L’idea di prescrivere vitamina D e calcio per prevenire cadute e fratture negli anziani nasce da un ragionamento intuitivo: la vitamina D è importante per il buon funzionamento di muscoli e ossa, mentre il calcio è il principale componente dello scheletro. La carenza di vitamina D è stata associata a una riduzione della forza dei muscoli delle cosce e delle anche, essenziali per camminare e mantenere l’equilibrio. Bassi livelli di vitamina D e un ridotto apporto di calcio sono stati associati a una minore robustezza delle ossa.
Per questo, a lungo si è pensato che l’assunzione di vitamina D e calcio potesse contribuire a prevenire cadute e fratture negli anziani. Il ragionamento si basava soprattutto su studi osservazionali, che però hanno un limite: possono individuare associazioni tra due fenomeni, ma non dimostrare un nesso causale. Per stabilire se un trattamento è davvero efficace, servono studi clinici randomizzati, più affidabili.
Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata a maggio 2026[1] risponde al quesito: gli autori hanno analizzato 69 studi clinici randomizzati, per un totale di oltre 153.000 partecipanti, con l’obiettivo di valutare se calcio, vitamina D o la loro associazione fossero in grado di ridurre cadute e fratture. L’età mediana dei partecipanti era di circa 71 anni e nella maggior parte degli studi l’età media era di almeno 65 anni.
Nessuno dei trattamenti ha dimostrato di ridurre in modo significativo il rischio di cadute. Calcio e vitamina D assunti singolarmente non hanno ridotto in modo significativo nemmeno il rischio di fratture. La combinazione di calcio e vitamina D ha portato a una lieve riduzione del rischio di fratture, ma il beneficio osservato è risultato modesto e privo di una reale rilevanza clinica: una differenza può infatti essere statisticamente significativa senza tradursi in un vantaggio concreto per i pazienti.
Solo un terzo degli studi includeva persone con livelli medi di vitamina D inferiori a 50 nmol/L (nanomoli per litro di sangue), mentre pochissimi comprendevano partecipanti con grave carenza (inferiore a 25 nmol/L). Inoltre, solo una piccola parte degli studi riguardava persone con precedenti fratture, cadute ricorrenti o una diagnosi di osteoporosi. Ciò significa che i risultati della revisione si applicano soprattutto ad anziani relativamente autonomi e non necessariamente a pazienti con osteoporosi, cadute frequenti o gravi deficit di vitamina D.
Questo lavoro suggerisce che non è giustificato raccomandare come prassi calcio o vitamina D a tutta la popolazione per prevenire fratture e cadute. L’eventuale integrazione dovrebbe essere personalizzata, tenendo conto delle caratteristiche individuali, del rischio di frattura, dei livelli di vitamina D e della storia clinica di ciascuna persona. Alla luce di questi dati, esistono azioni con prove di efficacia più convincenti: tra questi l’esercizio fisico mirato, soprattutto per l’equilibrio e il rafforzamento muscolare, e programmi multifattoriali che valutano i rischi individuali e combinano attività fisica, controllo dell’ambiente domestico, educazione sanitaria e altre misure personalizzate.