47: morto che parla

E' scientificamente credibile che un morto possa resuscitare?

  • In Articoli
  • 26-07-2005
  • di Andrea Frova

Parecchio tempo fa Anna Nusca mi scrisse dicendomi di avere letto sui giornali, sotto il titolo mirabolante: "L'anima c'è, parola di scienziato", la storia di due medici britannici che avevano esaminato casi di pazienti "resuscitati" dopo infarti apparentemente letali. Dei 63 pazienti sotto osservazione, quattro avrebbero ricordato di aver provato, durante il tempo di "morte", sensazioni di pace e di gioia, di tempo accelerato, di perdita della percezione del corpo, di luce brillante, di ingresso in un altro mondo. Conclusione dei due medici: la coscienza opera anche a cervello spento, quindi c'è un'anima che sopravvive alla morte fisica. Anna mi chiedeva se è scientificamente credibile che un morto possa resuscitare.

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A tale domanda avevo abbozzato una risposta, ma poi avevo deciso di cestinarla, colto dal sospetto che la persona volesse divertirsi alle mie spalle. Tuttavia, di recente sono incappato in un collega fisico - dico sul serio, un fisico - che si è dichiarato convinto che eventi del genere possono verificarsi, anzi, che lui personalmente conosceva qualcuno che aveva vissuto (si fa per dire) quest'esperienza. Allora ho ripescato la mia risposta e l'ho utilizzata nel mio nuovo libro Ragione per cui. Poichè si tratta di un tipico discorso da "scettici", qui la riscrivo.

Credibilità scientifica che qualcuno sopravviva alla sua morte? Nessuna, meno che nessuna. Nella storia narrata da Anna i due "scienziati" hanno dovuto dimenticare innumerevoli evidenze in senso contrario. Hanno dimenticato, anzitutto, che gli altri 59 pazienti non hanno raccontato nulla. Hanno dimenticato che basta molto meno della morte per far sparire ogni traccia delle funzioni della mente, in primis la memoria e l'autoconsapevolezza: per arrivare a questo è infatti sufficiente un'anestesia, una botta in testa o uno svenimento di altra origine. Si sono dimenticati che ogni nostro pensiero, sentimento, emozione, comporta un'attività specifica del cervello, o meglio di una sua parte, attività che può essere evidenziata dalle tecniche tomografiche oggi disponibili, in particolare quella a positroni (PET). Tolta questa attività di natura elettrica e chimica, resta solo il nulla. Si sono dimenticati che il carattere e le facoltà mentali di una persona possono essere drasticamente alterati da interventi chirurgici al cervello o più semplicemente dalle droghe (per non dire dei neonati che, pur disponendo di un cervello decisamente più complesso e attrezzato di quello dei cuccioli di ogni altra specie animale, hanno abilità mentali in nessun modo superiori alle loro).

Si sono infine dimenticati il fatto che i pazienti alla fin fine si sono rivelati vivi, e dunque non erano dei resuscitati veri, ma solo dei cadaveri apparenti. Meglio parlare, dunque, di diagnosi difettosa.

A proposito di anima, il recentemente scomparso premio Nobel Francis Crick, scopritore del DNA insieme a James Watson, ha pubblicato uno studio in cui ritiene di poter provare definitivamente che tutto il bagaglio di funzioni che per solito vengono riassunte nel concetto di anima - a cominciare dall'autocoscienza - può essere spiegato in termini delle interazioni tra le cellule cerebrali, ossia di reazioni biochimiche. Già in precedenza lo stesso Crick aveva più volte affermato che verrà giorno in cui l'umanità intera dovrà accettare il concetto che anima e promessa di vita eterna non esistono, un po' come un tempo dovette accettare la nozione che la terra è rotonda e in rotazione sul proprio asse.

A mio modesto avviso non occorre scomodare i premi Nobel per fare tale predizione, persino ingenua tanto a me pare scontata: le evidenze della natura interamente organica della nostra mente sono tali e tante, e così sotto gli occhi di tutti, oltre che così assolutamente convergenti in quella direzione, che soltanto l'irriducibile rifiuto della fine può ottundere l'uomo a tal punto da fargli ignorare i fatti osservati e coltivare l'illusione di un'anima immortale. La quale, in quanto appunto immortale, avrebbe dovuto già esistere prima della nostra venuta al mondo, fatto questo che ognuno di noi può smentire per diretta esperienza, pirsonalmente di pirsona, come direbbe il piantone di Camilleri.

Andrea Frova
Professore di Fisica Generale,
Università di Roma "La Sapienza"