal laboratorio che Singh e Kumarasamy Thangaraj - uno degli autori dell’articolo - misero in piedi presso questa istituzione scientifica allo scopo di studiare i misteriosi reperti[5].

Degli scheletri, gli studiosi avevano a disposizione 76 campioni, fra ossa lunghe e denti. Per 70 individui è stato possibile estrarre e analizzare il DNA mitocondriale (mtDNA, quello trasmesso per via materna), mentre per 36 di questi e per altri due (23 maschi e 15 femmine) il DNA genomico totale. Per quest’ultimo gruppo, dopo l’estrazione del DNA, in 37 casi rimaneva abbastanza materiale per due ulteriori indagini: il 14C e anche (per altri otto individui, uno dei quali senza dati genetici) la misurazione degli isotopi stabili, necessaria per valutare il tipo di alimentazione.

Come dicevamo, i risultati sono stati in parte inattesi. Infatti, gli scheletri analizzati, che si è scoperto risalire ad almeno due diverse tragedie occorse a circa mille anni di distanza l’una dall’altra, si possono suddividere in tre gruppi geneticamente distinti.

Del primo, che i ricercatori hanno chiamato Roopkund_A, fanno parte 23 individui, 13 uomini e 10 donne. Reich e collaboratori ritengono che il profilo genetico sia simile a quello degli attuali abitanti dell’Asia meridionale (come, appunto, l’India), senza che però ci si trovi di fronte a un gruppo omogeneo. Il 14C ci dice che sono individui vissuti tra il settimo e il decimo secolo (e già nel 2004, in occasione del documentario, l’archeologo dell’Oxford University Thomas Higham era giunto ad un risultato compatibile per alcuni dei campioni[6]); forse, visto che alcune date non si sovrappongono, anche all’interno di questo intervallo cronologico potremmo trovarci davanti a diversi eventi fatali.

Il secondo gruppo, invece, identificato come Roopkund_B, è composto da 13 scheletri, di cui otto maschili. Sorprendentemente, i risultati genetici suggeriscono che i loro antenati, o loro stessi, provenissero dal Mediterraneo orientale, in particolare da Creta o da una regione vicina. L’alimentazione appare essere sostanzialmente non legata ai prodotti del mare e doveva prevedere il consumo di piante come grano, orzo e riso (e/o di animali alimentati con queste piante), un’indicazione del fatto che almeno negli ultimi decenni di vita erano presumibilmente vissuti in entroterra. Anche la datazione radiometrica ha fornito risultati singolari: le date di morte minime e massime per dodici di questi individui vanno dalla metà del XVII alla metà del XX secolo, con una data calibrata che si colloca per tutti fra il 1803 e il 1811, facendo ipotizzare un unico evento tragico.

Anche l’unico individuo (un uomo) inserito nel gruppo Roopkund_C, doveva essere vissuto nello stesso periodo e avere avuto una dieta simile ma, dal punto di vista genetico, è ipotizzabile un’ascendenza asiatico-orientale.

Ma chi erano davvero quelle persone? La genetica, la radiodatazione, lo studio dell’alimentazione non possono rispondere a questa domanda in maniera esaustiva. E non possono proprio rispondere alla questione che forse più è alla base dell’interesse per il “lago degli scheletri”: come sono morti? I risultati ottenuti, tuttavia, forniscono una cornice per nuove domande e per nuove risposte. Come le ipotesi che Reich e collaboratori hanno avanzato in chiusura del loro lavoro.

Partiamo dal gruppo più antico, Roopkund_A: che ci facevano lì? Il lago si trova oggi lungo il percorso del pellegrinaggio del Nanda Devi Raj Jat, attestato sui documenti dalla fine del XIX secolo. Tuttavia, nei templi della zona sono state trovate iscrizioni con una datazione compatibile con quella di questi scheletri, ed è quindi possibile che l’area fosse attraversata per motivi religiosi già prima del Mille: così, scrivono gli autori, «consideriamo l’ipotesi di una morte di massa durante un evento di pellegrinaggio come un’ipotesi plausibile almeno per alcuni individui» di questo raggruppamento.

