Chi ha paura di Darwin?

Quando l'evoluzione e la scienza incontrano ostacoli anche nella scuola italiana

Nel febbraio del 2003, Alleanza Studentesca e alcuni esponenti di Alleanza Nazionale indirono a Milano una "Settimana antievoluzionista" che prevedeva incontri con i presidenti delle Commissioni Cultura del Comune e della Regione, volantinaggi davanti al Museo delle Scienze Naturali e un convegno dal titolo Evoluzionismo: una favola per le scuole.

Nel S.O. n. 31 alla Gazzetta Ufficiale del 2 marzo 2004, n. 51, è stato pubblicato il Decreto Legislativo del 19 febbraio 2004, n. 59, riguardante la «Definizione delle norme generali relative alla scuola dell'infanzia e al primo ciclo dell'istruzione, a norma dell'articolo 1 della legge 28 marzo 2003, n. 53». Allegate al decreto si trovavano le «Indicazioni nazionali per i Piani Personalizzati delle Attività Educative nella Scuola dell'Infanzia, Primaria e Secondaria di 1° grado»: in pratica i nuovi programmi redatti all'interno della riforma Moratti per le vecchie scuole materne, elementari e medie inferiori. Nei programmi di Scienze delle scuole medie non si trovava più alcuna traccia di Darwin e della teoria dell'evoluzione.

In seguito alle profonde reazioni di protesta suscitate nel mondo accademico, a fine aprile 2004 il ministro Moratti istituì una commissione di saggi per esaminare il problema. La commissione era costituita da Carlo Rubbia, Roberto Colombo, Vittorio Sgaramella e Rita Levi Montalcini che la presiedeva. La commissione si è riunita per la prima volta il 16 giugno 2004 ricevendo mandato di «dare indicazioni su come integrare l'aspetto della teoria evoluzionistica nell'ambito dell'insegnamento delle discipline scientifiche da parte delle scuole italiane».

Dopo ben otto mesi, a fine febbraio 2005, sono stati finalmente resi noti i risultati raggiunti dalla commissione. La posizione dei saggi è stata chiarissima: «Lo studio dell'evoluzione è essenziale per una visione integrale della vita». Nel contempo, i saggi sottolineavano l'importanza della formazione scientifica auspicando un «qualificato rinnovamento dei programmi della nostra scuola dell'obbligo».

Poco prima della pubblicazione dei risultati della commissione dei saggi, tuttavia, la bozza di decreto legislativo del sistema educativo relativo al secondo ciclo di studi, reso pubblico dal Ministero a metà gennaio, penalizza pesantemente l'insegnamento scientifico nelle scuole superiori. Le successive versioni della bozza non hanno modificato sostanzialmente la situazione relativa all'insegnamento delle discipline scientifiche.

Nonostante la chiara e prevedibile presa di posizione della commissione dei saggi, non risulta a tutt'oggi che i programmi delle scuole medie siano stati modificati e che Darwin sia tornato a comparire in quelli di scienze naturali.

Appaiono abbastanza evidenti le motivazioni ideologiche che stanno dietro ai fatti di cronaca appena ricordati e tornano inevitabilmente alla mente inquietanti fantasmi del passato relativi ai rapporti tra scienza, religione e politica1: tali fatti inducono anche ad alcune considerazioni chi, come il sottoscritto, opera nell'ambito scolastico e ha a cuore l'educazione scientifica dei giovani.
La Scienza in Italia Lo stato in cui versa la scienza in Italia è ben noto e purtroppo non è certo motivo di ottimismo. Un recente pamphlet di Enrico Bellone, La scienza negata2, delinea bene l'attuale disastrosa situazione analizzando le ragioni storiche e culturali che lo hanno generato. Alcuni dati tratti dal World Economic Forum citato dallo stesso Bellone parlano chiaramente. In un'analisi condotta su 104 paesi, siamo al terzo posto nella diffusione dei telefoni cellulari, ma al quarantacinquesimo posto per quanto riguarda le nostre reali capacità di sviluppo e innovazione: ci precedono la Tunisia al trentunesimo e la Giordania al quarantaquattresimo e ci seguono la Giamaica al quarantanovesimo e il Botswana al cinquantesimo. Paesi a noi vicini come la Germania e la Francia si trovano rispettivamente al quattordicesimo e al ventesimo posto. In pratica, siamo un paese che sfrutta e ama le tecnologie avanzate, ma che è incapace di produrle. Questo nonostante il buon livello di molti nostri ricercatori che incontrano però enormi difficoltà nello svolgere la loro attività.

