La nascita dell'universo

E la differenza che c'è tra la scienza e le verità rivelate

  • In Articoli
  • 12-12-2003
  • di Andrea Frova

 

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Ricevo la seguente domanda, proveniente da Giorgio Segni: "Perché la Bibbia dà dell'origine del mondo una spiegazione così difforme da quella che appare dalle più recenti scoperte della scienza?". La domanda mi è stata posta più volte da giovani che, col progredire delle loro conoscenze, restano delusi di scoprire in un testo sacro così tante fallacie. Basti pensare che la Bibbia pone la creazione della terra, già completa di piante, animali ed esseri umani, a circa seimila anni fa, contro i 4,5 miliardi di anni di età del nostro pianeta - circa un terzo di quella dell'universo - accertati con la datazione tramite l'uranio radioattivo. Se la Bibbia sbaglia sull'origine del mondo e della specie umana, dicono questi giovani, perché dovrebbe non essere in errore su altri aspetti?

Vediamo allora come, a differenza delle verità rivelate, opera la scienza. Essa fa delle ipotesi sulla base di certe evidenze sperimentali, evidenze che sono, nel settore cosmologico, soltanto indirette perché non è possibile riprodurre ad arte l'ipotetico big bang: un secolo fa il modello del big bang e dell'universo "piatto" in continua espansione non esisteva, oggi sembra proprio che ci abbia messo sulla giusta strada. Le ipotesi della scienza sono sempre suscettibili, sulla base di nuovi risultati, di venire aggiornate o persino rinnegate. Benché la ricerca scientifica riesca di volta in volta a rendere conto di fenomeni che a un dato momento della storia parevano inspiegabili, ad essa non si potrà mai scrivere la parola fine, perché è nella sua stessa natura di sollevare sempre nuove domande, tanto più ardue e numerose quanto più si allarga l'orizzonte del sapere. La scienza semmai ci fa scoprire di conoscere ben poco. È oltremodo difficile, quindi, che la scienza riesca mai a spiegare in maniera conclusiva l'origine dell'universo e della vita. Non per questo, tuttavia, siamo legittimati a proporre, per ciò che non si sa ancora spiegare, risposte dogmatiche sprovviste di sostegno razionale e sperimentale. Ma allora, perché pretendere che, su un soggetto così straordinariamente complesso come l'origine e la natura dell'universo, possa venire qualche lume da un testo dell'antichità, concepito quando praticamente gli uomini nulla sapevano? La Bibbia va presa come una favola (sono parole di Giordano Bruno, che anche per questo finì sul rogo), altrimenti dovremmo dire con Galileo che essa è una collezione di "eresie e bestemmie"1. Tutto ciò che è raccontato nella Bibbia, infatti, va contro ogni evidenza sperimentale e ogni presente comprensione teorica degli eventi naturali. Ma in quanto favola, la Bibbia non richiede elementi probatori, né riaggiustamenti.

Se la scienza mantiene in sospeso la sua sentenza conclusiva, sullo specifico problema dell'origine della vita nell'universo si possono porre questioni che nascono da scrupoli di natura religiosa. Esiste qualche uomo di scienza che, seppure ben conscio dell'inattendibilità della genesi biblica, nondimeno si interroga su un possibile intervento di un'intelligenza ordinatrice - l'Intelligent Design - per quanto riguarda la comparsa della vita nell'universo. Sono state scritte frasi di questo tenore: "Se le costanti universali che sono alla base della fisica dell'universo avessero valori anche minimamente diversi, noi non saremmo qui, la vita non si sarebbe potuta sviluppare" (John Barrow e Frank Tipler). Sulla scorta di questo genere di considerazioni, i sostenitori dell'origine divina della vita si domandano se la comparsa della vita sia un evento accaduto contro ogni calcolo delle probabilità. Se così è, da dove sarebbe arrivato il "suggerimento" che ha portato a percorrere con successo tutte le innumerevoli e improbabili tappe che, dal mondo prebiotico, hanno condotto ai viventi? Se un giocatore d'azzardo, gettando i dadi, risultasse sempre vincitore, come non pensare che i dadi siano truccati?

A me, ricercatore sperimentale con i piedi piantati a terra, pare trattarsi di questioni prive di sbocco, di domande destinate a rimanere senza risposta, ieri come oggi come domani. Perché non chiedersi allora cose ancora più essenziali, ma non meno imperscrutabili: che cosa significa tempo, che cosa significa spazio, che cosa significa esistenza, oppure non-spazio e non-esistenza, dove si accomoda l'universo, e perché un solo universo e non molti paralleli, tra loro non comunicanti, oppure fatti di materia diversa dalla nostra? Dirò con Galileo:

"Io stimo di più il trovar un vero, benché di cosa leggiera, che 'l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nessuna".

Nella questione "vita", mi accontento di constatare che l'evento si è verificato per concludere che la natura ne era capace, a dispetto di una sconfinata improbabilità. Chiedersi il perché delle cose è sempre una fertile operazione, ma fare astratte congetture (o, peggio ancora, sposare verità arbitrarie) in assenza di comprensione scientifica è un gesto di presunzione che lede la dignità dell'uomo. Che senso avrebbe infatti attribuire, a eventi non ancora spiegati, cause che sono non meno inspiegabili, e che richiedono esse stesse una giustificazione a livelli che vanno ancor più al di là e al di sopra delle nostre potenzialità cognitive?

 

Andrea Frova

Professore di Fisica Generale, Università di Roma "La Sapienza"

Note

1) Nel suo sfortunato tentativo di convincere le autorità ecclesiastiche che è la Terra a girare attorno al Sole e non viceversa, come sembrerebbe indicare la Bibbia, Galileo scrisse:

"...se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de' suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d'ira, di pentimento, d'odio, e anco talvolta l'obblivione delle cose passate e l'ignoranza delle future".