Sieri dellʼamore e caschi marziani: le invenzioni di Giorgio Bonicioli

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  • 23-11-2018
  • di Paola Dassori
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Bonicioli scienziato Giorgio ©Istituto Luce
Quando Giorgio Bonicioli arrivò ad Arezzo, verso il 1948, la bella città toscana viveva la tranquilla vita provinciale, un po’ antiquata, tanto che la folla a passeggio per il corso principale (esclusi i fidanzati e gli sposi novelli) era divisa per sesso: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Per ovviare a questa malinconica consuetudine, lui quindi decise di inventare una “bomba benefica” che, esplodendo, iniettasse il siero dell’amore nelle vene degli aretini. Presto tutto fu pronto per una memorabile incursione aerea, ma la questura non diede la sua autorizzazione, e la bomba benefica fece il suo effetto soltanto sull’inventore, che difatti convolò a nozze con una giovane chiromante, Ivana Del Vita.

L’inventore era un ex capitano della marina mercantile romena, un uomo di mezza età dall’espressione imbronciata. Si chiamava Giorgio Eugenio Bonicioli o – come si leggeva nel suo biglietto da visita - Bonicioli scienziato Giorgio. L’ex capitano diceva di avere ereditato un bernoccolo per la meccanica dal padre, un armatore triestino. Ma mentre Bonicioli padre si divertiva soltanto a costruire modellini di nave in bottiglia, Bonicioli figlio aveva fatto collezione di brevetti: dalla macchinetta per tirare i punti molli, destinata ai sarti, alla pompa per gonfiare le ruote della bicicletta senza scendere di sella.

Dopo il fiasco della bomba benefica Bonicioli si accorse che con le opere di pace si guadagnava poco, ed entrò nel “giro degli armamenti”. Spedì alla Direzione Generale Armi e Munizioni presso il ministero dell’Aeronautica il progetto di un terribile ordigno, che descriveva così: “Lanciata da un aereo, la bomba esplode a poca distanza dal suolo falcidiando uomini e case per un raggio di chilometri”.

Dopo un breve carteggio Bonicioli fu invitato al ministero, ma dal colloquio ricavò soltanto un biglietto del treno per tornare a casa; allora spedì il progetto al Ministero della Difesa inglese, che dapprima sembrò interessato offrendogli un finanziamento di un milione e mezzo (diceva lui). La pratica non ebbe poi alcun seguito per ragioni che sono rima-ste misteriose, ma Bonicioli adornò ugualmente la porta del suo laboratorio con questa scritta: “In nome della legge è proibito a qualsiasi persona di entrare nel laboratorio di Bonicioli scienziato Giorgio. Segreti militari. The Secretary Ministry of Supply Department of Atomic, London”. Il tutto, circondato da timbri con la sigla “B.S.G.” e con il nome, cognome e qualifica dell’inventore.

Era l’epoca degli Sputnik e degli Explorer, e il fecondo inventore realizzò il progetto del missile “calmo” che avrebbe avuto solo funzioni esplorative e che per evitare di incendiarsi per l’attrito con l’atmosfera doveva viaggiare a bassa velocità. L’energia propulsiva sarebbe stata fornita da una “calamita stratosferica” e il percorso pilotato da “elettroni cosmici”. Ovviamente il progetto non fu finanziato dalle solite autorità (in)competenti ma molti aretini ebbero modo di osservare, nei pressi di piazza Sant’Iacopo, una grossa matita lunga tre metri e mezzo e di venti centimetri di diametro: il prototipo del geniale attrezzo.

Il suo capolavoro, però, fu un’altra invenzione: il “Dissolvitore B.G. chimico elettromagnetico contro le alluvioni” per fare tornare il timpùl bun, cioè il tempo buono. Il modellino, dall’aspetto di un curioso robot con spine elettriche colora-te, fumaioli, graticole, lampadine rosse e verdi, divertì i presenti all’esperimento che Bonicioli fece per gli operatori della “Settimana Incom”. Anche la coreografia della scena li mandò in visibilio: il geniale inventore, con in testa un copricapo tra l’elmo romano e il casco marziano, sormontato da un pennello, comandava un gruppetto di bambini (i pionieri atomici) che portavano in testa caschetti da astronauta e in mano misteriose palette con scritte in romeno, turco, greco, bulgaro. La televisione registrò il tutto, insieme a un gran tonfo, una fumata “elettro-fisico-chimico-telepatica” (così la chiama l’inventore) e una imprevista spruzzatina da parte di un nuvolone disubbidiente agli ordini categorici di Bonicioli.

Bonicioli morì una quarantina di anni fa, ma ancora adesso, se si chiede di lui a un aretino un po’ anzianotto quello comincia subito a raccontare mentre il viso gli si illumina in un largo sorriso al ricordo delle sue macchine e del suo casco romano con stampigliate davanti le lettere “BSG” cioè “Bonicioli Scienziato Giorgio” oppure, come dicevano i maligni, “Bevo Solo Grappa”.