Oltre alle enormi conseguenze negative sul piano economico e sociale, la trascuratezza nei confronti della ricerca scientifica che da sempre caratterizza le nostre istituzioni produce enormi danni culturali. La scienza è scarsamente considerata dal punto di vista sociale e sempre meno giovani manifestano vocazioni scientifiche. In compenso nel nostro paese prosperano molte discipline pseudoscientifiche prive di qualsiasi fondamento.
La scienza nella scuola È evidente che la scuola ha, da questo punto di vista, enormi responsabilità e possibilità di inversione di tendenza. Una scuola che facesse comprendere chiaramente ciò che la scienza è e ciò che non è, come opera e quale può essere il suo ruolo sociale, potrebbe fortemente influenzare la sua percezione pubblica indirizzando a lungo termine la società verso scelte più razionali e sensate.
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Un ritratto in tarda etá di Charles Darwin.
Purtroppo, però, anche a livello scolastico i risultati sono piuttosto deludenti. Le indagini PISA (Programme for International Student Assessment) - OCSE (Organisation for Economic Co-operation and Development) (www.pisa.oecd.org) condotte sulle competenze dei giovani di quindici anni, mostrano che i ragazzi italiani sono agli ultimi posti a livello internazionale per quanto riguarda le competenze in matematica e scienze (occorre tuttavia precisare che i risultati sono deludenti anche per quanto riguarda le competenze linguistiche).

Al di là della preparazione specifica sui singoli contenuti disciplinari, occorre tuttavia osservare che la scuola italiana è estremamente carente nel fornire agli studenti una chiara idea di che cosa la scienza sia.

Questo lo si riscontra inevitabilmente a livello sociale. Moltissima gente, più o meno consciamente, ritiene che l'approccio scientifico e razionale ai problemi sia solo una delle tante scelte con cui è possibile affrontare la realtà. Tra le altre opzioni vi sono quella religiosa, magica, ideologica, eccetera.

Le affermazioni degli scienziati vengono spesso viste come una delle tante opinioni che possono essere espresse e in nome di un malinteso concetto di pluralismo e democrazia vengono spesso considerate non più credibili di altre. Questo risulta evidente ad esempio nei talk show televisivi, dove illustri scienziati vengono messi a confronto con leader di partito, sacerdoti, personaggi dello spettacolo e magari anche maghi e santoni. Ognuno esprime la propria posizione e il pubblico in genere decide da che parte stare non certo in base ad argomentazioni razionali, ma in base alla simpatia e alle capacità dialettiche dei vari contendenti e alle proprie convinzioni ideologiche.

Purtroppo manca nell'opinione pubblica la consapevolezza che, relativamente a certi ambiti di realtà, la scienza rappresenta l'approccio più efficace che l'umanità sia riuscita a escogitare e che quindi quanto ritenuto dalla comunità scientifica è ben diverso da una semplice opinione.

Evidentemente, tale consapevolezza deve essere abbinata a una chiara definizione di quali siano i domini in cui l'approccio scientifico ha senso. Spesso si assiste invece a una pericolosa confusione tra livello empirico e metafisico, per cui l'approccio scientifico e razionale è visto come una minaccia da parte di chi ha determinate convinzioni metafisiche.

Da questo punto di vista si può comprendere anche il recente ostracismo nei confronti dell'evoluzionismo manifestato da certe correnti politiche e culturali. Chi ha paura dell'evoluzionismo e ne auspica l'eliminazione dall'insegnamento, al di là della propria arroganza ideologica, mostra prima di tutto di ignorare completamente che cosa la scienza sia.
L'evoluzionismo a scuola Il professor Vincenzo Terreni, presidente dell'Associazione Nazionale degli Insegnanti di Scienze Naturali (Anisn), in occasione della pubblicazione dei programmi della Scuola dell'Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado nel marzo 2004, stupì un po' tutti andando apparentemente contro corrente. In un'intervista egli dichiarò: «Io sono contento che in quei programmi non ci sia l'evoluzione»3. Il problema vero, spiegò, è l'impostazione generale.

«Sono un po' sorpreso di tutta questa polemica attorno al problema dell'evoluzionismo», disse Terreni. «In realtà i programmi si conoscono da prima di Natale e per quanto riguarda la parte scientifica sarebbero pessimi anche se si parlasse di evoluzione. È l'insegnamento del metodo scientifico a essere completamente scomparso: se non c'è la scienza, come potrebbe esserci la teoria di Darwin?»

