Il segreto della profezia infallibile

Ecco come e perché, nell'analisi di un esperto, la "previsione del futuro" può apparire come un'arte corretta e verificabile

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  • 02-08-2006
  • di Paolo Cortesi

Il 9 dicembre 1669 morì papa Clemente IX, Giulio Rospigliosi, e il conclave che doveva scegliere il suo successore fu particolarmente lungo e laborioso, con i veti di Francia e Spagna che si sabotavano a vicenda in un gioco politico così scoperto che gli ambasciatori delle due potenze indicavano ai cardinali dei rispettivi partiti come agire. Venne così eletto un cardinale neutrale, Emilio Altieri, che fu consacrato papa l'11 maggio 1670 e prese il nome di Clemente X.

Durante il faticoso conclave, la cosiddetta Profezia di Malachia era più in voga che mai, poiché essa sembrava fornire qualche indicazione sull'elezione del futuro papa. Abbiamo un interessante documento del tempo che ci permette di considerare la profezia "al lavoro", come - cioè - questo vaticinio era interpretato nel momento caldo della sua attualità. Il fiorentino Lorenzo Panciatichi (1635-1776), canonico e letterato, accompagnò al conclave il cardinale Leopoldo de' Medici, di cui era segretario. Ecco quanto scriveva in quei giorni, ricordando che la profezia assegnava al futuro papa il motto "De flumine magno": "La profezia che il papa abbia ad escire de flumine magno viene interpretata a favore di Vidone, che è cremonese, nato sul Po; e di Spada, che nacque a Lione. Da altri si crede che favorisca Bona, perché vicino a Mondovì c'è un fiume che si chiama Magno. Molti asseriscono che s'applichi a Elci, che abita in piazza Navona, dove sono i quattro fiumi sotto la guglia d'Innocenzo. E v'è finalmente chi con ridicolosa glossa l'adatta a Facchinetti, perché fu battezzato in Bologna nella parrocchia di S. Magno ed ebbe per compare il conte Fiumi".

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La "Pitia", ovvero l'oracolo che dal tempio di Apollo a Delfi pronosticava il futuro.

Nessuno dei cinque cardinali citati nella lettera fu eletto, perché fu papa l'Altieri; ma si può star certi che tale evento non smentì la profezia, dato che egli era romano e quindi nato nella città del gran fiume, il Tevere...

Questo episodio rivela chiaramente il meccanismo della profezia: essa è - per chi ci crede, ovviamente - infallibile, perché la verifica è sempre possibile, e dunque non è una verifica, ma la dichiarazione della sua creduta infallibilità. Ciascuno dei cinque cardinali pareva avere caratteristiche tali da adattarsi al motto divinatorio; ciò bastava a chi credeva al valore della profezia poiché la fenomenologia della profezia si fonda su un dato materiale all'apparenza semplice (in questo caso la frase de flumine magno) che viene elaborato da una griglia interpretativa all'apparenza logica (il luogo di nascita del profetizzato, il luogo in cui abita, eccetera).

Non vi è, non vi può essere una verifica razionale e oggettiva nella profezia, poiché essa - per la natura stessa del suo contenuto semantico - non si presta a una tale interpretazione. Per dirla con Popper, la profezia non è scienza perché non ammette la sua falsificazione. Per quanto si dimostri ragionevolmente che le profezie sono tutte vaghe, oscure e inefficaci, vi sarà sempre qualcuno che vi troverà, o crederà di trovarvi, dettagli puntuali ed esatti.

Diamo un'occhiata a questi versi di Ludovico Ariosto, nel XXXIII canto dell'Orlando furioso: "Vedete poi l'esercito che sotto/ la ruota di fortuna era caduto/ creato il nuovo re, che si prepara/ dell'onta vendicar ch'ebbe a Novara". Sbalorditivo! Vi si parla, inequivocabilmente, di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II; il primo aveva abdicato dopo la tragica sconfitta di Novara (23 marzo 1849) che il nuovo re si apprestava a vendicare alla guida dell'esercito piemontese. Ma come poteva il grande poeta conoscere, con secoli di anticipo, questa pagina di storia risorgimentale? Risposta: non poteva, e infatti questa apparente profezia non riguarda un eventuale futuro, ma un passato che il poeta conosceva bene. La disfatta di Novara era stata subìta dal re francese Luigi XII nel 1513 e il "nuovo re" era Francesco I, succeduto a Luigi nel 1515, che, con la vittoria di Marignano, calava trionfatore in Italia.

Un'altra curiosa pseudo-profezia venne rilevata nel 1914, all'elezione al soglio pontificio del cardinale Della Chiesa, che si chiamò Benedetto XV, e che qualcuno volle trovare nei versi di Dante: "Avete il nuovo e il vecchio testamento/ e il pastor della Chiesa che vi regge".

Si tratta, è chiaro, di coincidenze, anzi ancora meno, perché i due testi esaminati sembrano profetici solo nella misura in cui vengono estrapolati dal loro contesto.

Se poi la pretesa profezia ha un'apparente struttura oggettiva, allora il suo fascino è potente e può diffondersi con maggior forza, perché sembra offrire garanzie di accuratezza e veridicità. Nel XVI e XVII secolo, per tutta l'Europa si sparsero due profezie che inquietavano. Le parole latine DILVVIVM ("diluvium", diluvio) e IVDICIVM ("iudicium", giudizio, in questo caso universale) erano formate da sole lettere numerali, tali cioè da rappresentare numeri latini. E queste lettere numerali, sommate, davano le seguenti cifre:

D = 500, I = 1, L = 50, V = 5, V = 5, I = 1, V = 5, M = 1000, totale: 1567; I = 1, V = 5, D = 500, I = 1, C = 100, I = 1, V = 5, M = 1000, totale: 1613.