Difficile, invece, che gli individui che abbiamo chiamato Roopkund_B, uomini e donne non geneticamente legati nati nel Mediterraneo orientale durante il periodo ottomano, siano stati coinvolti in una pratica religiosa di quel tipo. Si tratta però di persone (come l’unica di Roopkund_C) che sono decedute negli ultimi secoli, forse all’inizio del XIX secolo o più tardi, e, come abbiamo visto, c’è la possibilità che ciò sia avvenuto in un’unica occasione. Per gli studiosi, una importante futura linea di indagine potrebbe essere di tipo archivistico, alla ricerca di notizie su un largo gruppo di stranieri scomparso in quel periodo nella regione.

E per quanto riguarda le cause di morte? Una delle ipotesi fino a ora avanzate era che ci si trovasse di fronte alle vittime di un’epidemia. Reich e collaboratori hanno cercato nei campioni tracce genetiche di una serie di batteri patogeni, senza però rinvenirne qualcuno in grado di spiegare in questo modo i decessi. Non è un risultato dirimente, perché è possibile che un qualche patogeno non sia stato rilevato, ma si tratta comunque di un’indicazione interessante.

Un’altra ipotesi circolata era che si trattasse di vittime di grandinate: «a quell’altitudine e in quella zona» scriveva Ciampoli «la grandine può raggiungere dimensioni ragguardevoli, con chicchi fino a 7 cm di diametro». Gli autori dello studio, nell’aggiornare il rapporto di Walimbe, la ritengono ragionevole almeno per alcuni decessi, come quelli di tre individui (purtroppo non sappiamo a quale gruppo appartenevano, visto che l’analisi osteologica ha preceduto le altre) che, secondo l’antropologo fisico, presentavano quelle che possono essere definite fratture da compressione, causate da impatti eccessivi avvenuti al (o intorno al) momento della morte: un infortunio di questo genere, ricordava, può essere provocato dal «colpo di un oggetto pesante come una pietra [o un chicco di grandine] della dimensione di una palla da cricket[7]».

Il mistero del Roopkund non è stato risolto. Ma, come scrivono gli autori, «presi insieme, questi risultati hanno prodotto approfondimenti significativi su un antico sito enigmatico», dimostrando «il potere delle indagini biomolecolari nell’ottenere ricche informazioni [...] [dove per la natura del sito] i metodi archeologici tradizionali non sono così informativi[8]».

Si ringrazia per le riletture di parti del presente testo Sonia Ciampoli, Alessia Donzelli, Sofia Lincos, Simone Raho, Maria Pia Viscomi.

Note

1) Ciampoli, S. 2017. Misteri svelati: Viaggio razionale tra i classici dell’ignoto. CICAP, Padova, pp. 157-158, infra 157 (di seguito “Ciampoli”).
2) Negi, R. S. s.d. Rupkund human remains: a mystery yet unresolved, disponibile all'url https://bit.ly/2BqjvLv .
3) 500 skeletons found by Himalayan Lake. “Evening Dispatch”, 5 novembre 1945, p. 1; Bodies of 200 Found at Lake in Himalayas. “Los Angeles Times”, 3 luglio 1955, p. 4; Nair, V. M. Mystery of India's 'Lake of Death'. “Western Mail and South Wales News”, 5 agosto 1955, p. 4.
4) Harney, É. et al. 2019. Ancient DNA from the skeletons of Roopkund Lake reveals Mediterranean migrants in India. “Nature Communications”, vol. 10, n. 3670, disponibile all’url https://go.nature.com/2ZioqYa (di seguito, “Reich e collaboratori”).
6) https://bit.ly/2Bf8Bbm ; cfr. Supplementary Note 2- Physical Anthropology Assessment of Roopkund 38 Skeletons in “Supplementary Information” [a Harney, É. et al. 2019], pp. 5-12, infra pp. 5-6, disponibile all'url https://bit.ly/31gXFo5 .
7) Supplementary Note 2 citata in nota 6, pp. 11-12.
8) Harney, É. et al. 2019, p. 7.