In particolare, secondo Terreni, l'insegnamento della biologia nel suo complesso risulta, almeno sulla carta, completamente "medicalizzato": si parla infatti di «sistema nervoso nell'organismo umano», ma solo in relazione agli «effetti di psicofarmaci, sostanze stupefacenti ed eccitanti». Di «malattie che si trasmettono per via sessuale». Di imparare a «valutare l'equilibrio della propria alimentazione e fare un esame del proprio stile di vita alimentare».

«La biologia non è presentata come un ambito conoscitivo che abbia valore di per se stesso, ma come uno strumento di educazione alla salute» concluse Terreni «ed è quindi una logica conseguenza che non si parli di evoluzione. In questo quadro, se anche ci fosse, rischierebbe solo di essere banalizzata e ridotta alla solita storia di Darwin, Lamarck e il collo delle giraffe. Per parlarne così, meglio davvero che non se ne parli.»

La posizione un po' provocatoria di Terreni appare purtroppo piuttosto condivisibile ed estrapolabile anche alle altre discipline scientifiche. Le scienze a scuola vengono insegnate soprattutto dal punto di vista contenutistico e applicativo, trascurando invece l'aspetto metodologico e le tematiche epistemologiche che dovrebbero rendere la scienza un insostituibile fattore educativo carico di valenze culturali. In base a queste considerazioni, non stupiscono poi molto i dati del World Economic Forum, citati da Bellone: siamo tra i più grandi utenti di telefoni cellulari, ma profondamente impreparati in campo scientifico.
Il ruolo sociale della razionalitá Le scelte sociali e politiche si collocano in gran parte in un campo decisamente empirico e poco hanno a che fare con ambiti metafisici. Le convinzioni metafisiche hanno piena legittimità a livello personale: ognuno deve essere libero di avere le proprie indiscutibili convinzioni. La storia però ci insegna che tutte le volte che una società ha intrapreso strade politiche ispirate da convinzioni metafisiche i risultati sono stati catastrofici. Non possono quindi che destare serie preoccupazioni quei politici che vorrebbero trasferire a livello sociale quelle che sono le loro personalissime convinzioni metafisiche, anche attraverso la manipolazione dei programmi scolastici.

L'unica arma contro questo tipo di degenerazione è ancora una volta la diffusione del pensiero razionale. In una società sempre più complessa e tecnologica, una chiara conoscenza di cosa sia la scienza, di quali siano gli strumenti da essa utilizzati e di quali siano i suoi ambiti di applicabilità, può rendere i cittadini meno vulnerabili alla propaganda ideologica e indurli quindi a scelte politiche più oculate. L'educazione alla razionalità e la diffusione della mentalità scientifica passa inevitabilmente attraverso la scuola e di coloro che vi operano in prima linea, cioè gli insegnanti.
Una speranza La scuola reale infatti non la fanno né i programmi ministeriali né i politici, bensì gli insegnanti. A loro spetta il fondamentale compito di formare le giovani menti dei ragazzi.

Nella scuola italiana vi sono insegnanti che farebbero meglio a cambiare mestiere, però per fortuna ce ne sono tanti altri che svolgono egregiamente il loro compito. Nonostante le mille difficoltà in cui devono operare, l'ottusa burocrazia contro cui devono lottare e le frequenti insensate indicazioni ministeriali, questi insegnanti vanno avanti per la loro strada. A loro è affidato il futuro della scuola e di conseguenza dei giovani cittadini di domani.

Il diffuso malcontento nei confronti dei nuovi programmi ministeriali fa auspicare che da parte degli insegnanti difficilmente ci sarà un passivo adeguamento ed è quindi ragionevole sperare che Darwin, qualunque siano le indicazioni ministeriali, non scomparirà affatto dalle aule scolastiche. Nessun insegnante competente in biologia potrà farlo. Come ebbe a dire il genetista Theodosius Dobzhansky: «Nulla ha senso in biologia se non è visto sub specie evolutionis»4.

Questo indipendentemente da ciò che possono pensare i nostri governanti e i loro ispiratori ideologici.

Silvano Fuso Chimico-fisico , Segretario CICAP-Liguria e Coordinatore Gruppo Scuola CICAP fuso@cicap.org
Note:
  • Davis, E.B. (2005), "Il processo Scopes. Scienza e fondamentalismo religioso nell'America degli anni Venti", Le Scienze, n. 444.
  • Bellone, E. (2005), La scienza negata, Torino: Codice Edizioni.
  • Nosengo, N., "Darwin addio", Galileo Magazine, 26 marzo 2004, www.galileonet.it/Magazine/mag0412/0412_1.html
  • Dobzhansky, T. (1973), Nothing in Biology makes sense except in the Light of Evolution, The American Biology Teacher.