Pertanto, si temette un diluvio universale per il 1567; mentre il giorno del giudizio era atteso nell'anno 1613. Tutto ciò è evidentemente assurdo, ma non dobbiamo sottovalutare la forza di questi paralogismi: la presenza dei numeri dà a questi giochetti un fascino e un'apparente precisione che sfidano i secoli e le culture. Troviamo una testimonianza analoga nel 1809, e l'apprendiamo da una lettera di Joseph de Maistre (1754-1821), ministro plenipotenziario di re Vittorio Emanuele I presso lo zar di Russia. De Maistre scriveva al suo sovrano che il re svedese Gustavo IV era stato deposto ed era andato in esilio in Svizzera; ma ciò che più lo colpiva non era tanto che il re era stato sfrattato (inconvenienti dell'ottimo mestiere di re), quanto il fatto che Gustavo era tutto preso da una profezia assai popolare in quel dicembre 1809: "Nell'anno 1143, Celestino II si fece papa da sé, senza approvazione dei cardinali; anche ora la città di Roma è usurpata; aggiungendo a 1143 il numero della bestia apocalittica, che è 666, si ottiene 1809. Che cosa poi succederà, questo ce lo dirà il tempo".

"Il re di Svezia" osservava de Maistre "non s'è soltanto imbevuto delle idee di questo libro: anche ha veduto in esso, secondo che si dice, che egli dovrà aver gran parte nella grande rivoluzione che si prepara. Chi può sapere se egli non vada in Svizzera per esser più vicino al teatro del dramma di cui deve essere attore?" Il libro che conteneva questa profezia era, così scriveva il ministro sabaudo, opera di un tale Young e si intitolava Storia della vittoria della religione cristiana, in una utile a tutti dichiarazione dell'Apocalisse, stampato a Norimberga nel 1799. La faccenda si commenta da sé. Vorrei solo segnalare che il preteso atto di autoproclamazione non era mai avvenuto: Celestino II fu eletto appena due giorni dopo la morte del suo predecessore, poiché vi fu tra i cardinali la più completa concordia nella scelta del nuovo pontefice, che fu consacrato secondo ogni debita forma il 3 dicembre 1143.

Questa rapidissima scorsa sulla fenomenologia delle profezie non sarebbe completa se non dessi almeno un cenno della più consistente categoria delle profezie: le falsificazioni. Per diversi motivi che qui non è il caso di esaminare, sono state prodotte delle false profezie, cioè vaticini realizzati dopo l'evento predetto. Non intendo le forzate interpretazioni di profezie, come quelle, ad esempio, relative alla tragedia dell'11 settembre, agli assassini o alle morti celebri (J.F. Kennedy e Giovanni Paolo II). Quella è un'altra tipologia, ed è anzi la più normale dato che tutte le pretese verifiche delle profezie non sono che interpretazioni manipolate allo scopo.

Un bell'esempio di falsa profezia ci è dato da un testo attribuito a Johannes Muller (1436-1476), matematico e astronomo tedesco, nato a Konigsberg, città da cui trasse il suo nome latinizzato: Regiomontanus. Visse a lungo in Italia; apprezzato da Sisto IV, fu docente di astronomia all'università di Padova. Nel 1787 (attenzione alla data!), apparve una profezia che, si diceva, era stata scolpita sulla tomba di Regiomontanus a Liska (Ungheria), e già questo dato ci insospettisce, perché Muller morì a Roma. Ecco il testo della pretesa iscrizione: "Post mille expletos a partu Virginis annos/ Et septigentos sursus abire datos,/ octuagesimus octavus mirabilis annus/ ingruet et secum tristia fata feret./ Si non hoc anno totus malus occidet orbis,/ si non in nihilum terra fretumque ruet,/ cuncta tamen mundi sursum ibunt atque deorsum/ imperia, et luctus undique grandis erit". Che in italiano significa: "Passati mille anni dal parto della Vergine e trascorsi altri settecento, verrà il mirabile ottantottesimo anno, e porterà con sé tristi destini. Se in tale anno non finirà tutto il malvagio mondo, se non saranno annientati la terra e il mare, però tutti i regni del mondo andranno sottosopra e il lutto sarà grande dovunque".

Impressionante, diremmo a prima vista. Ma non dimentichiamo che il testo fu divulgato solo a partire dal 1787, e in quell'anno non era difficile capire che l'Europa stava vivendo una crisi eccezionale di cui era tutt'altro che azzardato prevedere un'evoluzione particolarmente convulsa. E, a essere pignoli, la profezia non si è comunque rilevata esatta, perché nel 1788 non accadde nessuna di quelle tragedie che paventa il testo. La Rivoluzione Francese, e ciò che ne seguì, esplose nella seconda metà del 1789, come tutti sanno. E ancora: perché mai si dovrebbe apporre sulla propria pietra tombale la profezia di una sventura? E infine: se la profezia di Regiomontanus era ben visibile a tutti, perché se ne parlò solo nel 1787?

Domande semplici e logiche, ma che non incrinano la cieca fiducia dei credenti nelle profezie. Forse, dopo che lo storico ha lealmente esposto tutte le sue argomentazioni, deve lasciare il posto allo psicanalista.

Paolo Cortesi
Scrittore e saggista