Frozen II e il mito della memoria dell'acqua

Dai globuli bianchi al grande schermo

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Il 30 giugno 1988 la prestigiosa rivista scientifica Nature[1] pubblicò un articolo contenente dei risultati che avrebbero potuto rivoluzionare le conoscenze scientifiche, il cui titolo era “Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE”[2][3] (Degranulazione dei basofili umani innescata da antisiero IgE molto diluito). L’abstract dell’articolo riportava queste note: «Quando i basofili umani polimorfonucleati, un tipo di globuli bianchi con anticorpi di immunoglobulina E (IgE) sulla loro superficie, sono esposti ad anticorpi anti-IgE, questi rilasciano istamina dai granuli intracellulari e cambiano le loro proprietà di colorazione. Ciò può essere dimostrato a diluizioni di anticorpi anti-IgE da 1 x 1012 to 1 x 10120».

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Jacques Benveniste.
Di sicuro da queste poche righe non è semplice comprendere il tema centrale dell’articolo e che impatto avrebbero avuto le conclusioni raggiunte, una volta accertate. Vediamo di fare chiarezza.

I globuli bianchi, o leucociti, svolgono una funzione importantissima per la nostra salute. Sono delle cellule che viaggiano attraverso i vasi sanguigni e linfatici del nostro corpo e, grazie a particolari meccanismi biologici, riescono a contrastare l’azione patogena dei microrganismi (virus, batteri, ecc.) che oltrepassano la cute e le mucose, arrivando anche a distruggere i microrganismi stessi.

I globuli bianchi possono essere raggruppati in due macrocategorie: granulociti e agranulociti.

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Elisabeth Davenas.
I granulociti devono il nome al fatto che contengono al proprio interno i cosiddetti granuli, i quali a loro volta contengono sostanze che possono essere rilasciate al di fuori della cellula stessa; gli agranulociti invece non contengono granuli, come suggerito dalla lettera “a” iniziale del nome.

L’articolo, a firma di numerosi scienziati ma il cui autore principale era l’immunologo francese Jacques Benveniste, si concentrava su un particolare tipo di leucociti, i basofili, che sono granulociti contenenti granuli di istamina, una molecola organica il cui nome è molto noto a livello popolare ed è associata a processi infiammatori.

Il rilascio di istamina dovuto alla degranulazione da parte dei basofili avviene in base a un processo legato a due particolari legami biologici. Cerchiamo di chiarire quali sono.

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John Maddox.
Sulla superficie delle cellule dei basofili sono presenti dei recettori di immunoglobulina E (IgE) che è un anticorpo, e dunque se le cellule si trovano in prossimità di IgE avviene che (ecco il primo dei due legami) la IgE tende a legarsi ai recettori sulla superficie delle cellule stesse.

In questa situazione la cellula è potenzialmente pronta per la degranulazione (che porterà in questo caso al rilascio di istamina), per il quale è necessario ancora un secondo legame e cioè che un altro elemento interagisca con la IgE presente sulla superficie della cellula. Questo ulteriore elemento potrebbe essere un antigene in grado di interagire con la IgE, oppure un altro particolare anticorpo chiamato anti-IgE proprio perché è in grado di legarsi alla IgE. L’esperimento di Benveniste prevedeva l’uso di un siero contenente anticorpi anti-IgE che potessero attivare la degranulazione dei basofili in vitro.

Quanto descritto fa parte di conoscenze scientifiche ben note al momento della pubblicazione dell’articolo di Benveniste: se si fa interagire un siero contenente anticorpi anti-IgE con cellule di basofili sulla cui superficie è presente IgE, allora i basofili cominceranno a rilasciare istamina tramite degranulazione. Fin qui è tutto nella norma e consolidato dal punto di vista medico-scientifico.

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James Randi nel laboratorio di Benveniste
Immaginiamo ora di non fermarci a questo punto, ma di proseguire l’esperimento diluendo sempre di più il siero contenente anticorpi anti-IgE con acqua. Ci dovremmo attendere ancora la degranulazione da parte dei basofili?

Se un certo numero iniziale di anticorpi anti-IgE presenti nel siero fossero diluiti ripetutamente in acqua, ciò vorrebbe dire che da una certa diluizione in avanti nel siero non sarebbe più presente un solo anticorpo anti-IgE. In altre parole, durante questo processo un numero sempre più esiguo di anticorpi anti-IgE potrebbe interagire con le cellule producendo una degranulazione dei basofili via via minore, fino al punto che i basofili non sarebbero più in grado di rilasciare istamina, essendo rimasta nella diluizione solo acqua e neppure un solo anticorpo anti-IgE.

Incredibilmente le conclusioni dell’articolo e degli esperimenti di Benveniste non furono queste. Come l’abstract riportava, Benveniste dichiarò che le cellule continuerebbero a rilasciare istamina anche usando diluizioni da 1 x 1012 a 1 x 10120 di siero, situazioni in cui non sarebbe più presente un solo anticorpo anti-IgE. Come potrebbe essere spiegato un effetto magico di questo tipo?

