Tre storie di ricercatori

  • In Articoli
  • 22-12-2000
  • di Lisa Maccari

Continuano gli iscritti alla lista LUMI a raccontare le proprie avventure infantili, e a ricordare i primi passi mossi tra le luci e le ombre della ragione. Quanto conta una disposizione di fondo per le materie scientifiche, e un'abitudine al trattare con esse per ragioni professionali, e quanto invece l'attitudine allo scetticismo risulta indipendente dal tipo di studi fatti e dalle attività svolte? Sentiamo cosa raccontano tre fisici impegnati nella ricerca, ancorché in indirizzi diversi e di età diverse, separati più o meno da una decina d'anni l'uno dall'altro.
Il più anziano dei tre è Bruno Barsella, astrofisico dell'università di Pisa, che esordisce rievocando serie ferite nella nostra storia non troppo remota, che nell'evoluzione del pensiero pesano comunque, e che è bene non perdere mai completamente di vista anche quando ci si concedono analisi più leggere: "Io purtroppo ho dimenticato quando sono diventato scettico: sarà il fatto che quando avevo dieci anni stava finendo la seconda guerra mondiale, e a quell'epoca anche i bambini avevano altro da fare..."
Riprendendo le asserzioni scherzose dei testimoni precedenti, alcuni dei quali avevano ammesso che una buona spinta verso una visione del mondo razionale poteva esser loro venuta da eccessiva fiducia nelle proprie capacità di comprensione e di controllo dei fatti, Bruno concorda che "il sentirsi un po' eccezionali possa costituire un buon punto di avvio"; poi, con gli studi e la professione, la consapevolezza di poter parlare di scienza in prima persona, liberamente e senza troppa paura e soggezione, hanno a suo parere per risultato naturale la convergenza delle idee verso un approccio generalmente equilibrato e concreto ai problemi. E questo porta, fatalmente, a diffidare di chi tende a complicare le interpretazioni quando non è necessario, o a dare per evidenti ipotesi che sono per lo meno dubbie... "Io sono fisico da un bel po'", conclude Barsella, e giunge a dichiararsi, con enfasi ironica, "scettico per definizione, ma negli ultimi tempi così tanto che comincia a darmi noia anche Piero Angela!"
Un altro ricercatore dell'università di Pisa, che invece ha vissuto la prima infanzia negli anni sessanta, è Riccardo Mannella. La prima polemica scientifica di cui abbia memoria risale alla quinta elementare, quando "il maestro titolare era malato, c'era una giovane supplente, e il quadro è quello di una scuola di campagna, con la stufa a legna in un angolo, e almeno quattro compagni di classe che finite le lezioni andavano a badare alle pecore. La tizia ci spiega il moto dei pianeti attorno al sole, e dice che fanno dei cerchi. Io: no, maestra, fanno delle orbite schiacciate (mica sapevo che si chiamavano ellissi!) e lei a rispondere che era la prospettiva sbagliata sui libri, cioè, mostravano i pianeti di sbieco, erano cerchi, ma sembravano schiacciati!
"Io: no, no, maestra, il sole non sta nel mezzo (come nel caso di cerchi di sbieco), sta da una parte (come in un'ellisse vista dall'alto)! insomma, finisce che mi becco un'ammonizione perché continuavo a dare fastidio in classe..." Con tali insegnanti, poco da stupirsi se l'analfabetismo scientifico dilaga, purtroppo. Ma Riccardo continua: all'età di 12 - 14 anni, a parte la scoperta dei testi scientifici per ragazzi della Zanichelli, e le nottate passate al freddo a guardare il cielo stellato, "ricordo di aver attraversato una fase di attenzione verso il paranormale, confortata dalla lettura dei libri di Kolosimo, e del Manuale della Strega, scoperto subito dopo quello delle Giovani Marmotte; giusto per curiosità, ho pure frequentato un club del paranormale, in cui si dissertava di spiriti, ectoplasmi e tavoli traballanti. Un pomeriggio ero spettatore di uno di questi esperimenti, il tavolo faceva le bizze, la tensione era a mille, io ero vicino al muro, lontanino dal tavolo, a cercare di capire cosa succedesse, quando sento qualcosa di morbido che mi si struscia sul collo dietro: mi giro, mi sento raggelato, c'era il gatto (nero, ovviamente) del circolo che camminava sul muro. In realtà le pareti erano coperte di moquette, e il gatto stava facendo una scalatina, ma lì per lì al buio, a momenti svengo! Comunque, la lettura di testi divulgativi seri mi distolse ben presto da questi passatempi. Posso però dire che ho conosciuto, e affascinato, mia moglie, mentre al liceo preparavo gli esperimenti per i miei compagni di classe (per la serie, "Riccardo, mi porti a vedere il laboratorio di fisica?")!
La terza voce è quella di Cesare Usai, che lavora all'Istituto di Cibernetica e Biofisica del CNR di Genova, e al quale dobbiamo il piacere di un ricordo curioso per molti scettici della prima ora: opera sua è, infatti, la celebre immagine della foto Kirlian di una falsa "mano energetica" di guaritore, realizzata con una forma metallica, che campeggia sulla copertina del libro Viaggio nel mondo del paranormale di Piero Angela nelle sue prime edizioni. Fondamentalmente critico verso le pseudoscienze fin da giovanissimo, ma non convinto in partenza della necessità di un impegno diretto, Cesare dichiara che poi "il durissimo impatto con i fenomeni paranormali avvenne, abbastanza casualmente, subito dopo la laurea, in occasione dell'ingenua e infelicissima idea dell'Università di Genova di ospitare un grande congresso di parapsicologia. Erano i primi anni Settanta: a questo congresso un tale ingegner Rodriguez, mi pare, brasiliano, presentò le prime immagini Kirlian di aure vitali. Ne uscii con un senso di frustrazione come poche altre volte ho provato in vita mia. Il fatto positivo di quell'esperienza fu che, in qualche modo che non conosco, Piero Angela, che stava progettando la sua prima famosa serie di trasmissioni televisive, venne a conoscenza della battaglia condotta con alcuni colleghi del mio istituto contro i settimanali che avevano sguazzato nelle aure vitali. Piombò in laboratorio, dove gli mostrai una serie di magiche esibizioni del mio trasformatore di Tesla (o camera Kirlian!), e in una di queste visite nacque anche l'idea della foto di una mano finta. Ne fui e ne sono molto orgoglioso, anche se devo ammettere che rimasi piuttosto male quando la vidi attribuita non a me, che avevo progettato camera, mano e foto, ma... al mio capo! Da allora non ho più effettuato attività scettica di tipo pubblico, ma solo per mancanza di tempo. Non ho comunque rinunciato, nel mio piccolo, a intervenire su queste cose ogni volta che ne ho avuto l'occasione".
Per questa volta ci fermiamo qui, con il proposito di dare spazio. invece, nel prossimo appuntamento, a testimonianze di chi con il mondo della ricerca e delle scienze esatte ha avuto molto meno a che fare. Vale sempre, ovviamente, l'invito a contribuire con i propri ricordi a chiunque legga queste pagine!