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James Randi nel laboratorio di Benveniste
Benveniste nello stesso articolo suggerisce che l’acqua possa agire come un template per l’anticorpo e più in generale per tutte le molecole. In sostanza l’acqua avrebbe memoria di ciò che è stato in contatto con essa e, in totale assenza degli anticorpi inizialmente presenti nel siero a causa delle ripetute diluizioni, l’acqua pura riuscirebbe comunque a indurre nei basofili la degranulazione e dunque il rilascio di istamina.

Chi ci segue da tempo sa molto bene che l’articolo di Benveniste giocò un ruolo importante nel tentativo di dare credibilità alla disciplina pseudoscientifica dell’omeopatia[4] attraverso questa presunta proprietà nota come “memoria dell’acqua”, ma a livello di pubblicazioni scientifiche le cose andarono diversamente da quanto sperato dai sostenitori dell’omeopatia. L’allora direttore della rivista John Maddox, accanto all’articolo si era premurato di riportare una nota editoriale nella quale spiegava che avrebbe sottoposto gli esperimenti di Benveniste a un controllo più serrato e che avrebbe pubblicato al più presto i risultati ottenuti. E così il 28 luglio 1988 su Nature comparve un nuovo articolo[5] dal titolo “High dilution” experiments a delusion (Esperimenti ad alte diluizioni, una delusione), firmato da John Maddox, James Randi e Walter W. Stewart. Il sottotitolo chiariva che a seguito del controllo del team di Nature, i risultati di Benveniste si erano rivelati essere senza fondamento e in tutto questo il nostro James Randi aveva contribuito in maniera cruciale.

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La busta attaccata al soffitto viene recuperata.
Randi aveva sostituito le etichette delle provette prodotte dal team di Benveniste trascrivendo la corrispondenza fra le nuove e le precedenti etichette apposte dalla ricercatrice Elizabeth Davenas, sigillando quindi la trascrizione in una busta che aveva poi provveduto ad attaccare con nastro adesivo al soffitto[6] del laboratorio; in questo modo i dati delle provette sarebbero stati analizzati senza che nessuno del team di ricercatori fosse in grado di distinguere a priori le provette contenenti siero diluito da quelle contenenti siero non diluito usate per il controllo. E così la presunta memoria dell’acqua non si manifestò; inoltre altri elementi portarono a ritenere che in generale la manipolazione dei dati che davano i risultati positivi negli esperimenti precedenti era stata effettuata proprio dalla Davenas.

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Randi apre la busta.
Nonostante non abbia alcun fondamento, è curioso notare come il mito della memoria dell’acqua sia tuttora ben radicato e presente a tal punto che è stato utilizzato come chiave di volta del film d’animazione Frozen II della Disney che vede come protagoniste principali le due sorelle Elsa e Anna. Lungi dal voler fornire anticipazioni al lettore, basti però sapere che la città di Arendelle in cui si svolge la vicenda fra nevi e ghiacci nasconde un segreto legato a una storia accaduta nel passato. Il simpatico pupazzo di neve Olaf ribadisce[7] più volte durante il film che l’acqua ha memoria ed è grazie a questa proprietà magica dell’acqua in stato di ghiaccio che Elsa riesce a visualizzare ricordi della sua infanzia e addirittura ciò che era accaduto prima ancora della sua nascita, arrivando così alla soluzione del mistero. Che ci si trovi di fronte a un film di animazione e fantasia è chiaro a tutti, però è altrettanto vero che la frase del simpatico Olaf «Sai che l’acqua ha memoria? È un fatto vero. È contestato da molti ma è vero », può far pensare che la Disney voglia sostenere l’omeopatia attraverso questa bugia. A tal proposito è interessante riportare un episodio legato a Ross Blocher[8], Training Project Manager presso la Walt Disney Animation Studios, che conduce insieme a Carrie Poppy il podcast scettico Oh No, Ross and Carrie![9] dove i due affrontano temi legati al paranormale e alle pseudoscienze in stile CICAP. Ross è inoltre membro dell’Independent Investigations Group[10], un’organizzazione scettica, mentre Carrie Poppy è una scrittrice che ha addirittura lavorato presso la James Randi Educational Foundation e scrive regolarmente per la rivista Skeptical Inquirer.

Ross Blocher da parte sua, avendo lavorato sia al film Frozen che a Frozen II, nell’episodio del podcast Love: 528 Hertz Edition[11] del 24 novembre 2019 a partire dal minuto 19.00 rivela un piccolo retroscena avvenuto durante la lavorazione di Frozen II. Dopo aver esplicitamente sollevato le proprie perplessità agli autori del film, questi ultimi, probabilmente anche in base ai suoi commenti, avrebbero cercato di ammorbidire i riferimenti al tema nelle modifiche successive della storia, dal momento che non era nelle loro intenzioni utilizzare l’idea della memoria dell’acqua al fine di sostenere l’omeopatia. Potrebbe partire da qui una nuova leggenda urbana legata alla Disney?

Note

6) https://bit.ly/2QaS7ZJ (in questo video dal minuto 2.02)
7) https://bit.ly/2Tzu9JL (Es: Did you know that water has memory? True fact. It’s disputed by many, but it’s true.)